I Portoghesi che stavano a Baia de la Goa, che è l'attuale
baia di Maputo avevano bisogno soprattutto di schiavi. Allora
si erano messi d'accordo con alcuni capi locali, avevano
chiamato alcuni soldati portoghesi per dare una mano ai capi
locali che facevano queste scorrerie nell'interno. Ad un
certo punto però la richiesta di schiavi era molto più alta
di quanto riuscissero a fare e allora cominciarono a
coinvolgere i capi locali dicendo abbiamo bisogno di schiavi
e attorno c'erano dei regni molto strutturati, c'erano regni
con una loro arte e cultura, con una loro architettura e una
loro letteratura in gran parte orale, ma non solo. E c'era
poi questa concezione del re, del capo che era molto diversa
da quanto potesse essere la concezione dei re europei che noi
vediamo nelle tragedie di Shakespeare. Il re era un qualcosa
che univa il momento terreno al momento dell'al di là in
forme di culto che erano quasi tutte culti degli antenati. Il
re era il punto di riferimento tra la vita di oggi, la vita
di ieri e siccome il re avrà figli e figlie sarà la
continuazione della vita nel domani. Quindi quasi sempre il
re veniva da una famiglia particolarmente importante, che di
solito aveva alle sue origini una specie di re semidio.
Dicendo re semidio lo dico con un'ottica nostra, con
un'ottica greco romana. In Africa la cosa è più complicata,
tra poche settimane esce in Italia il nuovo libro di Y.
Soynka che spiega stupendamente che cosa è la metafisica
degli Oruba, che sono uno dei popoli più importanti dal punto
di vista culturale dell'Africa e a cui lo stesso Soynka
appartiene.
Dunque il re veniva scelto all'interno di questa famiglia che
aveva una sua storia e veniva scelto a seconda delle varie
popolazioni da un gruppo di sacerdoti o da un gruppo di
sacerdoti e di notabili e c'era un'elezione e presso alcuni
popoli c'era un consiglio dove almeno uno dei componenti
aveva il diritto di veto. Quindi un re ereditario e padrone
di tutto assolutamente non esisteva. Il re non aveva una sua
guardia del corpo nel senso che il re era come tutte le altre
persone, persona da difendere in quanto appartenente alla
comunità, una persona a cui si poteva anche contestare un
errore e questo poteva essere fatto in un'assemblea di
villaggio o in un'assemblea più ampia di rappresentanti di
villaggio o poteva essere fatto all'interno della cerchia
reale.
Quando però il problema diventa procacciare gli schiavi per i
bianchi e quasi contestualmente portare l'avorio, allora
servono corpi speciali abituati a cacciare uomini o elefanti.
Si creano allora dei corpi speciali militarizzati che
incominciano a elaborare tattiche di guerra nei confronti di
altri popoli e nei confronti degli elefanti. (Uno dei fatti
clamorosi di uno dei più importanti di
questi re africani, re Sciaka degli Zulu, per cui si dice che
le sue concezioni di combattimento sono paragonabili a quelle
di Napoleone, ed è probabilmente vero solamente che
provengono dalle stesse concezioni dei cacciatori di elefanti
dentro il popolo Zulu.)
Nel momento in cui bisogna assoggettare delle popolazioni
perché caccino elefanti per l'uomo bianco e poi perché una
parte dei giovani vengano venduti ai bianchi che li faranno
schiavi, bisogna sottomettere un intero popolo e il re presso
un popolo sottomesso non è più l'uomo della comunità come era
prima, è uno odiato dal popolo e quindi per la prima volta il
re ha bisogno della sua guardia del corpo. Infatti Sciaka
crea gli Imbokoto, che sono quello che per Cromwell in
Inghilterra erano gli Ironside, cioè i fianchi di ferro, la
guardia specifica per il re. Gli Imbokoto divisi in
reggimenti, diventano la massa militare che strappa, in tutte
le zone attorno a quello che era il nucleo centrale zulu,
uomini, donne e avorio.
Poi viene fatto un altro passo in avanti e l'altro passo in
avanti è che la colonia portoghese di Baia de la Goa
incomincia ad avere tantissimi portoghesi, perché si trova in
una zona abbastanza fertile e si possono organizzare delle
fattorie con grandi possibilità di coltivazione di caffè, di
zucchero e di anacardo. E allora tutta questa gente deve
mangiare e mangia carne. A questo punto la richiesta dei
portoghesi a re Sciaka e agli altri re della zona è: abbiamo
bisogno di bestiame. Quindi la razzia si sposta; si mantiene
ancora in parte il ritmo della tratta degli schiavi, si
mantiene in minor parte la rapina dell'avorio, mentre invece
con grande forza viene avanzata la richiesta di carne di
bestiame: caprini e ovini.
E a questo punto non soltanto
si devono conquistare nuovi paesi, ma si devono affamare
nuovi paesi. Ecco che allora tutti i popoli li' attorno
cominciano a scappare in tutte le direzioni; ecco le Fekane,
cioè questa specie di grande fuga da tutte le parti rispetto
all'espansione dell'impero Zulu, che porta ad ulteriori
guerre tutto attorno, ad ulteriori distruzioni e che
soprattutto porta alla polverizzazione totale di quelli che
erano dei grandi e robusti regni e nella loro trasformazione
in bande che vivono e lottano per la sopravvivenza; quindi a
questo punto abbiamo la cancellazione di secoli di civiltà
che si era sviluppata.
Poi agli inizi del XIX secolo e praticamente per tre quarti
del XIX secolo c'è un approccio di tipo coloniale diverso,
cioè si inviano dei coloni dal paese di origine perché
coltivino la terra e perché creino un orto particolare che
manda tutte le primizie. Questo viene fatto dalla Francia in
Algeria, in parte nel Senegal, in Guinea e dall'Inghilterra
in Ghana e in Nigeria.
