LUCI E OMBRE DELL'AFRICA: QUALE FUTURO?


  1. Intervento di Zordan
  2. Intervento di Monteno
  3. Come è possibile cambiare le cose se tutto va a ridursi in imbuto che si chiama ONU dove le cose non cambiano? Oggi l'ONU non mi sembra un'istituzione che risponda a questi requisiti e che svolga in maniera chiara i suoi compiti. Invece svolgono in maniera chiara il loro compito Banca mondiale e Fondo internazionale che pur avendo come obiettivi apparenti quelli di promuovere lo sviluppo hanno come obiettivi reali quelli di far profitti e di riversarli nelle nostre casseforti.
  4. Quando si dice che l'Africa scomparendo non causerebbe alcun problema al sistema economico mondiale, lo si dice perché si misura il suo commercio in termini di flussi monetari oppure anche il suo volume di esportazioni non conta proprio niente in confronto al flusso complessivo del commercio?
  5. Per Amnesty International: Cosa vuol dire denunciare i diritti umani senza denunciare i rapporti economici che oggi intercorrono fra i singoli paesi del Sud del mondo e la Banca mondiale o il Fondo monetario internazionale?
  6. Per Nigrizia: un approfondimento sulle cause di un mancato sviluppo dell'Africa?
  7. L'Islam aiuterebbe l'Africa a recuperare una sua propria identita`?

