ALLA CONQUISTA DEL CONTINENTE NERO


  1. Intervento di PELLEGRINI
  2. Intervento di RUGGIERO
  3. Possiamo in questo momento cominciare a preoccuparci meno delle sorti del Sud Africa oppure no? E quali sono gli altri paesi dell'Africa su cui veramente bisognerebbe accentrare la nostra attenzione proprio per cercare di fare qualcosa?
  4. A me pare che una buona fetta di responsabilità [per la situazione dell'Africa] ce l'abbiano le multinazionali che però non sono delle entità democratiche nel senso che sono difficilmente controllabili. Come è possibile in questo caso dare una risposta?
  5. C'è qualche esempio nella storia africana di classe dirigente che possa essere anche presa come spunto per una rinascita del continente africano?
  6. Sarebbe utile un ripensamento dell'organizzazione delle Nazioni Unite? Come ci potra' essere una redistribuzione equa delle risorse quando chi dirige sono sempre le stesse nazioni che hanno i grandi capitali?
  7. Perché secondo voi si parla così poco di una situazione di colonizzazione africana che è quella del Sahara occidentale che è un territorio occupato da uno stato africano?
  8. Volevo sapere qualcosa sui processi storici più o meno recenti che hanno portato alla guerra civile in Rwanda.

EDGARDO PELLEGRINI (Giornalista del settimanale “Avvenimenti”)
Incominciamo subito a dire che la ricchezza, l'opulenza, che ha contraddistinto il nostro continente e che poi ha contraddistinto le grandi colonie del nostro continente, cioè prima quella che si sarebbe poi trasformata negli Stati Uniti d'America e anche quella di alcuni grandi paesi dell'America Latina, questa ricchezza viene dal sudore, dal sangue, dalla morte di qualcosa tra dieci e centottanta milioni di persone che sono state strappate attraverso secoli dal loro continente per essere portati a lavorare come schiavi e schiave. Quindi nei confronti dell'Africa possiamo anche essere profondamente contrari a quello che hanno fatto i nostri padri, i nostri nonni e i nostri bisnonni, ma qualche debito da pagare noi ce l'abbiamo.
La storia incomincia proprio quando 500 anni fa o più chi domina tutto il commercio delle spezie, dei profumi, delle stoffe in Europa sono due città italiane cioè Genova e Venezia che con carovane che passano verso l'Oriente acquisiscono questi prodotti li distribuiscono nel Mediterraneo e dal Mediterraneo penetrano all'interno dell'Europa. A un certo punto c'è una potenza europea non mediterranea che vorrebbe una fetta di questo commercio ed è il Portogallo e un re portoghese, Enrico detto il navigatore, che nel 1434 per la prima volta va a vedere cosa c'è in Africa con la speranza di trovare anche lì delle buone spezie e dei buoni tessuti. Quindi nel 1434 incomincia questa apparizione europea in Africa per andare a guadagnare qualche cosa.
Ma soltanto 19 anni dopo accade un fatto estremamente importante per la storia del mondo cioè la caduta di Costantinopoli, abbiamo nel 1453 l'Impero Turco che si estende su quella che era la strada per andare verso l'Asia e bisogna quindi trovare un altro modo per arrivarci, perché i Turchi non consentono il passaggio.
Allora l'unico modo possibile diventa quello di circumnavigare l'Africa. Solo che si credeva che l'Africa fosse molto più corta; le spedizioni ogni tanto avanzano si installano in un posto, fanno qualche scambio, ma poi ritornano indietro. Sarà soltanto nel 1487 che Bartolomeo Diaz doppia quello che lui chiama il Capo delle Tempeste, perché ci arriva in una notte di Natale di violentissima tempesta e la nave perde praticamente la bussola; quando finalmente la tempesta è finita si accorgono che il sole non sorge più a sinistra ma sorge a destra. Per la prima volta l'Africa è circumnavigata .
Nel frattempo però era accaduto che già nel 1485 un altro portoghese Juao de Paiva aveva creato, perché gli sembrava che le condizioni climatiche fossero buone, una piantagione di canna da zucchero nell'isola di Sao Tomè. Siccome non sapevano bene come spiegare alla gente in Portogallo che doveva andare in un'isola con un clima pessimo, con un sacco di zanzare, con molte malattie, per andare a lavorare, pensarono bene di mandarci quelli che i portoghesi chiamavano “usdregadados”, oggi diremmo i marginali che nella fattispecie erano i delinquenti comuni, le prostitute e gli Ebrei. Soltanto che era una fatica tale e c'era un clima talmente sfavorevole che questi morivano uno dopo l'altro.
Allora il problema era trovare qualcuno che fosse abituato a questi climi. Si comincia ad andare dai vari sultani della costa, che oggi chiamiamo Golfo di Guinea e che allora era la costa degli schiavi, chiedendo uomini per lavorare nelle piantagioni. I sultani rispondevano negando gli uomini del villaggio perché impegnati in varie attività utili. Ma vendevano i prigionieri ottenuti come bottino di guerra. E questi vengono pagati molto bene. Questi regni incominciano a capire che diventare trafficanti di schiavi poteva portare ad una grandissima ricchezza. Però per poter avere gli schiavi da vendere ai bianchi devono fare la guerra ai vicini. Ed ecco che quindi a partire da questa piccola piantagione di Sao Tomè incomincia un meccanismo di guerre a ripetizione all'interno dell'Africa, questo fenomeno in un primo momento interessa l'Africa occidentale e una parte del golfo di Guinea che poi arriva fino all'attuale Congo.
Tutto quanto c'era prima, stati molto ben strutturati, stati che avevano una loro amministrazione, che avevano per esempio quasi tutti la terra come bene comune, per cui la terra non era vendibile o acquistabile andava a rotazione a seconda dei bisogni alle famiglie o alle famiglie allargate che dovevano usarne, ha termine.
Il problema diventa dobbiamo rastrellare uomini da vendere ai bianchi la situazione cambia, incomincia a spaccarsi tutta la struttura dei regni antichi africani.
Nel XVI secolo ci si rende anche conto, perché ci sono più rapporti con l'Africa, che esistono oro, argento e avorio in grande quantità. Quindi c'è un primo utilizzo dei regni locali ( però vedremo molto meglio come questo accade invece più diffusamente a cavallo fra il XVIII e il XIX secolo) anche per acquisire minerali preziosi e avorio. Però fondamentalmente ancora nel 1600 i posti dove arrivano gli Europei devono servire come scali per poter continuare a fare la circumnavigazione dell'Africa, per arrivare lungo la via delle Indie all'Oriente e a prendere lì spezie, profumi, stoffe e tappeti.
Dopo i Portoghesi incominciano questa corsa gli Olandesi con appunto la compagnia delle Indie e qualche puntata in Africa cominciano a farla anche la Francia e l'Inghilterra. Naturalmente dopo il 1492, cioè dopo la scoperta dell'America, cambia assolutamente tutto perché lì il fatto che si era già verificato nell'isola di Sao Tomé si moltiplica.
Le popolazioni americane erano popolazioni abituate a vivere in strettissimo rapporto con la natura e seguendo fortissimamente i ritmi della natura; potevano essere nel Nevada oppure sui Grandi Laghi, quindi quasi in pianeti diversi, però il loro ciclo vitale era quello legato alla caccia o alla pesca o al raccolto. C'erano interi periodi dell'anno in cui si stava tranquilli nei propri villaggi a giocare e a fare l'amore, perché era il momento che si godeva quanto si era raccolto, quanto si era cacciato e pescato nei mesi precedenti.
Era un modo di vita estremamente umano e anche con dei grandi tempi di possibilità di godere del rapporto con le persone con cui si viveva abitualmente.
Presi e sbattuti nelle piantagioni gli Amerindi morivano uno dopo l'altro, non potevano sostenere i ritmi di 14-16 ore nelle piantagioni. Non solo; ma scappavano. Ora i primi insediamenti britannici, francesi, olandesi, spagnoli erano fatti da degli eserciti neanche grandissimi. E già gestire una situazione in cui c'erano 30 grandi coltivazioni di cotone o di canna da zucchero o di altro con 500 o 600 era possibile, ma non potevano correre dietro ai 15000 o 20000 Indiani che ogni anno scappavano e andavano via. Come fare a prenderli? Si rifugiavano presso un'altra tribù e lì facevano perdere le loro tracce.
Finché un giorno con una delle navi dei padri pellegrini arrivano Isabelle Pablo e altri undici neri che non erano più schiavi, che erano schiavi affrancati in Inghilterra, erano diventati servitori però con uno status di persone libere e che sentendo che al di là dell'oceano si stava creando un nuovo mondo con nuove grandi possibilità si erano iscritti ai registri per andare a lavorare in America.
Ma non erano neanche scesi dalla nave che i grandi proprietari avevano detto “E questi dove scappano?”. Se prima di neri in America non ce n'erano, da quel momento in poi tutti i neri che arriveranno in America saranno tutti e soltanto schiavi. Ecco risolto il problema di come fare le piantagioni. Ecco come era possibile scavare nelle miniere. Ecco come organizzare l'insieme dell'economia. Quindi quella che prima era la tratta degli schiavi, assolutamente ridotta, che poteva servire per l'isola di Sao Tomé o per qualche postazione coloniale sulla costa africana, diventa il mercato più grande mai fatto al mondo di carne umana.
Dieci milioni o 180 milioni? Dieci milioni sono sicuramente quelli che sono arrivati tra l'America del nord, i Caraibi e l'America meridionale. Il rapporto tra uno e diciotto è un rapporto troppo forte, ma c'è stato addirittura qualche storico che ha avanzato l'ipotesi di 300 milioni, il che significherebbe in tre secoli cento milioni a secolo, dieci milioni all'anno. Probabilmente questo numero è superiore a quello che era la popolazione dell'Africa di quel periodo. Mentre invece si arriva alla cifra di 180 milioni attraverso gli studi di un grande specialista della storia della tratta degli schiavi, un professore italo-brasiliano che si chiama Mario Maestro. Facendo il conto delle persone uccise prima della partenza, perché non volevano farsi portare via e c'erano delle grandissime lotte di resistenza e delle persone uccise sulle navi perché si ribellavano. Ci sono almeno tre o quattro storie formidabili di rivolte, due delle quali dirette da donne africane, che pigliano a un certo punto il comando della nave e che calano in acqua i negrieri e poi sono inseguite dalle navi inglesi e olandesi e poi calate a picco.
Poi bisogna considerare il problema delle navi affondate; infatti c'erano compagnie concorrenti fra loro. Ora se si deve arrivare sul mercato dei Caraibi con un carico di schiavi e se arrivano con questa nave 180 schiavi probabilmente sono venduti a un prezzo alto, ma se contemporaneamente arrivano altre quattro navi e gli schiavi cominciano a diventare fra 800 e 1000 si arriva ad un punto di saturazione del “mercato” e allora si deve abbassare il prezzo. Quindi ogni compagnia aveva accanto alle sue navi negriere le navi da guerra da schierare contro le navi delle compagnie avversarie e quello che facevano era colarle a picco con tutta la gente a bordo. Dopo di che una volta arrivati in terra americana c'erano altre rivolte, perché una delle cose più importanti inventate dai negrieri era questa: ho 10 persone che parlano la stessa lingua e che adorano gli stessi dei, una la vendiamo qua, una là, ma comunque a 300 KM di distanza in modo che comincino a perdere la loro identità. In modo che comincino a perdere la possibilità di parlare nella loro lingua, in modo che comincino a perdere i riti che fanno di loro una comunità e quindi creando volontariamente una diaspora di questa gente. La tratta diventa quindi il grande affare di tre secoli di storia.
Tranne nel caso del Sud Africa ancora per tutto il XVII e il XVIII secolo noi non abbiamo vero e proprio colonialismo di penetrazione e di insediamento, abbiamo colonialismo di rapina. Si piazza un forte, si crea una struttura portuale adeguata per ricevere delle navi, si corrompono alcuni capi locali della zona litoranea, perché comincino a fare i cacciatori di schiavi e poi vendano questi schiavi al potere bianco che si è installato in quel forte, che non ha nessun interesse di penetrare all'interno, pur conoscendo le immense ricchezze che vi sono contenute, perché il grande affare in quel momento è costituito dal commercio “della carne umana”. Il meccanismo è particolarmente devastante.