Nel 1869 avviene un altro fatto molto importante: il taglio
del canale di Suez. Allora tutta l'importanza che c'era prima
di mantenere la via delle Indie non c'è più, perché si passa
da Suez senza bisogno di circumnavigare l'Africa. Ecco che
quindi diventa importante la zona del canale e così
l'attenzione delle potenze europee si sposta prima di tutto
sull'Egitto e immediatamente sotto su Etiopia, Sudan e
Somalia.
Tuttavia l'inizio della corsa alla colonizzazione piena, vera
e propria, l'abbiamo nel 1876 quando Leopoldo II re del
Belgio avanza la pretesa di avere alcune colonie. Cala sul
Congo con un esercito enorme e si impossessa dell'antico
regno del Congo e ci trova subito rame e argento estraibili
quasi senza scavare. Per la prima volta si ha la dimensione
che le ricchezze dell'Africa, che già si sapeva ricca sono,
molto ma molto più ingenti di quanto
non si pensasse . Ecco che allora nel 1884 le potenze europee
si mettono d'accordo su come si divideranno l'Africa. E' il
congresso di Berlino. Il Portogallo avrà la possibilità di
rafforzare ed estendere il suo dominio su Guinea, Capo Verde,
Angola e Mozambico. Non soltanto avere le postazioni, i forti
lungo le coste, ma avere anche la possibilità di penetrare
anche all'interno di questi paesi. La Francia muovendo da
Algeria e Senegal e dai forti che aveva in Guinea e dalla
parte opposta in Somalia, progetta un dominio che congiunga
tutti questi territori da un oceano all'altro. La Germania
pensa invece di poter partire sostanzialmente dal Camerun per
arrivare in Tanzania e il congresso di Berlino accetta la
proposta tedesca. L'Inghilterra invece pensava invece di
costituire una linea ininterrotta di possedimenti inglesi dal
Cairo a Città del Capo. Quindi tutta l'Africa orientale.
Anche perché avendo come colonia l'India poteva utilizzare le
navi da combattimento ormeggiate nei porti indiani per
battere chi si fosse opposto al suo progetto espansionistico
in Africa, fossero essi africani o altre potenze europee che
avessero cominciato a dare fastidio. Aggiungiamo che in India
c'era un lavoro veramente semischiavistico nelle piantagioni
da zucchero controllato dagli inglesi e che in Africa c'era
molta possibilità di fare delle grandissime piantagioni da
zucchero e che però in questo caso non si sarebbe dovuto
utilizzare degli schiavi inesperti, bastava portare
dall'India i contadini e i coltivatori di zucchero che
c'erano già là. Infatti chi per primo difende quei contadini
è Gandhi, la cui predicazione comincia in Sud Africa e
continua in India. Questo per fare capire un attimo l'aspetto
geografico della faccenda .
Naturalmente se tutti si
buttano su un continente a un certo punto si devono pur
scontrare e si arriva infatti al famoso incidente di Fascioda
in Sudan nel 1898, quando le truppe inglesi si trovano di
fronte per la prima volta le truppe francesi, si spara
qualche colpo, ci si ritira ma soprattutto si capisce che non
è possibile andare avanti in questa maniera, che bisogna
mettersi d'accordo. Ecco che allora le cancellerie dei vari
paesi europei prendono una carta geografica dell'Africa e un
righello e in questo modo si tracciano dei nuovi confini
degli stati africani non tenendo conto dei confini naturali,
ma solo delle esigenze espansionistiche degli stati europei.
Infatti tra un confine e un altro degli stati africani non ci
sono montagne né fiumi. Di conseguenza gente che parla la
stessa lingua e con le stesse tradizioni si trova ad essere
dipendente una dalla Germania e l'altra dalla Francia o
dall'Inghilterra e ad essere assimilati a costumi, a modi
vita e a forme di governo, che sono loro completamente
estranei e dall'altra parte gente appartenente allo stesso
popolo rimangano per sempre divisi. Quindi si spaccano
ulteriormente le identità nazionali. Salvo poi inventarsi che
in Africa esistono i Bantu'. Ora Bantu è un gruppo
linguistico, sarebbe come dire che in Italia esistono gli
Indoeuropei, che d'altra parte esistono anche in Francia, in
Spagna e in altri paesi europei.
In realtà si tratta di un gruppo linguistico molto ampio che
comprende popolazioni gigantesche come i famosi Watussi e
popolazioni pigmee, popolazioni monoteiste e popolazioni
politeiste, popolazioni che hanno soltanto la religione degli
antenati e non hanno veri e propri dei, popolazioni diverse
anche nei costumi: chi pratica la poligamia, chi pratica la
poliandria, chi invece ha la famiglia mononucleare. Ma
vengono chiamati per comodità i Bantu.
Questo permetterà
di raccontare una delle più grandi menzogne della storia e
cioè che la prima tribù giunta
nella provincia del Capo era una tribù bianca, cioè erano gli
olandesi, perché i Bantu arrivarono dopo. Ma è pur vero che
gente del ceppo Bantu linguistico bantu arriva dopo, ma le
due grandi etnie dei Coli e dei San che non parlavano Bantu
esistevano in Sud Africa attorno alla provincia del Capo 800
anni prima che arrivassero i bianchi. Quindi in questo caso i
colonizzatori del Sud Africa hanno in questo caso riscritto
la storia.
Per riprendere il discorso e concluderlo abbiamo dunque due
tipi di colonialismo: uno di rapina e l'altro di insediamento
la differenza non è poca perché per esempio quando si libera
un paese dove ci sono pochissimi coloni ciò non crea grandi
problemi. Quando invece nasce una lotta di liberazione in un
paese come l'Algeria dove c'è stato un enorme popolazione
portata lì come colonia di popolamento è chiaro che nasce una
massacrante guerra civile, perché questa gente non sa più
dove tornare.
Un'altra divisione è la divisione che c'è fra la politica dei
colonialisti inglesi e tedeschi e quella di tutti gli altri.