RAFFAELLO ZORDAN (giornalista del mensile “Nigrizia”)
Per parlare dei processi di democratizzazione in Africa bisogna avere presente un corollario che già credo sia emerso negli incontri precedenti ma che è bene sottolineare ancora. L'Africa non è più un continente che non ha più, come aveva venti o anche dieci anni fa, una valenza geostrategica molto forte e dunque interessa poco ai grandi giochi della politica e dell'economia mondiale. I giochi si fanno nell'area del dollaro del marco e dello yen, il resto conta veramente poco. Il valore dell'intero commercio africano nel mondo costituisce l'1,5%. Questo vuol dire che se l'Africa sparisse domani mattina i mercati non se ne accorgerebbero quasi.
Il fatto che però l'Africa abbia perduto valore geostrategico per le grandi potenze non significa che ciò non possa anche portare problemi in particolare per l'Europa. Infatti quando parliamo di processi di democratizzazione, quando parliamo di un'Africa che volta pagina come dice il titolo della conferenza, necessariamente ragioniamo con parametri che sono i nostri, cioè l'idea di una nazione che crea le condizioni per instaurare dei regimi partecipati e dunque va in una certa direzione. Questo purtroppo non succede, non è quello che sta avvenendo nel continente. C'è stato è vero all'inizio degli anni novanta un grande marasma. Faccio alcuni esempi: la caduta del regime di Menghistu in Etiopia, la fuga di Siad Barre, poi morto recentemente, dalla Somalia. Tutta una serie di paesi, dallo Zaire alla Costa d'Avorio, hanno innescato processi che noi abbiamo definito “le primavere africane” che vedevano realizzarsi questo tipo di situazione: i presidenti “padroni” della nazione venivano messi in discussione da movimenti di piazza e questi presidenti erano costretti in vari modi a decidere che dovevano patteggiare con la piazza. La piazza era l'élite di quei paesi che chiedeva partecipazione, che chiedeva di poter condividere una serie di decisioni. Sembrava che questo mutamento potesse veramente portare ad una svolta.
L'Africa uscita dalla colonizzazione è stata un'Africa che ha preso una strada che inizialmente pareva quella buona: sia che avesse le caratteristiche della competizione capitalista sia che fosse inserita dentro un'economia statale, sembrava che comunque potesse prendere una sua strada. Quasi tutti quei tipi di governo sono diventati vecchi, non hanno più rappresentato nulla. Così mentre questi ristretti gruppi di potere si arricchivano, la gran massa degli africani tornava ai punti di riferimento ancestrali: il clan e l'appartenenza etnica.
Così dopo la delusione seguita alla prima indipendenza, la svolta dei primi anni novanta sembrava prefigurare veramente una nuova indipendenza. Molti paesi tentavano di liberarsi dai regimi totalitari e uscivano fuori delle nuove élite, delle nuove realtà E per nuove realtà si intende appunto il binomio inscindibile democrazia- sviluppo. Infatti solo dove una buona parte della popolazione partecipa al potere c'è la possibilità di frenare la corruzione.
Tuttavia dopo questo periodo di iniziale euforia all'inizio degli anni novanta oggi in Africa il vero problema resta che lo scollamento vertice-base non è rientrato per nulla. Sono appena ritornato da un viaggio di lavoro nello Zaire e la cosa più impressionante è il fatto che quella gente vive sotto un regime assurdo, nel senso che Mobutu è un miliardario in dollari e la gente anche nella capitale fatica a mangiare una volta al giorno, un professore universitario viene pagato un dollaro al mese e i militari controllano tutte le posizioni chiave. A un occidentale che visita quel paese viene subito voglia di chiedersi come sia possibile che tutto ciò duri ormai da venti anni senza nessuno che si ribelli. Ma per ribellarsi o per innescare meccanismi diversi, bisogna avere la consapevolezza di dove si è e soprattutto non bisogna essere tenuti schiacciati per terra da un binomio molto potente: la miseria, che attenzione non è la povertà, la povertà è un termine sul quale si hanno ampi spazi di manovra, la miseria è proprio quella cosa che ti annichilisce, e l'oppressione spicciola, quella dei militari che dicono io ho il fucile e tu non ce l'hai, quindi stai fermo e tranquillo che le cose vanno avanti in questa maniera.
Anche lo Zaire 4 o 5 anni fa sembrava essere fra i capifila di questa primavera africana, solo che da ieri a oggi sono successe delle cose importanti. E' successo per esempio che noi in occidente non ci siamo tanto accorti di questa situazione, ma non noi come cittadini, ma i governi, l'Europa come entità che ha guardato all'Africa sempre col solito atteggiamento distratto e per esempio non si è accorta che la Francia ha continuato a fare i suoi interessi in Africa con grande disinvoltura: li ha fatti in Sudan, li ha fatti in Rwanda e in Burundi e li fa in Zaire e la cosa non desta nessuna preoccupazione. Così Mobutu può continuare a gestire quello che gestisce perché è sostenuto in qualche modo, non è biasimato e non è boicottato dalle potenze europee. Tuttavia la sconfitta di questi movimenti nati agli inizi degli anni novanta non è solo spiegabile col mancato appoggio da parte dell'occidente. Questi movimenti costituiti da insegnanti, artigiani, contadini e anche disoccupati, a un certo punto non si sono più ritrovati in mano una leva importante, infatti non sono riusciti a trovare alleati nell'esercito che in Africa ha ancora un grandissimo potere. Le opposizioni, coloro che hanno tentato questa rivoluzione democratica non sono riusciti ad entrare dentro questo meccanismo e a crearsi alleanze.
Un'altra cosa importante è che questi vecchi dittatori hanno ancora intatto il loro potere finanziario e quindi attraverso i soldi hanno potuto tener duro in questi anni e poi tornare a galla. Mobutu oggi è ancora pienamente installato al potere mentre due anni fa sembrava barcollante e abbandonato dai vecchi alleati. Ma quando uno ha i soldi è chiaro che riesce a recuperare le posizioni perdute anche attraverso la pratica della corruzione. Ovvio che tutti quei soldi sono illegali, frutto in particolare del contrabbando di diamanti di cui lo Zaire è particolarmente ricco.
Un altro elemento a cui bisogna accennare è che i partiti e i movimenti che hanno tentato di cambiare la situazione sono di profilo basso, cioè non abbiamo, tranne che in pochi casi, opposizioni in grado di far proposte politiche alternative forti. E anche nel caso fossero state in grado di farlo il loro programma si fermava subito, non aveva diffusione. Ciò perché la gran parte della popolazione di un paese africano è tagliata fuori, nel senso che non riceve un giornale, non riceve un programma radio e soprattutto non è coinvolta in quella che noi chiamiamo “la politica” .
Sembra strano che le cose siano così nel 1995, ma se ci si pensa bene non è tanto strano. Quando in un paese la maggior parte della popolazione lavora la terra a livello di sussistenza e rimane al minimo vitale, la sua preoccupazione è quella di sbarcare il lunario e non ha modo di ricevere ulteriori informazioni. Tutto ciò ha fatto e fa il gioco di chi ha in mano il potere. Le opposizioni non sono riuscite a risolvere questo problema anche perché non lo hanno affrontato. Ma se manca il coinvolgimento della popolazione manca anche la democrazia. Tuttavia in paesi in cui la vita di un individuo gira in pochi chilometri quadrati, questo coinvolgimento diventa veramente problematico.