I Portoghesi che stavano a Baia de la Goa, che è l'attuale baia di Maputo avevano bisogno soprattutto di schiavi. Allora si erano messi d'accordo con alcuni capi locali, avevano chiamato alcuni soldati portoghesi per dare una mano ai capi locali che facevano queste scorrerie nell'interno. Ad un certo punto però la richiesta di schiavi era molto più alta di quanto riuscissero a fare e allora cominciarono a coinvolgere i capi locali dicendo abbiamo bisogno di schiavi e attorno c'erano dei regni molto strutturati, c'erano regni con una loro arte e cultura, con una loro architettura e una loro letteratura in gran parte orale, ma non solo. E c'era poi questa concezione del re, del capo che era molto diversa da quanto potesse essere la concezione dei re europei che noi vediamo nelle tragedie di Shakespeare. Il re era un qualcosa che univa il momento terreno al momento dell'al di là in forme di culto che erano quasi tutte culti degli antenati. Il re era il punto di riferimento tra la vita di oggi, la vita di ieri e siccome il re avrà figli e figlie sarà la continuazione della vita nel domani. Quindi quasi sempre il re veniva da una famiglia particolarmente importante, che di solito aveva alle sue origini una specie di re semidio. Dicendo re semidio lo dico con un'ottica nostra, con un'ottica greco romana. In Africa la cosa è più complicata, tra poche settimane esce in Italia il nuovo libro di Y. Soynka che spiega stupendamente che cosa è la metafisica degli Oruba, che sono uno dei popoli più importanti dal punto di vista culturale dell'Africa e a cui lo stesso Soynka appartiene.
Dunque il re veniva scelto all'interno di questa famiglia che aveva una sua storia e veniva scelto a seconda delle varie popolazioni da un gruppo di sacerdoti o da un gruppo di sacerdoti e di notabili e c'era un'elezione e presso alcuni popoli c'era un consiglio dove almeno uno dei componenti aveva il diritto di veto. Quindi un re ereditario e padrone di tutto assolutamente non esisteva. Il re non aveva una sua guardia del corpo nel senso che il re era come tutte le altre persone, persona da difendere in quanto appartenente alla comunità, una persona a cui si poteva anche contestare un errore e questo poteva essere fatto in un'assemblea di villaggio o in un'assemblea più ampia di rappresentanti di villaggio o poteva essere fatto all'interno della cerchia reale.
Quando però il problema diventa procacciare gli schiavi per i bianchi e quasi contestualmente portare l'avorio, allora servono corpi speciali abituati a cacciare uomini o elefanti. Si creano allora dei corpi speciali militarizzati che incominciano a elaborare tattiche di guerra nei confronti di altri popoli e nei confronti degli elefanti. (Uno dei fatti clamorosi di uno dei più importanti di questi re africani, re Sciaka degli Zulu, per cui si dice che le sue concezioni di combattimento sono paragonabili a quelle di Napoleone, ed è probabilmente vero solamente che provengono dalle stesse concezioni dei cacciatori di elefanti dentro il popolo Zulu.)
Nel momento in cui bisogna assoggettare delle popolazioni perché caccino elefanti per l'uomo bianco e poi perché una parte dei giovani vengano venduti ai bianchi che li faranno schiavi, bisogna sottomettere un intero popolo e il re presso un popolo sottomesso non è più l'uomo della comunità come era prima, è uno odiato dal popolo e quindi per la prima volta il re ha bisogno della sua guardia del corpo. Infatti Sciaka crea gli Imbokoto, che sono quello che per Cromwell in Inghilterra erano gli Ironside, cioè i fianchi di ferro, la guardia specifica per il re. Gli Imbokoto divisi in reggimenti, diventano la massa militare che strappa, in tutte le zone attorno a quello che era il nucleo centrale zulu, uomini, donne e avorio.
Poi viene fatto un altro passo in avanti e l'altro passo in avanti è che la colonia portoghese di Baia de la Goa incomincia ad avere tantissimi portoghesi, perché si trova in una zona abbastanza fertile e si possono organizzare delle fattorie con grandi possibilità di coltivazione di caffè, di zucchero e di anacardo. E allora tutta questa gente deve mangiare e mangia carne. A questo punto la richiesta dei portoghesi a re Sciaka e agli altri re della zona è: abbiamo bisogno di bestiame. Quindi la razzia si sposta; si mantiene ancora in parte il ritmo della tratta degli schiavi, si mantiene in minor parte la rapina dell'avorio, mentre invece con grande forza viene avanzata la richiesta di carne di bestiame: caprini e ovini.
E a questo punto non soltanto si devono conquistare nuovi paesi, ma si devono affamare nuovi paesi. Ecco che allora tutti i popoli li' attorno cominciano a scappare in tutte le direzioni; ecco le Fekane, cioè questa specie di grande fuga da tutte le parti rispetto all'espansione dell'impero Zulu, che porta ad ulteriori guerre tutto attorno, ad ulteriori distruzioni e che soprattutto porta alla polverizzazione totale di quelli che erano dei grandi e robusti regni e nella loro trasformazione in bande che vivono e lottano per la sopravvivenza; quindi a questo punto abbiamo la cancellazione di secoli di civiltà che si era sviluppata.
Poi agli inizi del XIX secolo e praticamente per tre quarti del XIX secolo c'è un approccio di tipo coloniale diverso, cioè si inviano dei coloni dal paese di origine perché coltivino la terra e perché creino un orto particolare che manda tutte le primizie. Questo viene fatto dalla Francia in Algeria, in parte nel Senegal, in Guinea e dall'Inghilterra in Ghana e in Nigeria.
Nel 1869 avviene un altro fatto molto importante: il taglio del canale di Suez. Allora tutta l'importanza che c'era prima di mantenere la via delle Indie non c'è più, perché si passa da Suez senza bisogno di circumnavigare l'Africa. Ecco che quindi diventa importante la zona del canale e così l'attenzione delle potenze europee si sposta prima di tutto sull'Egitto e immediatamente sotto su Etiopia, Sudan e Somalia.
Tuttavia l'inizio della corsa alla colonizzazione piena, vera e propria, l'abbiamo nel 1876 quando Leopoldo II re del Belgio avanza la pretesa di avere alcune colonie. Cala sul Congo con un esercito enorme e si impossessa dell'antico regno del Congo e ci trova subito rame e argento estraibili quasi senza scavare. Per la prima volta si ha la dimensione che le ricchezze dell'Africa, che già si sapeva ricca sono, molto ma molto più ingenti di quanto non si pensasse . Ecco che allora nel 1884 le potenze europee si mettono d'accordo su come si divideranno l'Africa. E' il congresso di Berlino. Il Portogallo avrà la possibilità di rafforzare ed estendere il suo dominio su Guinea, Capo Verde, Angola e Mozambico. Non soltanto avere le postazioni, i forti lungo le coste, ma avere anche la possibilità di penetrare anche all'interno di questi paesi. La Francia muovendo da Algeria e Senegal e dai forti che aveva in Guinea e dalla parte opposta in Somalia, progetta un dominio che congiunga tutti questi territori da un oceano all'altro. La Germania pensa invece di poter partire sostanzialmente dal Camerun per arrivare in Tanzania e il congresso di Berlino accetta la proposta tedesca. L'Inghilterra invece pensava invece di costituire una linea ininterrotta di possedimenti inglesi dal Cairo a Città del Capo. Quindi tutta l'Africa orientale. Anche perché avendo come colonia l'India poteva utilizzare le navi da combattimento ormeggiate nei porti indiani per battere chi si fosse opposto al suo progetto espansionistico in Africa, fossero essi africani o altre potenze europee che avessero cominciato a dare fastidio. Aggiungiamo che in India c'era un lavoro veramente semischiavistico nelle piantagioni da zucchero controllato dagli inglesi e che in Africa c'era molta possibilità di fare delle grandissime piantagioni da zucchero e che però in questo caso non si sarebbe dovuto utilizzare degli schiavi inesperti, bastava portare dall'India i contadini e i coltivatori di zucchero che c'erano già là. Infatti chi per primo difende quei contadini è Gandhi, la cui predicazione comincia in Sud Africa e continua in India. Questo per fare capire un attimo l'aspetto geografico della faccenda .
Naturalmente se tutti si buttano su un continente a un certo punto si devono pur scontrare e si arriva infatti al famoso incidente di Fascioda in Sudan nel 1898, quando le truppe inglesi si trovano di fronte per la prima volta le truppe francesi, si spara qualche colpo, ci si ritira ma soprattutto si capisce che non è possibile andare avanti in questa maniera, che bisogna mettersi d'accordo. Ecco che allora le cancellerie dei vari paesi europei prendono una carta geografica dell'Africa e un righello e in questo modo si tracciano dei nuovi confini degli stati africani non tenendo conto dei confini naturali, ma solo delle esigenze espansionistiche degli stati europei. Infatti tra un confine e un altro degli stati africani non ci sono montagne né fiumi. Di conseguenza gente che parla la stessa lingua e con le stesse tradizioni si trova ad essere dipendente una dalla Germania e l'altra dalla Francia o dall'Inghilterra e ad essere assimilati a costumi, a modi vita e a forme di governo, che sono loro completamente estranei e dall'altra parte gente appartenente allo stesso popolo rimangano per sempre divisi. Quindi si spaccano ulteriormente le identità nazionali. Salvo poi inventarsi che in Africa esistono i Bantu'. Ora Bantu è un gruppo linguistico, sarebbe come dire che in Italia esistono gli Indoeuropei, che d'altra parte esistono anche in Francia, in Spagna e in altri paesi europei.
In realtà si tratta di un gruppo linguistico molto ampio che comprende popolazioni gigantesche come i famosi Watussi e popolazioni pigmee, popolazioni monoteiste e popolazioni politeiste, popolazioni che hanno soltanto la religione degli antenati e non hanno veri e propri dei, popolazioni diverse anche nei costumi: chi pratica la poligamia, chi pratica la poliandria, chi invece ha la famiglia mononucleare. Ma vengono chiamati per comodità i Bantu.
Questo permetterà di raccontare una delle più grandi menzogne della storia e cioè che la prima tribù giunta nella provincia del Capo era una tribù bianca, cioè erano gli olandesi, perché i Bantu arrivarono dopo. Ma è pur vero che gente del ceppo Bantu linguistico bantu arriva dopo, ma le due grandi etnie dei Coli e dei San che non parlavano Bantu esistevano in Sud Africa attorno alla provincia del Capo 800 anni prima che arrivassero i bianchi. Quindi in questo caso i colonizzatori del Sud Africa hanno in questo caso riscritto la storia.