Questa politica degli inglesi e dei tedeschi era quella del
comando indiretto “Indirect Rule”, cioè lasciamo che ci siano
anche grandi entità statali, però devono accettare un
governatore, devono associarsi alla corona britannica o allo
impero tedesco, e dare un tot di uomini ed animali all'anno,
ma poi possono fare come vogliono. Questa era sostanzialmente
l'impostazione della Germania e dell'Inghilterra. C'è invece
l'impostazione portoghese, spagnola, italiana e francese, che
è quella di spaccare uno stato in tanti piccoli possedimenti
affidati a singoli capi e spesso messi uno contro l'altro per
poterli controllare tutti. Il massacro che sta avvenendo in
Somalia dipende essenzialmente da come il colonialismo
italiano ha spezzettato quelle che erano le tradizionali
grandi famiglie delle Somalia e le ha scagliate una contro
l'altra per poterle in questo modo dominare.
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LORENZO RUGGIERO
Volevo fermarmi su due aspetti perché mia ha colpito molto il
titolo di questa serata soprattutto la sua l'apparente
pretenziosità, perché questo “Guardare a sud per comprendere
il futuro ”può dire tante cose, può dire che da quanto
avviene nel sud del mondo si può delineare un futuro per il
mondo, è sicuramente un grande tema, è molto ambizioso ed è
molto vero tutto sommato. Questa storia dell'Africa è
clamorosamente identica a sé stessa in ogni momento in cui si
sviluppa. Cioè è identica oggi come era identica nei suoi
primi momenti di sviluppo, anche se qualcosa è cambiato
perché ovviamente la tecnologia piuttosto che la
stratificazione di certi modelli qualcosa ha modificato. Ad
esempio quando prima si parlava di una distinzione tra
colonialismo di rapina e colonialismo stanziale che si
insedia e che mette radici, a me veniva da pensare che in
questi due termini, che sono apparentemente contrapposti, si
salda poi quella che è la storia dell'Africa recente. Anche
questo avviene fra fasce controllate indirettamente da una
politica imperiale di alcune potenze. Ma soprattutto mi viene
fatto di pensare come la storia del Sud Africa, di quel fondo
del sacco africano, per come viene presentato nelle cartine,
rappresenti in piccolo territorialmente, ma in grande come
spessore storico-politico, tutta la storia coloniale.
Io
parlo spesso, potrei dire sempre di Sud Africa. Una volta mi
fu fatta una durissima contestazione: bisogna parlare del
resto d'Africa e invece si parla sempre e solo del Sud
Africa. Non è vero, del Sud Africa si è parlato
molto poco in tutti questi anni e comunque se anche se ne
fosse parlato tanto se ne sarebbe dovuto parlare di più,
perché è un paese di assoluta particolarità. Infatti è
l'unico paese al mondo dove si è sviluppato un colonialismo
interno che è stato contestualmente di rapina e di
insediamento, è il paese che per le sue caratteristiche di
sviluppo, ancora oggi in questi giorni, è un paese che
contiene in sé un paese del primo mondo e del terzo mondo. Ma
non in maniera generica e un po' superficiale come si fa ogni
tanto col linguaggio della politica, dicendo che nelle
periferie urbane c'è il terzo mondo, che è vero come
condizioni di vita, ma non è vero come sviluppo storico
politico. In Sud Africa questo invece è vero storicamente,
politicamente, economicamente, come condizioni di vita e di
cultura.
Questo paese per i meccanismi virulenti adottati, per i
meccanismi metastatizzati, cioè questo cancro dell'apartheid
che è diventato un meccanismo di grande dominio tecnico
economico, legislativo ha finito per configurarsi, non come
un caso sporadico e isolato nella storia coloniale, ma come
il caso in assoluto, come il caso che addirittura ha
insegnato molto ad altri paesi ed è arrivato recentemente ad
insegnare molto, in termini tecnici di gestione delle
difficoltà e delle contrapposizioni economiche, al primo
mondo avanzato e industrializzato.
Allora volevo soffermarmi su quella che ritengo la questione
centrale quanto è accaduto dopo questo processo. Questi paesi
vengono rapinati e insediati, si attuano dei meccanismi per
realizzare il massimo sfruttamento possibile e in Sud Africa
si attua prima un meccanismo poi si attua il secondo e poi si
attuano tutti e due contemporaneamente. Allora quando Edgardo
parlava della grande diaspora che serve per distruggere le
basi di una società che ha una storia millenaria, che ha
delle sue tradizioni, una sua concezione di vita, una sua
forza per affrontare il quotidiano che è totalmente diversa
da quella dei colonizzatori, quindi che si propone totalmente
come modello alternativo e non può almeno di essere
totalmente piegata fare diversamente, pensavo come in Sud
Africa questo fosse successo in una primissima fase. Poi ad
un certo punto dello sviluppo della politica dell'apartheid,
quindi di questo sfruttamento interno, si fa l'esatto
contrario cioè si ritiene di aver sbagliato tutto, tutti gli
abitanti di questo paese hanno diritto a recuperare tutte le
tradizioni culturali, di società, di metodi di produzione, di
modo di pensare, di lingua e di tradizione, compresa la
tradizione tribale del re dio e quindi è necessario
progettare una divisione. Cioè non più la diaspora, ma il
concentramento; il termine qui va inteso in senso stretto,
perché poi questa politica diventa politica territoriale,
diventa la politica per cui si dice questo fazzoletto di
territorio appartiene al popolo Zulu, il popolo Zulu deve
stare tutto in questo fazzoletto di territorio. Tale spazio
però non può contenere il popolo Zulu che conta circa sette
milioni di persone, allora ogni singolo fazzoletto di
territorio all'interno del territorio degli altri che poi
sono i bianchi, conterrà il popolo Zulu.