Poi c'è un altro aspetto decisivo, si tratta di una scoperta che noi abbiamo fatto tanto tempo fa e che in Africa non è ancora stata fatta, si tratta della scoperta dell'individuo. Cioè l'idea che il gruppo, il quale certamente protegge e dà solidarietà, è però anche quello che livella l'individuo. Se qualcuno di voi è stato in Africa a fare cooperazione si sarà reso conto dell'importanza delle relazioni sociali, si tratta di relazioni tra individui in cui però il singolo non conta più. Si può dire che l'africano ragiona in questa maniera: io sono in quanto noi siamo. Ciò può anche essere inteso positivamente, perché significa superamento di individualismi esasperati. Quando però in una situazione di scarsità, l'iniziativa del singolo viene livellata costantemente verso il basso dal gruppo, ciò diventa un problema. Questo è un problema molto serio su cui, in questi ultimi anni, stanno riflettendo sia coloro che si occupano di Africa, sia gli stessi africani. L'inerzia sociale che si nota quando si gira per l'Africa è sicuramente causata da quegli elementi a cui accennavo prima: la miseria prima di tutto. Ma possiamo dire che la situazione è anche un po' autobloccata. Vorrei fare un esempio. Sarebbe come se in un paese nessuno prende l'iniziativa per lanciare un'associazione o un programma perché la sua famiglia, il suo clan di appartenenza lo frenano, in quanto inseriti in altre relazioni sociali che impongono altri tipi di scelte. Un altro esempio: uno apre un negozio, tutta la sua famiglia vive su quella attività, solo che finché sono 4 o 5 va bene, ma quando sono 30 o 40 diventa un problema, perché ogni membro si sente legittimato a prendere da quell'attività senza risarcire, senza pagare. Si originano così delle situazioni dove c'è un'economia senza produzione, dove i beni vengono continuamente divisi.
Dunque l'individuo non esiste, ma non esiste nemmeno il futuro, esistono solo il presente e il passato, gli africani non fanno calcoli, ma vivono giorno per giorno. Se si guarda bene questa situazione è esattamente il contrario di quella che viviamo noi che se non programmiamo la nostra vita ci sentiamo perduti. Anzi è necessario che programmiamo perché siamo inseriti in un contesto in cui se non si programma si è esclusi da tutto. Ma l'africano non ragiona affatto in questa maniera. L'africano tende a ripetere le azioni del passato. Quando parlo di africano parlo non dell'intellettuale, del professore universitario o dello studente, ma parlo della gran massa delle persone che vivono dentro questo sistema.
Questi sono quindi alcuni aspetti che magari potremo approfondire nella fase del dibattito: adesso mi avvio alla conclusione dicendo alcune cose.
In questi anni è emersa un'altra variabile in Africa che getta benzina sul fuoco, la conoscete perché ce l'avete di fronte agli occhi tutti i giorni ed è la questione islamica. Quello che impropriamente viene definito come fondamentalismo o integralismo che sono concetti legati più alla religione protestante o cattolica. Per l'Islam parlerei più di radicalismo, che significa credere in uno stato teocratico dal quale può discendere tutto, dove non c'è nessuna separazione fra ambito religioso e ambito statale. Dunque l'autorità politica per mezzo del libro sacro, il Corano, è anche autorità religiosa ed è in grado di intervenire in entrambi gli ambiti.
Questo fenomeno si particolarmente diffuso in questi ultimi anni in Africa: in Sudan dove c'è un regime islamico in guerra con le popolazioni del sud, in Egitto e in Algeria. Attenzione però che queste situazioni hanno delle caratteristiche diverse. In Sudan l'islamismo è andato al potere pur avendo avuto dall'inizio, dall'indipendenza, la possibilità di partecipare alla vita pubblica, in un secondo tempo gli islamici, quando hanno intravisto la possibilità di andare al potere da soli, hanno fatto il colpo di stato e hanno giocato la carta del potere assoluto. In Algeria invece il FIS, il partito islamico, aveva vinto le elezioni, anche perché il partito al potere, il Fronte nazionale di liberazione era diventato il simbolo dell'incapacità politica e della corruzione. Bene in questa situazione i partiti più radicali hanno trovato buon terreno e hanno avuto consenso. Il FIS aveva vinto le elezioni amministrative, stava vincendo quelle politiche è stato messo fuori legge e da qui si è innescata una spirale di violenza che ha portato l'Algeria sull'orlo della guerra civile.
Questa dunque un'altra situazione molto seria e complessa a cui era impossibile non accennare. Però la democrazia, quindi la possibilità per l'Africa di costruirsi dei regimi pacifici e a larga partecipazione popolare non è definitivamente tramontata e in questa direzione qualcosa è successo negli ultimi anni. In Sud Africa è finita una fase e ne è iniziata una completamente nuova: la coabitazione fra bianchi e neri e la possibilità di costruire un futuro veramente diverso. Se il Sud Africa non implode sarà un volano potentissimo per lo sviluppo e la pacificazione di tutta l'Africa australe. Vicino al Sud Africa abbiamo il Mozambico dove hanno fatto da poco le elezioni. E' stata una vicenda in cui per una volta l'ONU ha giocato un ruolo importante e positivo, è stato uno dei primi casi al mondo di processo di democratizzazione finanziato dalle Nazioni unite. Sono stati spesi infatti milioni di dollari per dare la possibilità ai movimenti della Renamo e del Frelimo di riconvertirsi da guerriglieri a partiti politici. E' un processo lungo, è cominciato, speriamo che continui, bisogna dire che finora sta funzionando.
Sempre in questo gruppo di stati in cui si stanno svolgendo processi di democratizzazione possiamo includere anche Etiopia ed Eritrea. Quest'ultima dopo una lotta trentennale contro l'Etiopia ha raggiunto l'indipendenza e sta avviandosi per la sua strada e l'Etiopia il prossimo sette maggio ha in programma le elezioni politiche. Attenzione perché sono realtà ancora molto fluide dove i principi della democrazia non si sono ancora completamente affermati e dove esistono comunque ancora spinte autonomiste assai forti.
Un altro paese dove sembra che il processo di apertura democratica stia funzionando è il Madagascar.
Ora dunque abbiamo visto sia le luci che le ombre dell'Africa di oggi, il problema è che tipo di atteggiamento possiamo noi tenere nei confronti di questa realtà. Ci sarebbe qui da aprire la grande questione della cooperazione internazionale, la grande questione della politica estera, non solo italiana ma direi europea e ci sarebbe da aprire la questione del ruolo che ciascuno di noi può giocare su questo scenario, perché non è vero che siamo spettatori ma siamo coinvolti e lo saremo sempre più in futuro. Quindi abbiamo il diritto dovere di essere informati e di informarci per intervenire.
Per ora mi fermo qui, spero nella fase del dibattito di poter chiarire queste e altre questioni. Grazie.