Per riprendere il discorso e concluderlo abbiamo dunque due tipi di colonialismo: uno di rapina e l'altro di insediamento la differenza non è poca perché per esempio quando si libera un paese dove ci sono pochissimi coloni ciò non crea grandi problemi. Quando invece nasce una lotta di liberazione in un paese come l'Algeria dove c'è stato un enorme popolazione portata lì come colonia di popolamento è chiaro che nasce una massacrante guerra civile, perché questa gente non sa più dove tornare.
Un'altra divisione è la divisione che c'è fra la politica dei colonialisti inglesi e tedeschi e quella di tutti gli altri. Questa politica degli inglesi e dei tedeschi era quella del comando indiretto “Indirect Rule”, cioè lasciamo che ci siano anche grandi entità statali, però devono accettare un governatore, devono associarsi alla corona britannica o allo impero tedesco, e dare un tot di uomini ed animali all'anno, ma poi possono fare come vogliono. Questa era sostanzialmente l'impostazione della Germania e dell'Inghilterra. C'è invece l'impostazione portoghese, spagnola, italiana e francese, che è quella di spaccare uno stato in tanti piccoli possedimenti affidati a singoli capi e spesso messi uno contro l'altro per poterli controllare tutti. Il massacro che sta avvenendo in Somalia dipende essenzialmente da come il colonialismo italiano ha spezzettato quelle che erano le tradizionali grandi famiglie delle Somalia e le ha scagliate una contro l'altra per poterle in questo modo dominare.