Questa cosa avviene, in una fase, addirittura quartiere per
quartiere. Nello stesso posto di lavoro, il singolo reparto è
tutto di un particolare gruppo etnico e la stessa cosa
avviene in tutti i meccanismi della società. In questo modo
si afferma il meccanismo del “divide et impera” per cui il
dominatore molto debole come presenza numerica, molto debole
come strutture di dominio, può comunque garantirsi
una parte in più, un surplus di potere, dalle lotte per
rivendicare la propria appartenenza ad un gruppo di tutti
questi gruppi incrociati. In secondo luogo c'è un altro
meccanismo che entra in gioco: con questo sistema, attuato in
un certo momento, non ai primordi della colonizzazione, si
spezza il normale processo di formazione di una nazione
africana, in sostanza la divisione garantisce anche il fatto
che non si crei mai una vera nazione africana che rivendichi
un diritto di direzione di questo paese. Allora credo che
l'aspetto principale del comprendere il futuro da questi
meccanismi sia legato intorno ad una singola questione che le
riassume tutte. Credo che il processo che si è determinato
nella fusione di questi due tipi di spoliazione, la
spoliazione appunto intensiva o quella estensiva del dominio
interno, abbia creato un gravissimo meccanismo di
frustrazione totale delle popolazioni africane, della
impossibilità operativa concreta di formare una nuova classe
dirigente. I gruppi sociali dopo la fase di lotta politica,
dopo la fase di affermazione dei propri diritti sui terreni
sindacali della dignità, non hanno poi in mano nulla, se non
questo patrimonio di lotte.
Secondo me intorno alla
questione della formazione culturale avviene quello che è
oggi ancora il meccanismo principale di spoliazione di questi
paesi, ovvero si continua a dominarli, dominando la
formazione del pensiero e della cultura in modo che non si
possa mai formare una classe dirigente. Quando per esempio le
lotte all'interno del Sud Africa hanno portato alla fine
dell'apartheid, hanno portato anche ad un cambio di direzione
politica. Ma ancora oggi in Sud Africa non esiste una nuova
classe dirigente o meglio esiste una nuova classe dirigente
politica che è quel gruppo di persone che nei decenni di
lotte hanno costruito una cultura politica e
dell'organizzazione, conoscono il problema del proprio
quartiere, del proprio ghetto, sanno come affrontarli
praticamente, ma non è una forza di direzione palese. E
questo è il meccanismo principale adottato dai colonizzatori:
spoliazione totale delle risorse, creazione di una coscienza
bassissima, che non possa proporsi come coscienza
alternativa.
A questo proposito il meccanismo scolastico sudafricano è
tipico. Ovviamente, mi riferisco alla scuola per semplicità,
perché permette di capire determinati meccanismi. Dal 1953,
il momento di svolta del Sud Africa, comincia a stratificarsi
un ceto dirigente nazionale boero , che è nazionale in senso
stretto, perché mentre la parte inglese si riconosce
nell'impero britannico, invece questa parte non ha
nient'altro in cui riconoscersi, non ha una terra a cui
ritornare e considera il Sud Africa ormai patria sua,
comincia a strutturare una politica nuova, che è una politica
di apartheid terribile. La prima legge che viene fatta è il
Bantu Education Act, la legge sull'educazione bantu. Viene
stabilito che per principio deve esserci una educazione
separata, diversa e si fa sempre appello alla diversità,
infatti a una certa istruzione, a un certo lavoro si può
accedere solo se si è appartenenti a una certa razza. E da
questa legge, deriva poi una caratteristica tutta sudafricana
che è quella della burocratizzazione di ogni passaggio della
vita pubblica, perché ovviamente una follia culturale come la
divisione delle scuole a seconda della razza e di razze che
spesso non esistono, devono essere gestite in qualche modo.
Si creano quindici ministeri, che sul territorio controllano
l'apparato scolastico. Dieci di essi sono destinati alla
popolazione africana e gli altri si occupano territorialmente
delle altre cosiddette razze: cioè dei
bianchi degli indiani e dei “coulored”.
Ora la popolazione nera del Sud Africa è di 39 milioni di
abitanti, la popolazione in età scolare (inteso come scuola
dell'obbligo) è intorno ai 6 milioni di bambini, a oggi la
frequenza totale fino al quattordicesimo anno di età è di
circa 130.000 unità, cioè su sei milioni di bambini africani
130.000 vanno a scuola. E questa cosa è il frutto di un
quarantennio di formazione improntata a questo tipo di
educazione. Ovvero si stabilisce che a seconda delle razze
c'è anche un trattamento diverso delle singole scuole. Il
trattamento diverso in cosa consiste?
La scuola è libera e gratuita, per i bianchi ovviamente, gli
altri la devono pagare .
Si stabilisce che a un certo tipo di scuola deve
corrispondere un certo livello di studio, il problema è che
se non si ha l'opportunità di accedere ai livelli più bassi
della scuola tanto meno se ne avrà di accedere ai livelli
superiori, anche perché il fatto di dovere andare a una
scuola privata, per la popolazione africana del Sud Africa è
un limite fortissimo, è uno dei primi limiti che fa si che ci
siano solo 130.000 studenti su 6 milioni di popolazione
scolare. Non solo, lo stato investe nelle scuole, in tutte
le scuole, il particolare è che investe circa 12 volte di
più, per spesa procapite per bambino nelle scuole per i
bianchi, gratuite, che non nelle scuole per gli africani,
che sono a pagamento.
Poi va preso in considerazione il livello degli insegnanti.
In una scuola ovviamente il rapporto tra il singolo
insegnante e la classe che ha di fronte varia molto, varia
molto la possibilità di lavorare seriamente in un modo o
nell'altro. I rapporti tra le popolazioni scolastiche la
dicono anche qui molto lunga perché, questi sono dati
dell'87. Per la popolazione africana la classe media era di
41 bambini, con punte fino a 60 bambini per classe in alcune
zone, la media dei bambini bianchi per classe era di 16.
Potrei citare altri dati simili ma sarebbe troppo lungo,
comunque, credetemi, tutti gli indicatori scolastici dicono
di una scarsissima possibilità di entrare a studiare
effettivamente per la popolazione africana, un altissimo
livello di abbandono, perché studiare costa troppo. Di un
bassissimo livello di formazione degli insegnanti, solo il
10% degli insegnanti africani ha un titolo di studio
superiore. Ovviamente perché per sopperire al numero delle
classi nelle zone cosiddette nere bisogna garantire la
presenza di un insegnante anche senza il titolo di
studio.