Torna all'indice

MARCO MONTENO (rappresentante di Amnesty International)
Sono rappresentante di Amnesty International, non sono un professionista ma partecipo a questa organizzazione come volontario e lavoro da alcuni anni nel coordinamento Africa.
All'interno di questo panorama di luci ed ombre di cui si è parlato nell'intervento precedente io vorrei inserirmi spiegando come in questi anni Amnesty ha lavorato sull'Africa. Penso che più o meno tutti voi sappiate che cos'è Amnesty e come generalmente lavora in difesa dei diritti umani laddove sono violati. In difesa per esempio dei prigionieri di opinione, persone che vengono imprigionate perché esprimono le loro idee. In questi casi l'attività di Amnesty è chiara: si scrive all'autorità di quel paese e si cerca di far uscire dalla prigione le persone che sono state imprigionate solo per come la pensano. Ma se il teatro è quello che si è delineato in questi ultimi anni in Africa e cioè paesi che sono stati sconvolti da guerre sanguinose, allora è risultato chiaro che i metodi di lavoro di Amnesty dovevano essere cambiati, in questa situazione Amnesty, all'interno dei confini del suo mandato, doveva ridefinire il suo ruolo. Quindi io adesso cercherò di spiegare come abbiamo lavorato in questi anni, soprattutto in relazione a quei paesi dove ci sono state delle guerre civili.
In generale si può dire che dove ci sono stati tentativi di avviare dei processi di pace, alcuni sono arrivati a buon fine, come è il caso del Mozambico, in altri paesi invece i processi si sono bloccati, per esempio in Angola dove la guerra civile è ripresa dopo il primo turno elettorale. Vi sono poi altri paesi dove il processo di pace non si è fermato, però ha segnato il passo.
Amnesty International è un'organizzazione non governativa costituita per lo più da persone volontarie che lavorano per la difesa dei diritti umani e in qualche modo, godendo di un prestigio internazionale per la sua imparzialità, è riuscita a ritagliarsi un ruolo diventando un interlocutore di governi interessati da queste crisi. Quindi in questo quadro Amnesty ha lavorato cercando di fornire una collaborazione e dare un contributo per la risoluzione di queste crisi. Come si è intervenuti. Anzitutto era necessario accettare un certo stato di cose, nel momento in cui c'erano per esempio delle missioni di pacificazione già avviate dalle Nazioni unite il referente potevano essere proprio l'ONU o magari organismi di stati, simili alle Nazioni unite, ma con valenza regionale. Per esempio c'è un'organizzazione che si chiama Organizzazione dell'unità africana oppure ci sono organismi regionali africani come quello che raggruppa i paesi occidentali dell'Africa. Anche perché si è capito che questi in molti casi potevano essere degli interlocutori più adeguati per risolvere problemi legati a singole regioni.
Io qui vi posso ricordare quali sono state alcune di queste missioni di pace. La Somalia sicuramente è il caso peggiore. E' chiaro infatti che quando c'è una carneficina in corso per una organizzazione come Amnesty è praticamente impossibile intervenire: infatti è difficilissimo reperire informazioni, è difficilissimo sapere a chi bisogna rivolgersi.
Vi sono stati anche casi diversi, positivi. Per esempio abbiamo parlato prima del Mozambico, poi c'è stata la missione ONU in Angola. Queste missioni internazionali gestite dall'ONU hanno uno scopo principale di tipo militare: creare un'interposizione tra le parti in lotta. Un secondo obiettivo che si pone l'ONU è quello di aiutare a costruire in questi paesi un ordine pubblico, quindi in queste missioni oltre che i militari veri e propri, vengono anche inviati dei poliziotti che hanno lo scopo di collaborare con la polizia locale. Quindi negli anni passati spesso Amnesty ha scritto ai governi che inviavano dei poliziotti nei paesi africani chiedendo che questi poliziotti venissero addestrati in modo da essere consapevoli di come rispettare i diritti umani.
L'altro aspetto, oltre a quello dell'ordine pubblico, era quello del sistema giudiziario di questi paesi, nel senso che il sistema della giustizia, dei tribunali, era, dopo una guerra civile durata molti anni, distrutto e polverizzato. Per esempio in questo momento in Rwanda moltissimo giudici e avvocati sono morti, sono stati uccisi. Quindi il problema è quello di ricreare stabilità in questi paesi, ciò può nascere solo da un rinnovato senso di fiducia nelle istituzioni. Ma questo senso di fiducia ci può essere solo se in qualche modo chi ha subito dei torti vede che poi i crimini vengono puniti. Quindi Amnesty ha cercato di sollecitare le Nazioni unite e i governi che inviavano degli aiuti nell'ambito di queste missioni affinché non venisse tollerata in alcun modo l'impunità per reati commessi. E quindi ha fatto delle richieste per esempio alla commissione diritti umani delle Nazioni unite perché venisse istituito un tribunale internazionale per giudicare questi reati. C'era già in effetti un tribunale internazionale che era stato costituito per la ex Jugoslavia, allora quello che si è fatto è stato estendere la giurisdizione di questo tribunale anche per i crimini che erano stati commessi nel Rwanda. Ora un tribunale di questo genere non potrà operare giudicando tantissimi casi. Si è valutato che potrebbe giudicare una trentina di casi in un anno, troppo poco rispetto a quello che è successo. Eppure è importantissimo aiutare questi popoli a ricostruire il sistema della giustizia. Allora si è proposto di inviare esperti di diritto di diversi paesi che possano essere affiancati a giudici ed avvocati locali.
Poi è chiaro che nell'ambito di un processo di riconciliazione nazionale c'è il problema di fare i conti con il passato. Quindi si pone la questione di varare delle leggi di amnistia. Pare che in questo momento in Angola una legge di amnistia sia stata approvata dal parlamento mentre in Sud Africa si sta incontrando qualche difficoltà. L'African National Congress non è d'accordo nel vare una legge di amnistia generalizzata, preferirebbe che una commissione esaminasse casi singoli. E su questo punto ci sono stati degli attriti fra De Clerk e Mandela.
Ovviamente punto finale di questi processi non possono che essere delle elezioni multipartitiche: ci sono state in Sud Africa e in Mozambico, tuttavia c'erano state anche in Angola, ma tutto ciò non aveva significato niente basta vedere quello che poi è accaduto dopo.