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LORENZO RUGGIERO
Volevo fermarmi su due aspetti perché mia ha colpito molto il titolo di questa serata soprattutto la sua l'apparente pretenziosità, perché questo “Guardare a sud per comprendere il futuro ”può dire tante cose, può dire che da quanto avviene nel sud del mondo si può delineare un futuro per il mondo, è sicuramente un grande tema, è molto ambizioso ed è molto vero tutto sommato. Questa storia dell'Africa è clamorosamente identica a sé stessa in ogni momento in cui si sviluppa. Cioè è identica oggi come era identica nei suoi primi momenti di sviluppo, anche se qualcosa è cambiato perché ovviamente la tecnologia piuttosto che la stratificazione di certi modelli qualcosa ha modificato. Ad esempio quando prima si parlava di una distinzione tra colonialismo di rapina e colonialismo stanziale che si insedia e che mette radici, a me veniva da pensare che in questi due termini, che sono apparentemente contrapposti, si salda poi quella che è la storia dell'Africa recente. Anche questo avviene fra fasce controllate indirettamente da una politica imperiale di alcune potenze. Ma soprattutto mi viene fatto di pensare come la storia del Sud Africa, di quel fondo del sacco africano, per come viene presentato nelle cartine, rappresenti in piccolo territorialmente, ma in grande come spessore storico-politico, tutta la storia coloniale.
Io parlo spesso, potrei dire sempre di Sud Africa. Una volta mi fu fatta una durissima contestazione: bisogna parlare del resto d'Africa e invece si parla sempre e solo del Sud Africa. Non è vero, del Sud Africa si è parlato molto poco in tutti questi anni e comunque se anche se ne fosse parlato tanto se ne sarebbe dovuto parlare di più, perché è un paese di assoluta particolarità. Infatti è l'unico paese al mondo dove si è sviluppato un colonialismo interno che è stato contestualmente di rapina e di insediamento, è il paese che per le sue caratteristiche di sviluppo, ancora oggi in questi giorni, è un paese che contiene in sé un paese del primo mondo e del terzo mondo. Ma non in maniera generica e un po' superficiale come si fa ogni tanto col linguaggio della politica, dicendo che nelle periferie urbane c'è il terzo mondo, che è vero come condizioni di vita, ma non è vero come sviluppo storico politico. In Sud Africa questo invece è vero storicamente, politicamente, economicamente, come condizioni di vita e di cultura.
Questo paese per i meccanismi virulenti adottati, per i meccanismi metastatizzati, cioè questo cancro dell'apartheid che è diventato un meccanismo di grande dominio tecnico economico, legislativo ha finito per configurarsi, non come un caso sporadico e isolato nella storia coloniale, ma come il caso in assoluto, come il caso che addirittura ha insegnato molto ad altri paesi ed è arrivato recentemente ad insegnare molto, in termini tecnici di gestione delle difficoltà e delle contrapposizioni economiche, al primo mondo avanzato e industrializzato.
Allora volevo soffermarmi su quella che ritengo la questione centrale quanto è accaduto dopo questo processo. Questi paesi vengono rapinati e insediati, si attuano dei meccanismi per realizzare il massimo sfruttamento possibile e in Sud Africa si attua prima un meccanismo poi si attua il secondo e poi si attuano tutti e due contemporaneamente. Allora quando Edgardo parlava della grande diaspora che serve per distruggere le basi di una società che ha una storia millenaria, che ha delle sue tradizioni, una sua concezione di vita, una sua forza per affrontare il quotidiano che è totalmente diversa da quella dei colonizzatori, quindi che si propone totalmente come modello alternativo e non può almeno di essere totalmente piegata fare diversamente, pensavo come in Sud Africa questo fosse successo in una primissima fase. Poi ad un certo punto dello sviluppo della politica dell'apartheid, quindi di questo sfruttamento interno, si fa l'esatto contrario cioè si ritiene di aver sbagliato tutto, tutti gli abitanti di questo paese hanno diritto a recuperare tutte le tradizioni culturali, di società, di metodi di produzione, di modo di pensare, di lingua e di tradizione, compresa la tradizione tribale del re dio e quindi è necessario progettare una divisione. Cioè non più la diaspora, ma il concentramento; il termine qui va inteso in senso stretto, perché poi questa politica diventa politica territoriale, diventa la politica per cui si dice questo fazzoletto di territorio appartiene al popolo Zulu, il popolo Zulu deve stare tutto in questo fazzoletto di territorio. Tale spazio però non può contenere il popolo Zulu che conta circa sette milioni di persone, allora ogni singolo fazzoletto di territorio all'interno del territorio degli altri che poi sono i bianchi, conterrà il popolo Zulu.
Questa cosa avviene, in una fase, addirittura quartiere per quartiere. Nello stesso posto di lavoro, il singolo reparto è tutto di un particolare gruppo etnico e la stessa cosa avviene in tutti i meccanismi della società. In questo modo si afferma il meccanismo del “divide et impera” per cui il dominatore molto debole come presenza numerica, molto debole come strutture di dominio, può comunque garantirsi una parte in più, un surplus di potere, dalle lotte per rivendicare la propria appartenenza ad un gruppo di tutti questi gruppi incrociati. In secondo luogo c'è un altro meccanismo che entra in gioco: con questo sistema, attuato in un certo momento, non ai primordi della colonizzazione, si spezza il normale processo di formazione di una nazione africana, in sostanza la divisione garantisce anche il fatto che non si crei mai una vera nazione africana che rivendichi un diritto di direzione di questo paese. Allora credo che l'aspetto principale del comprendere il futuro da questi meccanismi sia legato intorno ad una singola questione che le riassume tutte. Credo che il processo che si è determinato nella fusione di questi due tipi di spoliazione, la spoliazione appunto intensiva o quella estensiva del dominio interno, abbia creato un gravissimo meccanismo di frustrazione totale delle popolazioni africane, della impossibilità operativa concreta di formare una nuova classe dirigente. I gruppi sociali dopo la fase di lotta politica, dopo la fase di affermazione dei propri diritti sui terreni sindacali della dignità, non hanno poi in mano nulla, se non questo patrimonio di lotte.
Secondo me intorno alla questione della formazione culturale avviene quello che è oggi ancora il meccanismo principale di spoliazione di questi paesi, ovvero si continua a dominarli, dominando la formazione del pensiero e della cultura in modo che non si possa mai formare una classe dirigente. Quando per esempio le lotte all'interno del Sud Africa hanno portato alla fine dell'apartheid, hanno portato anche ad un cambio di direzione politica. Ma ancora oggi in Sud Africa non esiste una nuova classe dirigente o meglio esiste una nuova classe dirigente politica che è quel gruppo di persone che nei decenni di lotte hanno costruito una cultura politica e dell'organizzazione, conoscono il problema del proprio quartiere, del proprio ghetto, sanno come affrontarli praticamente, ma non è una forza di direzione palese. E questo è il meccanismo principale adottato dai colonizzatori: spoliazione totale delle risorse, creazione di una coscienza bassissima, che non possa proporsi come coscienza alternativa.