Tutta questa situazione porta a far si che praticamente
succeda questo: un bambino africano non ha diritto a studiare
in Sud Africa. Mi direte ne ha tanto meno in Sudan o in
Somalia, questo forse è vero ma non con questi stessi
rapporti. Perché quello che fa la vera differenza è che in
questo paese, la porta accanto, il quartiere accanto presenta
una situazione totalmente diversa. In questo paese convive
una realtà forsennata: come se Canada e Somalia fossero
incastrati fra loro.
Una situazione come questa porta poi ad un diffusissimo
analfabetismo che significa anche spoliazione delle proprie
tradizioni e della propria cultura. Ciò non avviene solo in
Sud Africa, ma la perdita della cultura, intesa ovviamente
nel senso più ampio del termine, è un comune denominatore di
molti altri paesi africani La reazione di fronte a questo
tipo di situazione, in particolare nell'Africa
settentrionale, è l'adesione all'Islam, ma non adesione
astratta verso un'idea e una filosofia, si tratta di adesione
a un modello culturale e di sviluppo, a un referente per la
propria vita che sappia dare una risposta
a questa situazione che non vede via d'uscita. So che il
salto è brusco, ma in realtà ciò che avviene in molti paesi
africani è una sorta di estremo tentativo di rivendicare la
propria cultura. L'Islam diviene così l'unica risposta ad un
mondo che si vede senza speranza. Anche perché si attua una
sorta di equazione che in parte è anche vera: l'occidente
rappresenta questa spoliazione, l'occidente ha rapinato
questi e li ha messi in condizioni di non reagire, l'Islam è
una forza antioccidentale, almeno nelle aspettative di
molti.
Ho introdotto questa questione per un motivo che mi preme
molto e riguarda storia giornalistica recente, vicende,
letture di quanto sta avvenendo col terrorismo soprattutto
algerino. Ho letto una frase che mi ha colpito molto, è di
Igor Man che pure considero un lettore intelligente delle
vicende arabe, il quale dice che durante la fase del
bipolarismo tra le due superpotenze est e ovest, il
Mediterraneo era considerabile come un fianco, oggi è
diventato un fronte. Allora in tutto ciò è racchiuso un
senso: noi occidente siamo messi in pericolo di fronte ad un
nemico nuovo, costituito da questo mondo di disperazione che
non è più solo il Sud del mondo come concetto generale e
anche un po' asettico, ma è un'idea forza che poi diventa
anche qualcosa di concreto, un nemico con cui confrontarsi in
termini militari in ogni momento.
Ma come si fa a non rendersi conto che l'occidente non è
occidente? Sembra un paradosso ma è di una banalità assoluta.
L'occidente non è una cosa unitaria che rappresenta tutti gli
abitanti di questo mondo. Io che per noi l'Islam avrebbe
potuto rappresentare una grossa possibilità. Credo che per
chi ritiene che sia assurdo pensare alla spoliazione e
all'esaurimento delle risorse di una parte del mondo fino ad
una drammatica implosione, l'Islam avrebbe potuto
rappresentare una speranza, e come esempio potremmo citare
quello della rivoluzione iraniana. Nel 1979 Komeini
all'inizio dell'anno a Parigi e ancora esule rappresenta una
speranza in quanto si fa propugnatore di una grande
rivoluzione nazionale, con lo scopo di democratizzare tutta
l'area. Questa cosa avviene veramente, perché tra il 1979 e
l'inizio dell'80, la rivoluzione iraniana ha veramente
luogo.
Pensate a questo fatto drammatico avvenuto solo qualche anno
dopo: l'Iran di Komeini che mette una taglia su Rushdie,
perché va assassinato colui che insulta la religione. Questo
stesso Islam era un Islam che in quella fase rappresentava il
massimo di speranze democratiche, di apertura culturale e di
possibilità. Avviene la rivoluzione iraniana che viene
considerata un pericolo drammatico e destabilizzante dagli
USA soprattutto, ma in generale dalle superpotenze che
nell'area controllano i loro settori di influenza e viene
scatenata contro l'Iran una guerra fratricida interaraba che
dura 8 anni e fa un numero spropositato di vittime attraverso
l'Iraq. Lo stesso Iraq con la stessa classe dirigente che poi
diventeranno il grande nemico dell'occidente in occasione
della guerra del Golfo.
Allora io credo che se a quel tempo si fosse colto quanto
questo mondo islamico fosse complesso e quanto avrebbe potuto
essere avvicinato in maniera del tutto diversa, senza farne
un discorso paternalistico, avremmo avuto una grande
occasione anche in occidente, spostando questo concetto
nemico del sud verso un'idea di collaborazione col sud, in un
grande quadro di rapporti di distensione internazionale. A
questo si poteva procedere come si è dimostrato un decennio
dopo.
Risponde Lorenzo Ruggiero
Quando Nelson Mandela è uscito di carcere dopo 27 anni credo
che tutti abbiamo avuto un momento di grande emozione. Due
anni dopo io comincio a nutrire qualche dubbio, sono convinto
che la fine simbolica di quella mostruosità chiamata
apartheid sia un grande elemento, una grande possibilità.
Sono altrettanto convinto che questa fase sia talmente
delicata, pur con Mandela presidente, che il rischio di
precipitare in un gorgo fatto di una cosa molto simile, ma
più raffinata sia altissimo. Il Sud Africa è stato
caratterizzato in quest'ultimo periodo da due fatti: una
grave difficoltà data da una situazione di grande
belligeranza, perché la guerra civile utilizzata negli ultimi
anni di regime bianco non è finita dura ancora oggi e
prosegue anche se in forme diverse e, secondo elemento, una
grande difficoltà di formazione di questa classe dirigente
che sappia occuparsi anche rapidamente di tanti problemi che
le vengono posti sul percorso. Un esempio per tutti: uno dei
primi atti di Mandela è stato dichiarare che non ci sarà un
grande processo di Norimberga in Sud Africa per i crimini
commessi da regime. E' un grande atto da statista perché vuol
dire non ci vendicheremo anche se ne avremmo il diritto, ma
questo non toglie che ci sia una sostanziale impunità di
assassini, che ci sia una sostanziale mancanza di giustizia,
non si può considerare che chi è responsabile di stragi,
massacri e torture possa restare impunito. Sicuramente oggi
nel paese c'è una diffusa richiesta di giustizia e questo mi
sembra un elemento di grande preoccupazione rispetto a quanto
sta avvenendo in questa fase di transizione.