Oltre a ciò ci sono anche dei problemi di ordine più generale che comunque vanno anche risolti se si vuole riportare pace e stabilità in questi paesi. Vorrei accennare a due che mi sembrano fra i più importanti: il primo è il problema del flusso dei profughi. Adesso abbiamo in mente i profughi rwandesi e burundesi, sono centinaia di migliaia di persone che si spostano in quell'area dell'Africa centrale, non è un problema nuovo ma si può dire che è diventato più evidente con la fine dell'era coloniale. In anni recenti ci sono state delle riunioni di capi di stato di questi paesi che avevano preso delle risoluzioni . Cioè avevano mostrato una buona volontà per risolvere questi problemi e avevano fatto un dichiarazione ufficiale in cui si affermava anche il diritto ad ottenere una qualche forma di asilo e di integrazione nel paese di arrivo se c'era la volontà da parte del rifugiato E' chiaro allora che, da questo punto di vista, data la conoscenza del problema della regione, questi organismi regionali africani possono essere interlocutori più adeguati ed è per questo che Amnesty spesso si rivolge direttamente a loro L'altro problema è quello di difendere i diritti non delle persone che sono in prigione o delle persone che non ci sono più perché hanno perso la vita nei combattimenti, ma anche delle persone che sono state colpite da brutalità o da violenze e che generalmente tacciono. Prima si parlava per esempio delle donne. La voce delle donne è stata raccolta da Amnesty, infatti l'anno scorso il nostro coordinamento donne aveva organizzato un'azione di campagna per la violazione dei diritti avvenuta contro le donne di tutto il mondo. In particolare però questo è successo anche in Africa dove durante i combattimenti i militari si lasciavano andare a stupri e a brutalità contro le donne. Potrei citare l'esempio dell'Uganda dove questi fenomeni sono diffusi da più di vent'anni e dove però oggi il problema è ancora più grave perché l'Uganda è il paese che ha il più alto tasso di infezioni del virus dell'AIDS. Infatti in Uganda ci sono circa 100.000 morti di AIDS all'anno. Quindi il problema di uno stupro su larga scala non può far altro che amplificare questo fenomeno. Questi sono problemi che riguardano i diritti umani e che però hanno conseguenze in altri tipi di questioni, per esempio nel caso citato dell'Uganda il problema riguarda anche la salute pubblica.
In molti stati africani le autorità considerata la vastità e la gravità del problema stanno cercando di favorire una migliore considerazione dell'immagine della donna nella società.
Dunque cercando di sintetizzare quanto abbiamo detto fino a questo momento possiamo dire che la sensibilità per i diritti umani è cresciuta non solo nei paesi occidentali ma anche in Africa stessa dove sono sempre più numerosi gli interlocutori a cui ci si può rivolgere .
Una decina di giorni fa per esempio la regina Elisabetta ha visitato il nuovo Sud Africa, ci sono stati incontri con Mandela e ha partecipato a delle cerimonie per celebrare la prima giornata per i diritti umani che intendeva commemorare stragi di attivisti dei diritti umani avvenute tanti anni fa nel 1960. Questo è avvenuto in Sud Africa, ma anche in altri paesi africani stanno nascendo organizzazioni per i diritti umani che sono molto attive e costituiscono una speranza per il futuro dell'Africa.
Per esempio in Mozambico prima delle elezioni c'è stata una conferenza di donne del Mozambico per la pace, le quali si erano date un programma educativo: cioè educare la gente al rispetto dei diritti umani e civili. Anche la chiesa si è mostrata molto sensibile dando piena adesione a questa iniziativa. Ancora donne africane si sono riunite per prepararsi ad un vertice mondiale delle Nazioni unite che sarà organizzato quest'anno e avrà come tema centrale proprio quello della condizione della donna nella società contemporanea.
E' questo dunque il quadro in cui Amnesty ha giocato un ruolo in questi anni e nonostante la gravità della situazione ha ottenuto comunque dei risultati . Per tutto il 1994 abbiamo ricevuto molto materiale sul Rwanda, il nostro gruppo del coordinamento Africa ha lavorato molto su questa questione scrivendo appelli agli uomini di stato dei paesi interessati nel conflitto, alle fazioni ribelli o in lotta fra loro e alle persone che siedono nel Consiglio di sicurezza dell'ONU. In questi giorni si è acutizzato il problema del Burundi in cui, come purtroppo si prevedeva, una scintilla può fare scoppiare un incendio. Amnesty ha scritto al nostro Ministro degli esteri richiamando l'attenzione su quello che sta succedendo in questi giorni in Burundi, dove fra l'altro una delegazione di Amnesty International era in visita nei giorni scorsi e quindi sono stati testimoni diretti dello scoppio di questa nuova crisi. Addirittura sono stati anche testimoni di quello che succede nelle carceri: sono andati a visitare le carceri e hanno scoperto che ci sono degli strumenti che vengono utilizzati per infliggere delle terribili torture. La sorpresa più grossa è stata quella di scoprire che strumenti come quelli sono forniti alla polizia del Burundi dalla Francia nell'ambito di un piano di cooperazione militare che per di più prevede anche l'assistenza di tecnici in qualità di consiglieri presso le gendarmerie locali. Un tecnico addirittura risiedeva nei locali stessi della prigione, quindi non si capisce come un personaggio di questo tipo non potesse non essere a conoscenza delle torture praticate in questo carcere. Quindi i delegati di Amnesty appena rientrati a Londra hanno subito interpellato il governo francese chiedendo che i consiglieri inviati siano utilizzati per mantenere e comunque cercare di salvaguardare il rispetto dei diritti umani.
Un'altra cosa che Amnesty oggi chiede alla comunità internazionale è di agire con tempestività perché se solo si aspetta qualche giorno o settimana in più la crisi potrebbe assumere dimensioni come quelle dello scorso anno in Rwanda. In particolare quindi abbiamo chiesto al governo italiano di sostenere gli sforzi del commissario ONU per i diritti umani che recentemente ha deciso di aumentare il personale da due a trentacinque persone, ma spesso passano dei mesi perché queste persone possano essere veramente utilizzate perché mancano le risorse. Infine un'ultima richiesta che è stata fatta al governo è stata quella di sostenere la richiesta del Presidente del Burundi al Consiglio di sicurezza dell'ONU, affinché sia istituita una commissione internazionale d'inchiesta che indaghi su tutto quello che è successo in Burundi a partire dal colpo di stato dell'ottobre ‘93, da allora in Burundi infatti sono morte circa 50.000 persone.
Bene questo è un ulteriore esempio di come Amnesty lavora interpellando i governanti affinché si facciano latori di iniziative per fermare queste stragi e per cercare la via della cooperazione.