A questo proposito il meccanismo scolastico sudafricano è tipico. Ovviamente, mi riferisco alla scuola per semplicità, perché permette di capire determinati meccanismi. Dal 1953, il momento di svolta del Sud Africa, comincia a stratificarsi un ceto dirigente nazionale boero , che è nazionale in senso stretto, perché mentre la parte inglese si riconosce nell'impero britannico, invece questa parte non ha nient'altro in cui riconoscersi, non ha una terra a cui ritornare e considera il Sud Africa ormai patria sua, comincia a strutturare una politica nuova, che è una politica di apartheid terribile. La prima legge che viene fatta è il Bantu Education Act, la legge sull'educazione bantu. Viene stabilito che per principio deve esserci una educazione separata, diversa e si fa sempre appello alla diversità, infatti a una certa istruzione, a un certo lavoro si può accedere solo se si è appartenenti a una certa razza. E da questa legge, deriva poi una caratteristica tutta sudafricana che è quella della burocratizzazione di ogni passaggio della vita pubblica, perché ovviamente una follia culturale come la divisione delle scuole a seconda della razza e di razze che spesso non esistono, devono essere gestite in qualche modo. Si creano quindici ministeri, che sul territorio controllano l'apparato scolastico. Dieci di essi sono destinati alla popolazione africana e gli altri si occupano territorialmente delle altre cosiddette razze: cioè dei bianchi degli indiani e dei “coulored”.
Ora la popolazione nera del Sud Africa è di 39 milioni di abitanti, la popolazione in età scolare (inteso come scuola dell'obbligo) è intorno ai 6 milioni di bambini, a oggi la frequenza totale fino al quattordicesimo anno di età è di circa 130.000 unità, cioè su sei milioni di bambini africani 130.000 vanno a scuola. E questa cosa è il frutto di un quarantennio di formazione improntata a questo tipo di educazione. Ovvero si stabilisce che a seconda delle razze c'è anche un trattamento diverso delle singole scuole. Il trattamento diverso in cosa consiste?
La scuola è libera e gratuita, per i bianchi ovviamente, gli altri la devono pagare .
Si stabilisce che a un certo tipo di scuola deve corrispondere un certo livello di studio, il problema è che se non si ha l'opportunità di accedere ai livelli più bassi della scuola tanto meno se ne avrà di accedere ai livelli superiori, anche perché il fatto di dovere andare a una scuola privata, per la popolazione africana del Sud Africa è un limite fortissimo, è uno dei primi limiti che fa si che ci siano solo 130.000 studenti su 6 milioni di popolazione scolare. Non solo, lo stato investe nelle scuole, in tutte le scuole, il particolare è che investe circa 12 volte di più, per spesa procapite per bambino nelle scuole per i bianchi, gratuite, che non nelle scuole per gli africani, che sono a pagamento.
Poi va preso in considerazione il livello degli insegnanti. In una scuola ovviamente il rapporto tra il singolo insegnante e la classe che ha di fronte varia molto, varia molto la possibilità di lavorare seriamente in un modo o nell'altro. I rapporti tra le popolazioni scolastiche la dicono anche qui molto lunga perché, questi sono dati dell'87. Per la popolazione africana la classe media era di 41 bambini, con punte fino a 60 bambini per classe in alcune zone, la media dei bambini bianchi per classe era di 16. Potrei citare altri dati simili ma sarebbe troppo lungo, comunque, credetemi, tutti gli indicatori scolastici dicono di una scarsissima possibilità di entrare a studiare effettivamente per la popolazione africana, un altissimo livello di abbandono, perché studiare costa troppo. Di un bassissimo livello di formazione degli insegnanti, solo il 10% degli insegnanti africani ha un titolo di studio superiore. Ovviamente perché per sopperire al numero delle classi nelle zone cosiddette nere bisogna garantire la presenza di un insegnante anche senza il titolo di studio.
Tutta questa situazione porta a far si che praticamente succeda questo: un bambino africano non ha diritto a studiare in Sud Africa. Mi direte ne ha tanto meno in Sudan o in Somalia, questo forse è vero ma non con questi stessi rapporti. Perché quello che fa la vera differenza è che in questo paese, la porta accanto, il quartiere accanto presenta una situazione totalmente diversa. In questo paese convive una realtà forsennata: come se Canada e Somalia fossero incastrati fra loro.
Una situazione come questa porta poi ad un diffusissimo analfabetismo che significa anche spoliazione delle proprie tradizioni e della propria cultura. Ciò non avviene solo in Sud Africa, ma la perdita della cultura, intesa ovviamente nel senso più ampio del termine, è un comune denominatore di molti altri paesi africani La reazione di fronte a questo tipo di situazione, in particolare nell'Africa settentrionale, è l'adesione all'Islam, ma non adesione astratta verso un'idea e una filosofia, si tratta di adesione a un modello culturale e di sviluppo, a un referente per la propria vita che sappia dare una risposta a questa situazione che non vede via d'uscita. So che il salto è brusco, ma in realtà ciò che avviene in molti paesi africani è una sorta di estremo tentativo di rivendicare la propria cultura. L'Islam diviene così l'unica risposta ad un mondo che si vede senza speranza. Anche perché si attua una sorta di equazione che in parte è anche vera: l'occidente rappresenta questa spoliazione, l'occidente ha rapinato questi e li ha messi in condizioni di non reagire, l'Islam è una forza antioccidentale, almeno nelle aspettative di molti.
Ho introdotto questa questione per un motivo che mi preme molto e riguarda storia giornalistica recente, vicende, letture di quanto sta avvenendo col terrorismo soprattutto algerino. Ho letto una frase che mi ha colpito molto, è di Igor Man che pure considero un lettore intelligente delle vicende arabe, il quale dice che durante la fase del bipolarismo tra le due superpotenze est e ovest, il Mediterraneo era considerabile come un fianco, oggi è diventato un fronte. Allora in tutto ciò è racchiuso un senso: noi occidente siamo messi in pericolo di fronte ad un nemico nuovo, costituito da questo mondo di disperazione che non è più solo il Sud del mondo come concetto generale e anche un po' asettico, ma è un'idea forza che poi diventa anche qualcosa di concreto, un nemico con cui confrontarsi in termini militari in ogni momento.
Ma come si fa a non rendersi conto che l'occidente non è occidente? Sembra un paradosso ma è di una banalità assoluta. L'occidente non è una cosa unitaria che rappresenta tutti gli abitanti di questo mondo. Io che per noi l'Islam avrebbe potuto rappresentare una grossa possibilità. Credo che per chi ritiene che sia assurdo pensare alla spoliazione e all'esaurimento delle risorse di una parte del mondo fino ad una drammatica implosione, l'Islam avrebbe potuto rappresentare una speranza, e come esempio potremmo citare quello della rivoluzione iraniana. Nel 1979 Komeini all'inizio dell'anno a Parigi e ancora esule rappresenta una speranza in quanto si fa propugnatore di una grande rivoluzione nazionale, con lo scopo di democratizzare tutta l'area. Questa cosa avviene veramente, perché tra il 1979 e l'inizio dell'80, la rivoluzione iraniana ha veramente luogo.
Pensate a questo fatto drammatico avvenuto solo qualche anno dopo: l'Iran di Komeini che mette una taglia su Rushdie, perché va assassinato colui che insulta la religione. Questo stesso Islam era un Islam che in quella fase rappresentava il massimo di speranze democratiche, di apertura culturale e di possibilità. Avviene la rivoluzione iraniana che viene considerata un pericolo drammatico e destabilizzante dagli USA soprattutto, ma in generale dalle superpotenze che nell'area controllano i loro settori di influenza e viene scatenata contro l'Iran una guerra fratricida interaraba che dura 8 anni e fa un numero spropositato di vittime attraverso l'Iraq. Lo stesso Iraq con la stessa classe dirigente che poi diventeranno il grande nemico dell'occidente in occasione della guerra del Golfo.
Allora io credo che se a quel tempo si fosse colto quanto questo mondo islamico fosse complesso e quanto avrebbe potuto essere avvicinato in maniera del tutto diversa, senza farne un discorso paternalistico, avremmo avuto una grande occasione anche in occidente, spostando questo concetto nemico del sud verso un'idea di collaborazione col sud, in un grande quadro di rapporti di distensione internazionale. A questo si poteva procedere come si è dimostrato un decennio dopo.