Interviene Edgardo Pellegrini
Condivido le preoccupazioni di Lorenzo anche se mi sembra che
ci sia ancora una bella partita ancora in corso.
Sostanzialmente anche se il Sud Africa non è mai stato un
teatro di scontro tra Usa e URSS, infatti solo un'ala
dell'African National Congress ha tradizioni comuniste e che
comunque non aveva rapporti stretti con l'Unione Sovietica.
Paradossalmente quando crolla l'Unione Sovietica crolla anche
la tensione da parte del Partito comunista sudafricano e
termina il suo ruolo forte all'interno dell'African National
Congress di andare ad una radicale trasformazione della
società. Ma nello stesso tempo crollano anche alcune difese
che dovevano essere immediate contro alcuni meccanismi
spaventosi quali il Fondo monetario internazionale o la Banca
mondiale che danno prestiti soltanto se i governi prendono
misure impopolari e continuano a rubare solo a chi è già
stato derubato, soltanto se si forma una classe dirigente che
si arricchisce sulle spalle degli altri.
Fa molto male vedere che a Copenaghen in questo grande forum
su come salvare i poveri del mondo Nelson Mandela si rifiuta
di fare la conferenza insieme a Fidel Castro e si rifiuta
dicendo che lui parla contro il Fondo monetario
internazionale, io no.
Da un lato dunque c'è questo, da un altro però c'è il fatto
che per lo meno a partire dal grande massacro di Soweto,
quando ormai vent'anni fa, ha cominciato a formarsi dentro al
Sud Africa un tessuto organizzativo estremamente forte che si
è alimentato di successive campagne di sfida nei confronti
del governo, che ha creato dei sindacati indipendenti, molto
forti e molto seguiti tanto che oggi per nel parlamento di
transizione sono presenti venti di quelli che sono stati e
state le personalità più forti di questa fase di resistenza
degli ultimi anni. Ci sono degli scontri anche molto duri;
per esempio gli studenti neri dopo lunghe battaglie e un
formidabile sciopero generale che coinvolge anche la
popolazione bianca riescono ad entrare nella scuola che fino
a quel momento era rimasta assoluto privilegio dei bianchi
.
Un altro caso: si accetta che in una parte del Sud Africa
venga istituito un grande discarica di scorie radioattive di
tutto il mondo, immediatamente il sindacato dei chimici,
quello degli ospedalieri, il sindacato delle maestranze
dell'industria nucleare e il sindacato dei dipendenti
pubblici si fondono in un unico sindacato che paralizza con
uno sciopero generale la zona in cui le scorie dovrebbero
sbarcare. A questo punto il contratto viene stracciato dalle
autorità e le navi tornano indietro.
Allora ci sono pericolose tendenze di accettazione delle
regole del mercato mondiale che oggi non è cambio di merci ma
è cambio di titoli di borsa, vale a dire che in questo
momento si vive soltanto di speculazioni finanziarie. In un
mercato mondiale di questo tipo accettare le regole che
vengono date da chi sta comandando in questo momento è
abbastanza pericoloso però esiste questo tipo di
appiattimento, semmai si cerca di contrapporre al grande
sistema di affari bianco un altro sistema di affari nero, per
cui nasce la Tade corporation che è una compagnia nera,
all'interno della quale c'è una compagnia aerea, una
compagnia che produrrà la stragrande maggioranza dei libri di
scuola che dovranno essere fatti, ha una compagnia turistica,
ha il 30% dell'azienda che costruisce i telefonini, ha
cointeressenze economiche in compagnie di costruzione per le
abitazioni. C'è una cordata di neri ricchi che vuole fare il
capitalismo nero contrapposto a quello bianco. La Tade
corporativo ha una finanziaria che la controlla e consiglieri
di amministrazione della finanziaria sono N. Mandela e W.
Sisulu. Ciò ovviamente è incompatibile, però contro questa
cosa qui c'è anche un rafforzamento fortissimo del movimento
sindacale che dice noi non vogliamo che la Tade corporation
sia con i suoi fondi all'interno delle iniziative del
movimento sindacale, delle iniziative delle organizzazioni
non governative, perché questo comporterebbe la perdita degli
ideali di giustizia.
Avviene dunque che per una parte del gruppo dirigente che si
sta spostando sempre più rapidamente sul mito del libero
mercato, c'è una parte di questo gruppo dirigente che resiste
con battaglie politiche, che si oppone decisamente.
Il paradosso è che la costituzione del Sud Africa è una delle
costituzioni democratiche più avanzate che siano mai state
scritte al mondo. Tanto per cominciare è l'unica costituzione
del mondo che sessua il discorso. Quando deve dire il
presidente dice sempre il presidente lui o lei o quando deve
dire il direttore di una scuola dice sempre il direttore, la
direttrice, cioè accetta per la prima volta in una
costituzione il fatto che il mondo è formato da due generi il
che non è poco. C'è inoltre un piano di ricostruzione e
sviluppo che è un meraviglioso progetto economico e politico.
Chi dirige come ministro senza
portafoglio questo progetto è Yane Edu, un dirigente
sindacale ora tra i quaranta e i quarantacinque, che ha
creato nel Natal con i grandi scioperi degli anni settanta i
primi sindacati di opposizione al regime, dopo che negli
sessanta era stato distrutto il primo grande sindacato
sudafricano. Il problema sarà che tipo di appoggio popolare
ci sarà a quel progetto.
Quello che noi oggi possiamo fare qui per questo progetto è
una grossa battaglia contro la Banca mondiale, contro il
Fondo monetario internazionale, contro questo modo di gestire
il mondo. Cioè cercando di capire che è qua che è nato il
massacro nei loro confronti e è importante che da qui non
parta più questo nuovo massacro.