Torna all'indice


DIBATTITO

Interviene Raffaello Zordan
Volevo fare una domanda al rappresentante di Amnesty. Le varie questioni che Amnesty tratta sono importanti, servono a creare coscienza in tutto il mondo sulla questione dei diritti umani. Esiste un grosso problema ed è quello che la grande questione dei diritti è un problema transnazionale, cioè un problema che difficilmente può trovare una soluzione se viene trattato separatamente da ogni singolo stato. Tu adesso hai accennato alla questione che l'ONU ha poche risorse. La mia domanda allora è molto semplice: come è possibile cambiare le cose se tutto va a ridursi in imbuto che si chiama ONU dove le cose non cambiano? So che Amnesty non si pone obiettivi politici in senso stretto ma si è mai posta il problema che oggi nel mondo non esiste di fatto una vera forza transnazionale che sia democraticamente scelta e abbia una gestione democratica e che agisca in maniera paritaria nel mondo per far rispettare i diritti e per prevenire le guerre. Oggi l'ONU non mi sembra un'istituzione che risponda a questi requisiti e che svolga in maniera chiara i suoi compiti. Invece svolgono in maniera chiara il loro compito Banca mondiale e Fondo internazionale che pur avendo come obiettivi apparenti quelli di promuovere lo sviluppo hanno come obiettivi reali quelli di far profitti e di riversarli nelle nostre casseforti. Alla fine allora mi chiedo: chi è che si deve far carico di queste pressioni che noi cittadini facciamo e che Amnesty porta avanti e di cui si fa interprete?

Risponde Marco Monteno
A questa domanda vorrei rispondere non solo come rappresentante di Amnesty, ma anche a titolo personale. Amnesty ha una suo mandato che significa che si definiscono degli obiettivi e pragmaticamente si opera per il raggiungimento di questi obiettivi che sicuramente sono limitati, però ciò molto spesso permette di raggiungere risultati più concreti. Questo lo si misura meglio quando delle persone vengono liberate o un paese migliora la propria condizione. E' vero poi che gli organismi internazionali hanno dei problemi e possono non piacere. Però sono dei rappresentanti che comunque sono dei referenti a cui ci si può rivolgere con delle precise richieste. Quindi lo scopo resta sempre quello di rivolgersi all'ONU e alle persone che ne fanno parte, perché comunque possono prendere decisioni per esempio votando risoluzioni, lamentandosi e criticando quando le risoluzioni non piacciono. Quindi è vero che governi e ONU sono quello che sono ma Amnesty cerca di raccogliere il massimo risultato possibile con lo sforzo dei suoi soci.
Torna all'indice

Intervento dal pubblico
Vorrei fare una domanda che si riallaccia a quello che prima ha detto Raffaele: dicevi che l'Africa nel mondo conta l'uno per cento, d'altra parte però si parla anche di uno sfruttamento indiscriminato delle materie prime dell'Africa. Voglio allora capire se quando si dice che l'Africa scomparendo non causerebbe alcun problema, si dice così solo perché si misura il suo commercio in termini di flussi monetari, in dollari in particolare, oppure se forse anche il suo volume di esportazioni non contano proprio niente in confronto al flusso complessivo del commercio mondiale.

Interviene Raffaello Zordan
Sicuramente la questione dell'importanza geostrategica del continente negli anni passati era legata al fatto che alcune materie prime, prima che si inventassero le plastiche e prima che le monocolture invadessero tutti i paesi del Sud del mondo, si trovavano solo lì. Ma nel momento in cui le monocolture si diffondono e nel momento in cui i prezzi delle materie prime sono fatti nella borse degli stati occidentali, non c'è più per l'Africa alcuna possibilità di far valere la propria produzione.
Per esempio in Zaire, che era un grande produttore di caffè per via delle coltivazioni che erano state impiantate dai belgi, quest'anno hanno potuto vendere sul mercato il prodotto di quello che è rimasto di quelle coltivazioni perché in Brasile c'era stata una gelata l'anno scorso e i prezzi erano saliti e quindi quel poco caffè dello Zaire che ha raggiunto il mercato mondiale ha avuto una certa remunerazione.
Ma quando dico che l'Africa sul mercato mondiale vale nulla è perché proprio il mondo potrebbe farne a meno. Il petrolio per esempio c'è in Africa, però i grandi giacimenti di petrolio sono altrove e quindi del petrolio africano se ne può fare pure a meno.
La perdita di importanza dell'Africa è sicuramente di natura economica, nel senso che il mercato si è evoluto diversamente. Ciò non significa che se l'Africa entra anch'essa nel gioco della competizione mondiale non possa ricavare un suo spazio. Però tutti gli economisti sono concordi nel dire che l'Africa per rientrare in gioco dovrebbe funzionare come un mercato protetto, perché non possiede, tranne che in piccoli settori, risorse e capacità di produrre materiali che possono andare sui mercati. Oggi come oggi questa produzione non c'è ancora, il continente fa poco, ha poca rilevanza. Anche se poi alcuni stati avrebbero grosse potenzialità, basti pensare al Sud Africa.
E' chiaro che se questi grandi stati si avviano verso una sicura pacificazione e cominciano a produrre, hanno sicuramente delle possibilità sul mercato mondiale.
Oggi comunque scommettere dei soldi, cioè investire in un paese africano dove ci sono problemi di guerriglia sarebbe un rischio per qualsiasi impresa. Che poi guerriglia è una situazione eclatante che salta agli occhi, ma in non pochi paesi c'è un problema di legislazione. E' impossibile organizzare un'impresa in un posto dove non c'è legislazione, dove non c'è una camera di commercio, qualcuno insomma che dia delle precise garanzie. Queste sono cose molto concrete che anche in Africa vanno messe in moto.
Certo per tutto ciò l'Africa non si può basare e affidare solo ai grandi organismi internazionali, perché si sa bene come questi agiscono, li vediamo nella realtà come si comportano. La Banca mondiale chiede a dei paesi poveri con elevatissimi debiti esteri di rientrare dal debito e chiede di rientrare dal debito tagliando assolutamente le spese sociali, sanità e scuola prima di tutto. Ma tagliare le spese sociali a quel livello non è come tagliare qui da noi dove c'è già una base, in realtà si taglia un possibile sviluppo. E' vero che in Africa nascono più bambini ma poi quanti arrivano ai livelli di istruzione più alti? Pochissimi. E quei pochi che arrivano all'università o finiscono nelle università africane che però non sono riconosciute sul mercato o vanno nelle varie università occidentali, ma poi difficilmente tornano nei loro paesi d'origine, restano infatti nei paesi più ricchi dove il mercato li può maggiormente remunerare. Così accade che una parte del loro sostentamento l'ha fornita l'Africa ma poi vanno a dare i loro frutti in altri paesi. Per quello che dicevo ci vorrebbe una sorta di moratoria mondiale; fermiamoci un attimo, facciamo un piano Marshall per l'Africa e verifichiamo. Però mi rendo conto che sarebbe molto complicato, perché tra l'altro la questione economica si intreccia con quella politica a cui ho accennato prima.
Allora bisogna agire sulla macchina finché questa non si mette in moto da sola. E la macchina africana, pare impossibile, va, almeno si muove, anche se con tutte queste contraddizioni che ho detto. Ma per raggiungere questo fine non è che ci si possa affidare alla nostra economia, perché le multinazionali fanno delle cose che se si guardano durante le conferenze stampa sembrano smaglianti, ma quando le si osserva bene dentro sono piuttosto losche. Per esempio una multinazionale crea posti di lavoro in Sri Lanka, finché per il costo del lavoro le conviene rimane là, quando non le conviene più sposta tutto e va da un'altra parte e lì nasce il deserto. Questa è la logica delle multinazionali nel Sud del mondo. Quello che allora serve a realtà come quelle dell'Africa è creare un mercato di consumo interno. Pensare che possano intervenire solo dall'esterno grandi compagnie multinazionali è improponibile a mio parere.
In Mozambico per esempio ci sono state le elezioni poco tempo fa, da diverso tempo grandi organizzazioni multinazionali hanno “alzato le orecchie” e hanno appurato che il Mozambico è una terra buona per coltivazioni di qualsiasi cosa e allora ne stanno comprando grandi appezzamenti. Il governo di quel paese oggi non è nelle condizioni di non potergliela vendere perché gravato da moltissimi problemi economici. Le multinazionali che arrivano potranno creare posti di lavoro ma poi .....Invece bisognerebbe ricostruire tutto un substrato economico che adesso manca. Chiunque di noi è stato in Africa, non in zone urbane dove la realtà non è molto diversa dalla nostra, ma fuori, si trova di fronte a una civiltà contadina con un'agricoltura di sussistenza, con, in alcune zone, resti di piantagione. E lì allora il problema è quello di innescare un meccanismo che crei migliori condizioni di esistenza che significa mangiare, avere la possibilità di vivere in una casa, mandare i figli a scuola, vedere che questi figli abbiano un'istruzione, che ci siano mezzi di trasporto che funzionano, in modo da essere collegati ad una nazione. Queste sono le questioni base.
Torna all'indice