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DIBATTITO


Domanda dal pubblico
Volevo fare una domanda : parlando di Sud Africa possiamo in questo momento cominciare a preoccuparci meno delle sorti di quel paese oppure no?
E la seconda parte di questa domanda è: quali sono gli altri paesi dell'Africa su cui veramente bisognerebbe accentrare la nostra attenzione proprio per cercare di fare qualcosa?

Risponde Lorenzo Ruggiero
Quando Nelson Mandela è uscito di carcere dopo 27 anni credo che tutti abbiamo avuto un momento di grande emozione. Due anni dopo io comincio a nutrire qualche dubbio, sono convinto che la fine simbolica di quella mostruosità chiamata apartheid sia un grande elemento, una grande possibilità. Sono altrettanto convinto che questa fase sia talmente delicata, pur con Mandela presidente, che il rischio di precipitare in un gorgo fatto di una cosa molto simile, ma più raffinata sia altissimo. Il Sud Africa è stato caratterizzato in quest'ultimo periodo da due fatti: una grave difficoltà data da una situazione di grande belligeranza, perché la guerra civile utilizzata negli ultimi anni di regime bianco non è finita dura ancora oggi e prosegue anche se in forme diverse e, secondo elemento, una grande difficoltà di formazione di questa classe dirigente che sappia occuparsi anche rapidamente di tanti problemi che le vengono posti sul percorso. Un esempio per tutti: uno dei primi atti di Mandela è stato dichiarare che non ci sarà un grande processo di Norimberga in Sud Africa per i crimini commessi da regime. E' un grande atto da statista perché vuol dire non ci vendicheremo anche se ne avremmo il diritto, ma questo non toglie che ci sia una sostanziale impunità di assassini, che ci sia una sostanziale mancanza di giustizia, non si può considerare che chi è responsabile di stragi, massacri e torture possa restare impunito. Sicuramente oggi nel paese c'è una diffusa richiesta di giustizia e questo mi sembra un elemento di grande preoccupazione rispetto a quanto sta avvenendo in questa fase di transizione.