Su quali altri paesi poi accentrare la nostra attenzione. Io
penso che se Sud Africa e Angola potessero sfruttare
pienamente le loro risorse e avessero un aiuto internazionale
in tecnici volontari, con le ricchezze e le potenzialità di
questi due paesi si risolverebbe non solo il debito del terzo
mondo ma probabilmente si creerebbe un polo economico
trainante contrapposto a quello storico dell'occidente.
Sarebbe possibile cambiare la geografia storico politica del
mondo, mettendo a frutto queste ricchezze. Il problema è che
il vento soffia da un'altra parte. Se i rapporti di forza non
vengono cambiati sarà difficile cambiare la situazione
internazionale; se qui nel mondo occidentale non nascono
delle idee di solidarietà e di rispetto e non si torna a
meccanismi automatici per cui quando si sa che in un paese
c'è una feroce repressione si attuano delle proteste per
cercare di fermare quanto lì sta avvenendo. Quindi o si esce
dal torpore di essere telespettatori e telespettatrici e si
torna ad essere cittadine e cittadini oppure non potremo
aiutare nessun paese né dell'Africa ne dell'America Latina.
Perché il loro nemico è qui e noi possiamo dare una mano per
batterlo.
Domande e interventi dal pubblico
Se una volta a colonizzare il mondo furono le nazioni europee
adesso a me pare che una buona fetta di responsabilità ce
l'abbiano le multinazionali che però non sono delle entità
democratiche nel senso che sono difficilmente controllabili.
Allora come è possibile in questo caso dare una risposta?
Volevo fare una domanda di tipo storico nel senso che oggi è
difficile trovare in Africa una classe dirigente che non sia
stata distrutta dalla colonizzazione, s'è poi portato
l'esempio dell'Islam come possibilità di identità, però
l'Islam porta anche come conseguenza, almeno in alcune sue
manifestazioni, un certo integralismo e una certa chiusura.
Volevo allora chiedere non c'è qualche esempio nella storia
africana di classe dirigente; magari improntata ad
un'ideologia più laica, che possa essere anche presa come
spunto per una rinascita del continente africano?
Quanto secondo voi sarebbe utile un ripensamento
dell'organizzazione delle Nazioni Unite in quanto li si parla
di diritto allo sviluppo ma in modo incoerente, perché
infatti se poi vediamo come sono strutturate notiamo che il
Consiglio di sicurezza è in mano alle grandi potenze come
anche il Fondo monetario internazionale. Ecco io allora mi
chiedo come ci possa poi essere una redistribuzione equa
delle risorse quando chi dirige sono sempre le stesse nazioni
che hanno i grandi capitali.
Io volevo sapere qualcosa sui processi storici più o meno
recenti che hanno portato alla guerra civile in Rwanda.
Come seconda domanda perché secondo voi si parla così poco di
una situazione di colonizzazione africana che è quella
del Sahara occidentale che è un territorio occupato da uno
stato africano?
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Interviene Lorenzo Ruggiero
Classi dirigenti africane parto da lì per una risposta
brevissima. Giustamente hai detto che l'Islam almeno in una
sua parte è totalitario, giusto almeno in una sua parte nel
senso che l'Islam è un mondo complesso quanto è il mondo
Cristiano. L'ideologia di unificazione tra chiesa e stato
porta a delle applicazioni diverse a seconda delle forme di
stato che si dà. In teoria dovrebbe essere il credo religioso
che modifica le forme di stato e le modella a sé in realtà
avviene l'opposto. Di esempi se ne possono trovare molti: la
sciaria, la legge coranica, il taglio della mano, aspetti
raccapriccianti non stanno scritti nel Corano, il velo non sta
scritto nel Corano, sono forme di esasperazione attuate da un
potere autoritario.
Ci sono state delle classi dirigenti africane che sono state
classi dirigenti nascenti: il progetto nasseriano, pur
discutibile e contestabile per certi versi, è un processo
nazionalista di liberazione nazionale e di formazione di un
punto di riferimento che ha un dialogo con l'Islam e un
dialogo con altre culture e non era un progetto totalitario.
Volevo accennare anche ad un'altra cosa: non è vero che sono
le grandi potenze che determinano la politica delle Nazioni
Unite e quindi determinano le politiche di scacchiera, almeno
non più secondo me, ma sono appunto le grandi multinazionali.
Gli Stati Uniti sono il più grande debitore mondiale in
assoluto. Gli Stati Uniti devono moltissimo al Fondo monetario
internazionale, ma non detengono quei poteri forti
internazionali che muovono il Fondo monetario internazionale.
E i tasselli di questi grandi poteri forti sono nel mondo
finanziario occidentale: esempio mediobanca compartecipa con
grandi strutture giapponesi, statunitensi o di altri settori
del mondo in questi poteri forti.
La stessa Nestlè è una sorta di macchina da guerra
completamente radicata in un territorio e diretta dal mondo
della grande finanza.
Sarebbe dunque importante rivedere i limiti, i compiti e gli
interventi dell'ONU, soprattutto la struttura del Consiglio di
sicurezza, ma è un elemento di mediazione rispetto a questo in
realtà sarebbe l'intervento reale da fare cioè intervenire
alla radice sostanziale del problema, creando strutture di
cooperazione internazionale che non siano dipendenti dagli
stessi meccanismi finanziari degli stati.
Io per esempio credo tantissimo nel discorso di iniziative di
autosviluppo e di cooperazione, che pur essendo piccole
iniziative sono tuttavia un segnale perché insegnano che si
può vivere e creare ricchezza per tutti in modo diverso. Un
autentico movimento di cooperazione e autosviluppo potrebbe
essere qualcosa di veramente differente e di alternativo.
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Interviene Edgardo Pellegrini.