Domande ed interventi dal pubblico
Penso che sia Amnesty International quanto Nigrizia si pongano il problema dei diritti umani anche se in due modi diversi. Volevo capire come si può analizzare la violazione dei diritti umani e cosa significa denunciare una violazione dei diritti umani. Ad esempio per quanto riguarda Amnesty International mi viene in mente la campagna “Indonesia”. Mi chiedo cosa vuol dire la violazione dei diritti umani in Indonesia, dove non si denuncia che venti milioni di bambini proprio in Indonesia sono costretti lavorare e a lavorare per lo più per grandi imprese multinazionali che servono il Nord del mondo. Cosa vuol dire denunciare la violazione dei diritti umani senza denunciare che la CEE oggi finanzia, nell'ambito della cooperazione, la convenzione di Lumè con molti meno miliardi di quanto avesse fatto in passato. Cosa vuol dire denunciare i diritti umani senza denunciare i rapporti economici che oggi intercorrono per esempio fra i singoli paesi del Sud del mondo e la Banca mondiale o il Fondo monetario internazionale. Quello che voglio dire è che i diritti umani sono inviolabili ma non sono isolati fra loro, fanno parte di una rete, di un insieme di rapporti attraverso cui il diritto umano si esprime.
Bisognerebbe quindi dare la capacità all'Asia, all'America Latina di poter esprimere e difendere i diritti umani nella loro globalità.

Domanda
Vorrei fare una domanda al relatore di Nigrizia.
Nel suo intervento prima ha cercato di individuare quelle che secondo lui erano le cause di un mancato sviluppo dell'Africa, individuandole anche nel fatto che l'uomo africano è fortemente legato al proprio passato e alle proprie tradizioni e ciò in pratica può essere anche vero però è anche vero che l'uomo si emancipa dal proprio passato nel momento in cui il futuro comincia a costruirsi. Vedo una contraddizione di fondo in questo: come si può sostenere che l'uomo africano non sviluppa una propria economia con il fatto che è legato alle tradizioni, quando è anche vero il fatto che lui continua a stare legato alle tradizioni perché non vede certezza nel proprio futuro?

Domanda
Vorrei fare un intervento sulla scia di quest'ultimo e anche sulla base di quello che aveva detto prima il redattore di Nigrizia e mettere a fuoco un attimo il problema sull'identità.
A mio parere infatti uno dei grossi problemi dell'Africa oggi è che manca ancora un'identità. Perché è stata distrutta prima dal colonialismo, poi dall'imperialismo e oggi dal continuo confronto con l'occidente, quindi il confronto con una cultura che è stata sostanzialmente importata, perché non è una cultura africana. E ciò riguarda sia l'Islam che pur dà a certi stati una forte identità ma con tutta una serie di contraddizioni, ma riguarda anche l'economia capitalista oppure anche il cristianesimo stesso. E allora io mi chiedo se l'Africa, per fare un passo avanti, non dovrebbe recuperare il proprio passato, recuperare le sue tradizioni e in questo modo riuscendo a non essere una copia dell'occidente ma essere qualcosa di originale, che anche per certi aspetti si sa contrapporre positivamente all'occidente.