Interviene Edgardo Pellegrini
Condivido le preoccupazioni di Lorenzo anche se mi sembra che ci sia ancora una bella partita ancora in corso.
Sostanzialmente anche se il Sud Africa non è mai stato un teatro di scontro tra Usa e URSS, infatti solo un'ala dell'African National Congress ha tradizioni comuniste e che comunque non aveva rapporti stretti con l'Unione Sovietica. Paradossalmente quando crolla l'Unione Sovietica crolla anche la tensione da parte del Partito comunista sudafricano e termina il suo ruolo forte all'interno dell'African National Congress di andare ad una radicale trasformazione della società. Ma nello stesso tempo crollano anche alcune difese che dovevano essere immediate contro alcuni meccanismi spaventosi quali il Fondo monetario internazionale o la Banca mondiale che danno prestiti soltanto se i governi prendono misure impopolari e continuano a rubare solo a chi è già stato derubato, soltanto se si forma una classe dirigente che si arricchisce sulle spalle degli altri.
Fa molto male vedere che a Copenaghen in questo grande forum su come salvare i poveri del mondo Nelson Mandela si rifiuta di fare la conferenza insieme a Fidel Castro e si rifiuta dicendo che lui parla contro il Fondo monetario internazionale, io no.
Da un lato dunque c'è questo, da un altro però c'è il fatto che per lo meno a partire dal grande massacro di Soweto, quando ormai vent'anni fa, ha cominciato a formarsi dentro al Sud Africa un tessuto organizzativo estremamente forte che si è alimentato di successive campagne di sfida nei confronti del governo, che ha creato dei sindacati indipendenti, molto forti e molto seguiti tanto che oggi per nel parlamento di transizione sono presenti venti di quelli che sono stati e state le personalità più forti di questa fase di resistenza degli ultimi anni. Ci sono degli scontri anche molto duri; per esempio gli studenti neri dopo lunghe battaglie e un formidabile sciopero generale che coinvolge anche la popolazione bianca riescono ad entrare nella scuola che fino a quel momento era rimasta assoluto privilegio dei bianchi .
Un altro caso: si accetta che in una parte del Sud Africa venga istituito un grande discarica di scorie radioattive di tutto il mondo, immediatamente il sindacato dei chimici, quello degli ospedalieri, il sindacato delle maestranze dell'industria nucleare e il sindacato dei dipendenti pubblici si fondono in un unico sindacato che paralizza con uno sciopero generale la zona in cui le scorie dovrebbero sbarcare. A questo punto il contratto viene stracciato dalle autorità e le navi tornano indietro.
Allora ci sono pericolose tendenze di accettazione delle regole del mercato mondiale che oggi non è cambio di merci ma è cambio di titoli di borsa, vale a dire che in questo momento si vive soltanto di speculazioni finanziarie. In un mercato mondiale di questo tipo accettare le regole che vengono date da chi sta comandando in questo momento è abbastanza pericoloso però esiste questo tipo di appiattimento, semmai si cerca di contrapporre al grande sistema di affari bianco un altro sistema di affari nero, per cui nasce la Tade corporation che è una compagnia nera, all'interno della quale c'è una compagnia aerea, una compagnia che produrrà la stragrande maggioranza dei libri di scuola che dovranno essere fatti, ha una compagnia turistica, ha il 30% dell'azienda che costruisce i telefonini, ha cointeressenze economiche in compagnie di costruzione per le abitazioni. C'è una cordata di neri ricchi che vuole fare il capitalismo nero contrapposto a quello bianco. La Tade corporativo ha una finanziaria che la controlla e consiglieri di amministrazione della finanziaria sono N. Mandela e W. Sisulu. Ciò ovviamente è incompatibile, però contro questa cosa qui c'è anche un rafforzamento fortissimo del movimento sindacale che dice noi non vogliamo che la Tade corporation sia con i suoi fondi all'interno delle iniziative del movimento sindacale, delle iniziative delle organizzazioni non governative, perché questo comporterebbe la perdita degli ideali di giustizia.
Avviene dunque che per una parte del gruppo dirigente che si sta spostando sempre più rapidamente sul mito del libero mercato, c'è una parte di questo gruppo dirigente che resiste con battaglie politiche, che si oppone decisamente.
Il paradosso è che la costituzione del Sud Africa è una delle costituzioni democratiche più avanzate che siano mai state scritte al mondo. Tanto per cominciare è l'unica costituzione del mondo che sessua il discorso. Quando deve dire il presidente dice sempre il presidente lui o lei o quando deve dire il direttore di una scuola dice sempre il direttore, la direttrice, cioè accetta per la prima volta in una costituzione il fatto che il mondo è formato da due generi il che non è poco. C'è inoltre un piano di ricostruzione e sviluppo che è un meraviglioso progetto economico e politico. Chi dirige come ministro senza portafoglio questo progetto è Yane Edu, un dirigente sindacale ora tra i quaranta e i quarantacinque, che ha creato nel Natal con i grandi scioperi degli anni settanta i primi sindacati di opposizione al regime, dopo che negli sessanta era stato distrutto il primo grande sindacato sudafricano. Il problema sarà che tipo di appoggio popolare ci sarà a quel progetto.
Quello che noi oggi possiamo fare qui per questo progetto è una grossa battaglia contro la Banca mondiale, contro il Fondo monetario internazionale, contro questo modo di gestire il mondo. Cioè cercando di capire che è qua che è nato il massacro nei loro confronti e è importante che da qui non parta più questo nuovo massacro.
Su quali altri paesi poi accentrare la nostra attenzione. Io penso che se Sud Africa e Angola potessero sfruttare pienamente le loro risorse e avessero un aiuto internazionale in tecnici volontari, con le ricchezze e le potenzialità di questi due paesi si risolverebbe non solo il debito del terzo mondo ma probabilmente si creerebbe un polo economico trainante contrapposto a quello storico dell'occidente. Sarebbe possibile cambiare la geografia storico politica del mondo, mettendo a frutto queste ricchezze. Il problema è che il vento soffia da un'altra parte. Se i rapporti di forza non vengono cambiati sarà difficile cambiare la situazione internazionale; se qui nel mondo occidentale non nascono delle idee di solidarietà e di rispetto e non si torna a meccanismi automatici per cui quando si sa che in un paese c'è una feroce repressione si attuano delle proteste per cercare di fermare quanto lì sta avvenendo. Quindi o si esce dal torpore di essere telespettatori e telespettatrici e si torna ad essere cittadine e cittadini oppure non potremo aiutare nessun paese né dell'Africa ne dell'America Latina. Perché il loro nemico è qui e noi possiamo dare una mano per batterlo.

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Domande e interventi dal pubblico
Se una volta a colonizzare il mondo furono le nazioni europee adesso a me pare che una buona fetta di responsabilità ce l'abbiano le multinazionali che però non sono delle entità democratiche nel senso che sono difficilmente controllabili. Allora come è possibile in questo caso dare una risposta?

Volevo fare una domanda di tipo storico nel senso che oggi è difficile trovare in Africa una classe dirigente che non sia stata distrutta dalla colonizzazione, s'è poi portato l'esempio dell'Islam come possibilità di identità, però l'Islam porta anche come conseguenza, almeno in alcune sue manifestazioni, un certo integralismo e una certa chiusura. Volevo allora chiedere non c'è qualche esempio nella storia africana di classe dirigente; magari improntata ad un'ideologia più laica, che possa essere anche presa come spunto per una rinascita del continente africano?

Quanto secondo voi sarebbe utile un ripensamento dell'organizzazione delle Nazioni Unite in quanto li si parla di diritto allo sviluppo ma in modo incoerente, perché infatti se poi vediamo come sono strutturate notiamo che il Consiglio di sicurezza è in mano alle grandi potenze come anche il Fondo monetario internazionale. Ecco io allora mi chiedo come ci possa poi essere una redistribuzione equa delle risorse quando chi dirige sono sempre le stesse nazioni che hanno i grandi capitali.
Come seconda domanda perché secondo voi si parla così poco di una situazione di colonizzazione africana che è quella del Sahara occidentale che è un territorio occupato da uno stato africano?

Io volevo sapere qualcosa sui processi storici più o meno recenti che hanno portato alla guerra civile in Rwanda.