Veramente telegrafico sulle ultime due domande. Perché la
guerra civile in Rwanda? Sarebbe troppo lungo rispondere in
modo completo. Si può comunque dire che in gran parte
dell'Africa l'uomo che ha il fucile può o uccidere l'animale
da mangiare o uccidere un altro uomo o perché quell'altro uomo
potrebbe prendersi quell'animale o perché
se quello uccide un altro uomo riceve l'animale da qualcun
altro come risarcimento. C'è dunque questa pratica in Africa,
questa logica forsennata che deriva non solo dal colonialismo,
ma anche dalla pratica del colonialismo di usare da un certo
momento in poi le truppe mercenarie.
Perché poi si parla
così poco del problema del Sahara occidentale e dei suoi
rapporti col Marocco. Secondo me le notizie che escono sulla
gran parte dei giornali sono notizie che equivalgono a un
quinto o a un sesto delle notizie che ogni giorno vengono date
dalle agenzie e le notizie che vengono date dalle agenzie
equivalgono a un decimo o un ventesimo delle notizie
importanti che accadono nel mondo. C'è tutta une serie di
filtri per cui si danno certe notizie e non altre e certi
paesi a un certo punto scompaiono dalla faccia della terra
come se non fossero mai esistiti. Oserei dire che in questo
momento non si vuol dar fastidio al Marocco da parte della
stampa europea perché anche un personaggio infame quale Assam
II governa comunque un paese dove non c'è stato un grosso
sviluppo del fondamentalismo islamico e quindi viene
considerato come un esempio.
Ma anche io torno un attimo sul fondamentalismo islamico. Non
dei fondamentalisti islamici ma dei partiti islamici avevano
vinto le elezioni comunali in Algeria, dovevano avere i loro
sindaci e dovevano avere le loro amministrazioni. Con un colpo
di stato il governo li ha messi fuori legge, l'occidente ha
applaudito al governo democratico che metteva fuori legge gli
integralisti e quindi ha applaudito ad una cosa fatta contro
qualsiasi tipo di diritto. Se poi alcuni di questi partono per
la tangente e fanno le peggiori cose non sono certamente
giustificabili ma vediamo anche qual è la causa prima di
questo tipo di rivolta: elezioni legittime vinte da questi
partiti sono state annullate in quanto non è stato dato loro
il diritto, perché ribattezzati fondamentalisti, di assumere
le cariche a cui erano stati eletti.
Sulla faccenda delle multinazionali sono d'accordo con quanto
ha detto Lorenzo e quindi sostanzialmente su due assi diversi
Primo, se ci sono dei progetti di autosviluppo quelli si
possono riuscire ad aiutare con grande forza.
Secondo,
come ci si può contrapporre al potere delle
multinazionali? Difficile farlo se non si riesce a mettere in
piedi un'idea del mondo che vorremmo e se non incominciamo ad
operare per questo. Servono delle idee e dei progetti e serve
gente che li voglia fare. E' ovviamente un processo che ha i
suoi tempi.
Classi dirigenti importanti che ci sono state in Africa: c'è
stata una classe dirigente assolutamente bella che prima aveva
fatto un colpo di stato militare poi però si era sottoposta
alle elezioni e le aveva vinte: era stato il gruppo dirigente
del Madagascar. Hanno messo in mezzo i servizi segreti
francesi e li hanno fatti fuori.
Un altro gruppo dirigente era quello del Camerun, formato
soprattutto da comunisti che però non erano d'accordo con le
mille cose assolutamente inaccettabili che venivano proposte
sotto forma di collaborazione da parte dell'Unione Sovietica,
l'URSS li ha mollati è stata una buona occasione per
ammazzarli tutti. E' così eliminato uno dei gruppi dirigenti
africani più interessanti che si erano formati fra gli anni
‘50 e gli anni ‘60. L'altro grande gruppo dirigente che si è
formato è quello del Mozambico, in quel caso hanno fatto
cadere l'aereo di Samora Masce e dentro quell'aereo c'erano
quattro o cinque dei ministri più intelligenti e più
importanti del Mozambico. Ma nonostante questo l'avvio che c'è
stato in Mozambico di un discorso
integrato che i governi mozambicani avevano cercato di
realizzare fra neri, bianchi, meticci e indiani è stato molto
importante. Per questo motivo il Sud Africa cercava di
distruggere il Mozambico e finanziava la Renamo. Perché non
voleva mostrare che potesse funzionare un paese che aveva un
governo di questo tipo.
Oggi accade questo in Mozambico: l'apertura al mercato
occidentale ha permesso la nascita di una piccola casta molto
ricca, un ulteriore impoverimento dei più poveri e la
possibilità dell'arte di arrangiarsi con attività legali e
semilegali per la maggior parte della popolazione attiva. E'
una situazione abbastanza disperata, che però contiene anche
degli elementi di speranza perché per lo meno è finita una
lunghissima guerra civile. Il grosso guaio è che nel momento
in cui dal governo che finalmente è libero dalla guerra civile
ci si aspetta subito tutta una serie di miglioramenti, questi
miglioramenti non vengono. Ecco che allora le popolazioni del
nord e soprattutto il popolo Makua pensa che sarebbe meglio se
presidente non fosse il presidente Scisano, ma un ministro
makua. Ma anche i Makonde, grandi autori del tipo di scultura
che ispirò Pablo Picasso, etnia fondamentale nella liberazione
del Mozambico, vogliono maggiori assicurazioni per il loro
popolo. Così l'arrivo del libero mercato si trasforma spesso
in una sorta di lotta per avere il più possibile, non si crede
più nell'idea di unità nazionale e si ricade sull'etnia o
sulla religione. Sono il segno di una caduta per la mancanza
di un progetto applicabile. Sono questi dei drammi
grossissimi.
Vorrei chiudere citando Giampaolo Calchi Novati, grande
studioso dell'Africa, che nelle giornate contro l'apartheid
tenute a Roma qualche anno fa disse attenzione l'apartheid non
è residuo di un lontano e oscuro passato ma è una lusinga per
l'occidente su come regolare la questione dei diversi:
tossicodipendenti, immigrati, omosessuali. Saranno diversi i
ghetti per loro ma ci saranno e allora l'apartheid passa qui e
le pulizie etniche ci hanno già mostrato che è passato a pochi
chilometri da noi al di là dell'Adriatico
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