Interviene Marco Monteno
Io vorrei rispondere alla questione che prima è stata sollevata sulle varie violazioni dei diritti umani. E' chiaro che ce ne sono di diversi tipi e non su tutti Amnesty ha agito o ha cercato di agire. A questo avevo accennato prima ma vale la pena di ripeterlo: c'è un mandato e ci sono dei confini ben precisi nei quali Amnesty cerca di operare per ottenere il massimo dei risultati. E' un terreno, che tra l'altro non è lo stesso da quando Amnesty è nata ma si è accresciuto negli anni, perché il mandato è stato anche leggermente modificato, c'è dunque stata una evoluzione di che cosa è un diritto umano. Che poi nel mondo in cui viviamo c'è una contrapposizione Nord- Sud, questo appartiene alla sfera delle relazioni economiche sul nostro pianeta, non rientra tra gli obiettivi immediati che si pone Amnesty di risolvere tutti questi problemi. I nostri sono obiettivi limitati e noi cerchiamo di raggiungerli.
Con questo non ci sentiamo in colpa, indubbiamente abbiamo fatto una scelta, io per esempio ritengo di esprimere al meglio le mie capacità lavorando per raggiungere questo obiettivo, sperando che altri lavorino con un altro stile con altri modi di operare per raggiungere altri obiettivi. Insieme probabilmente raggiungeremo tutti gli obiettivi.
Penso che siano infatti sforzi complementari per il raggiungimento di un unico grande obiettivo che tutti ci poniamo: una maggior giustizia nel mondo.

Interviene Raffaello Zordan
Brevissimamente sulla questione della tradizione. Esiste come meccanismo quello di rifugiarsi nella tradizione di fronte ad un determinato tipo di panorama. Quando io ho fatto questo ragionamento prima l'ho fatto perché è uno dei temi sui quali noi siamo impegnati a riflettere in questi momenti, non abbiamo ovviamente risposte, stiamo solo facendo una serie di ragionamenti. Da più parti ci arrivano indicazioni di questo genere: l'uomo africano si rivolge verso la tradizione perché quasi costretto da una serie di pressioni che non gli lasciano altra via di uscita.
Tuttavia il ragionamento che noi tentiamo di fare è questo: vogliamo vedere quanta parte ha, nell'analizzare le cause che determinano una certa condizione, questo rifugiarsi nel passato. Mi è capitato di vedere in più situazioni un rifugiarsi che a me uomo occidentale, cartesiano, risultava del tutto incomprensibile. Ho cercato di analizzare il perché di questo mio atteggiamento e la conclusione a cui sono arrivato è questa: all'interno della famiglia allargata, del suo gruppo sociale, l'africano non accetta che si rompano equilibri. Un individuo inserito in quella realtà sociale non può fare un suo particolare percorso. E' vero uno può anche scegliere non fare un suo percorso individuale, ma la situazione attuale, un'Africa circondata e sempre più stretta da pescicani di vario tipo, non lascia tempo a nessuno di indugiare. Vedo che si sta arrivando ad una stretta, ma l'uomo africano continua a ripetere i suoi ritmi. E questi ritmi rischiano di indebolire la società africana, vedo situazioni che da un momento all'altro potrebbero essere spazzate via. Cosa conta andare a fare della cooperazione come potrebbe fare ciascuno di noi quando sappiamo che una decisione presa dalla Banca mondiale o da un qualsiasi altro istituto internazionale può cancellare qualunque situazione. Addirittura anche un certo tipo di cooperazione potrebbe favorire in certi casi la crisi rapida di un certo tipo di realtà locali. Per esempio la Comunità europea qualche anno fa aveva finanziato un progetto in cui riforniva di capi di bestiame una popolazione nomade che praticava la pastorizia. Ciò serviva a questa popolazione per continuare a vivere secondo il loro modo e alla città, dove vendevano la carne, per approvvigionassi di questo prodotto. Ma dopo quattro o cinque anni di finanziamento di questo progetto i nomadi si sono trovati a portare la carne a Dakar e non poterla più vendere perché nel frattempo in Europa c'era stato un eccesso di produzione di carne e la carne era andata a finire anche sui mercati africani a prezzi inferiori a quelli che venivano fatti dalle popolazioni nomadi. Dunque è questo il caso in cui con un mano si favorisce un progetto e con l'altra lo si distrugge.
Io personalmente non ho niente in contrario al fatto che una minoranza viva in un certo modo secondo i suoi schemi, però la modernità siamo noi ed è fatta per aggredire e per azzerare. Ed è quello che oggi succede. E' così che funziona: il contatto c'è e quando c'è il contatto questo omologa o azzera, non ci sono vie di mezzo. O ti converti o sei fuori. Certo nelle società africane c'è molto di interessante e di importante: i rapporti umani, la loro capacità di coltivarli e di allargarli. Ciò tuttavia non deve fare dimenticare come funzionano tanti meccanismi internazionali che bloccano e falciano chi non riesce a porsi in un certo modo.
La questione dell'identità, certo è un altro grosso interrogativo. Una delle ragioni per cui l'Islam funziona è legata alla faccenda dell'identità. Cioè dà identità a società che sono spappolate. Potrei citare il caso di molte donne algerine che negli anni sessanta hanno fatto le femministe e adesso sono tornate a mettersi il velo per una ragione molto semplice: se non se lo mettono le fanno fuori: o dentro o fuori. Quelle che decidono di star fuori se ne vanno, non stanno lì. Tutto quello che era occidente è stato annullato. L'Islam è un'ideologia, una religione che promette un cambiamento totale non solo dal punto di vista esistenziale, ma anche politico ed economico. Questo messaggio forte fa identità, fa presa su un numero non piccolo di africani.
Direi che il tema dell'identità è molto vasto e complesso impossibile esaurirlo adesso, meriterebbe un incontro particolare per affrontarlo se in futuro deciderete di farlo mi dichiaro già da adesso disponibile a partecipare.

Torna