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Interviene Lorenzo Ruggiero
Classi dirigenti africane parto da lì per una risposta brevissima. Giustamente hai detto che l'Islam almeno in una sua parte è totalitario, giusto almeno in una sua parte nel senso che l'Islam è un mondo complesso quanto è il mondo Cristiano. L'ideologia di unificazione tra chiesa e stato porta a delle applicazioni diverse a seconda delle forme di stato che si dà. In teoria dovrebbe essere il credo religioso che modifica le forme di stato e le modella a sé in realtà avviene l'opposto. Di esempi se ne possono trovare molti: la sciaria, la legge coranica, il taglio della mano, aspetti raccapriccianti non stanno scritti nel Corano, il velo non sta scritto nel Corano, sono forme di esasperazione attuate da un potere autoritario.
Ci sono state delle classi dirigenti africane che sono state classi dirigenti nascenti: il progetto nasseriano, pur discutibile e contestabile per certi versi, è un processo nazionalista di liberazione nazionale e di formazione di un punto di riferimento che ha un dialogo con l'Islam e un dialogo con altre culture e non era un progetto totalitario. Volevo accennare anche ad un'altra cosa: non è vero che sono le grandi potenze che determinano la politica delle Nazioni Unite e quindi determinano le politiche di scacchiera, almeno non più secondo me, ma sono appunto le grandi multinazionali. Gli Stati Uniti sono il più grande debitore mondiale in assoluto. Gli Stati Uniti devono moltissimo al Fondo monetario internazionale, ma non detengono quei poteri forti internazionali che muovono il Fondo monetario internazionale. E i tasselli di questi grandi poteri forti sono nel mondo finanziario occidentale: esempio mediobanca compartecipa con grandi strutture giapponesi, statunitensi o di altri settori del mondo in questi poteri forti.
La stessa Nestlè è una sorta di macchina da guerra completamente radicata in un territorio e diretta dal mondo della grande finanza.
Sarebbe dunque importante rivedere i limiti, i compiti e gli interventi dell'ONU, soprattutto la struttura del Consiglio di sicurezza, ma è un elemento di mediazione rispetto a questo in realtà sarebbe l'intervento reale da fare cioè intervenire alla radice sostanziale del problema, creando strutture di cooperazione internazionale che non siano dipendenti dagli stessi meccanismi finanziari degli stati.
Io per esempio credo tantissimo nel discorso di iniziative di autosviluppo e di cooperazione, che pur essendo piccole iniziative sono tuttavia un segnale perché insegnano che si può vivere e creare ricchezza per tutti in modo diverso. Un autentico movimento di cooperazione e autosviluppo potrebbe essere qualcosa di veramente differente e di alternativo.
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Interviene Edgardo Pellegrini.
Veramente telegrafico sulle ultime due domande. Perché la guerra civile in Rwanda? Sarebbe troppo lungo rispondere in modo completo. Si può comunque dire che in gran parte dell'Africa l'uomo che ha il fucile può o uccidere l'animale da mangiare o uccidere un altro uomo o perché quell'altro uomo potrebbe prendersi quell'animale o perché se quello uccide un altro uomo riceve l'animale da qualcun altro come risarcimento. C'è dunque questa pratica in Africa, questa logica forsennata che deriva non solo dal colonialismo, ma anche dalla pratica del colonialismo di usare da un certo momento in poi le truppe mercenarie.
Perché poi si parla così poco del problema del Sahara occidentale e dei suoi rapporti col Marocco. Secondo me le notizie che escono sulla gran parte dei giornali sono notizie che equivalgono a un quinto o a un sesto delle notizie che ogni giorno vengono date dalle agenzie e le notizie che vengono date dalle agenzie equivalgono a un decimo o un ventesimo delle notizie importanti che accadono nel mondo. C'è tutta une serie di filtri per cui si danno certe notizie e non altre e certi paesi a un certo punto scompaiono dalla faccia della terra come se non fossero mai esistiti. Oserei dire che in questo momento non si vuol dar fastidio al Marocco da parte della stampa europea perché anche un personaggio infame quale Assam II governa comunque un paese dove non c'è stato un grosso sviluppo del fondamentalismo islamico e quindi viene considerato come un esempio.
Ma anche io torno un attimo sul fondamentalismo islamico. Non dei fondamentalisti islamici ma dei partiti islamici avevano vinto le elezioni comunali in Algeria, dovevano avere i loro sindaci e dovevano avere le loro amministrazioni. Con un colpo di stato il governo li ha messi fuori legge, l'occidente ha applaudito al governo democratico che metteva fuori legge gli integralisti e quindi ha applaudito ad una cosa fatta contro qualsiasi tipo di diritto. Se poi alcuni di questi partono per la tangente e fanno le peggiori cose non sono certamente giustificabili ma vediamo anche qual è la causa prima di questo tipo di rivolta: elezioni legittime vinte da questi partiti sono state annullate in quanto non è stato dato loro il diritto, perché ribattezzati fondamentalisti, di assumere le cariche a cui erano stati eletti.
Sulla faccenda delle multinazionali sono d'accordo con quanto ha detto Lorenzo e quindi sostanzialmente su due assi diversi Primo, se ci sono dei progetti di autosviluppo quelli si possono riuscire ad aiutare con grande forza.
Secondo, come ci si può contrapporre al potere delle multinazionali? Difficile farlo se non si riesce a mettere in piedi un'idea del mondo che vorremmo e se non incominciamo ad operare per questo. Servono delle idee e dei progetti e serve gente che li voglia fare. E' ovviamente un processo che ha i suoi tempi.
Classi dirigenti importanti che ci sono state in Africa: c'è stata una classe dirigente assolutamente bella che prima aveva fatto un colpo di stato militare poi però si era sottoposta alle elezioni e le aveva vinte: era stato il gruppo dirigente del Madagascar. Hanno messo in mezzo i servizi segreti francesi e li hanno fatti fuori.
Un altro gruppo dirigente era quello del Camerun, formato soprattutto da comunisti che però non erano d'accordo con le mille cose assolutamente inaccettabili che venivano proposte sotto forma di collaborazione da parte dell'Unione Sovietica, l'URSS li ha mollati è stata una buona occasione per ammazzarli tutti. E' così eliminato uno dei gruppi dirigenti africani più interessanti che si erano formati fra gli anni ‘50 e gli anni ‘60. L'altro grande gruppo dirigente che si è formato è quello del Mozambico, in quel caso hanno fatto cadere l'aereo di Samora Masce e dentro quell'aereo c'erano quattro o cinque dei ministri più intelligenti e più importanti del Mozambico. Ma nonostante questo l'avvio che c'è stato in Mozambico di un discorso integrato che i governi mozambicani avevano cercato di realizzare fra neri, bianchi, meticci e indiani è stato molto importante. Per questo motivo il Sud Africa cercava di distruggere il Mozambico e finanziava la Renamo. Perché non voleva mostrare che potesse funzionare un paese che aveva un governo di questo tipo.
Oggi accade questo in Mozambico: l'apertura al mercato occidentale ha permesso la nascita di una piccola casta molto ricca, un ulteriore impoverimento dei più poveri e la possibilità dell'arte di arrangiarsi con attività legali e semilegali per la maggior parte della popolazione attiva. E' una situazione abbastanza disperata, che però contiene anche degli elementi di speranza perché per lo meno è finita una lunghissima guerra civile. Il grosso guaio è che nel momento in cui dal governo che finalmente è libero dalla guerra civile ci si aspetta subito tutta una serie di miglioramenti, questi miglioramenti non vengono. Ecco che allora le popolazioni del nord e soprattutto il popolo Makua pensa che sarebbe meglio se presidente non fosse il presidente Scisano, ma un ministro makua. Ma anche i Makonde, grandi autori del tipo di scultura che ispirò Pablo Picasso, etnia fondamentale nella liberazione del Mozambico, vogliono maggiori assicurazioni per il loro popolo. Così l'arrivo del libero mercato si trasforma spesso in una sorta di lotta per avere il più possibile, non si crede più nell'idea di unità nazionale e si ricade sull'etnia o sulla religione. Sono il segno di una caduta per la mancanza di un progetto applicabile. Sono questi dei drammi grossissimi.
Vorrei chiudere citando Giampaolo Calchi Novati, grande studioso dell'Africa, che nelle giornate contro l'apartheid tenute a Roma qualche anno fa disse attenzione l'apartheid non è residuo di un lontano e oscuro passato ma è una lusinga per l'occidente su come regolare la questione dei diversi: tossicodipendenti, immigrati, omosessuali. Saranno diversi i ghetti per loro ma ci saranno e allora l'apartheid passa qui e le pulizie etniche ci hanno già mostrato che è passato a pochi chilometri da noi al di là dell'Adriatico

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