LUCI E OMBRE DELL'AFRICA: QUALE FUTURO?
- Intervento di Zordan
- Intervento di Monteno
- Come è possibile cambiare le cose se tutto va a ridursi in
imbuto che si chiama ONU dove le cose non cambiano? Oggi l'ONU
non mi sembra un'istituzione che risponda a questi
requisiti e che svolga in maniera chiara i suoi compiti.
Invece svolgono in maniera chiara il loro compito Banca
mondiale e Fondo internazionale che pur avendo come
obiettivi apparenti quelli di promuovere lo sviluppo hanno
come obiettivi reali quelli di far profitti e di riversarli
nelle nostre casseforti.
- Quando si dice che
l'Africa scomparendo non causerebbe alcun problema al sistema economico mondiale,
lo si dice perché si misura il suo commercio in termini di
flussi monetari oppure anche il suo volume di esportazioni non conta proprio
niente in confronto al flusso complessivo del commercio?
- Per Amnesty International: Cosa vuol dire
denunciare i diritti umani senza denunciare i rapporti
economici che oggi intercorrono fra i singoli
paesi del Sud del mondo e la Banca mondiale o il Fondo
monetario internazionale?
- Per Nigrizia: un approfondimento sulle cause di un mancato sviluppo
dell'Africa?
- L'Islam aiuterebbe l'Africa a recuperare una sua propria identita`?
RAFFAELLO ZORDAN (giornalista del mensile “Nigrizia”)
Per parlare dei processi di democratizzazione in Africa
bisogna avere presente un corollario che già credo sia
emerso negli incontri precedenti ma che è bene sottolineare
ancora. L'Africa non è più un continente che non ha più,
come aveva venti o anche dieci anni fa, una valenza
geostrategica molto forte e dunque interessa poco ai grandi
giochi della politica e dell'economia mondiale. I giochi si
fanno nell'area del dollaro del marco e dello yen, il resto
conta veramente poco. Il valore dell'intero commercio
africano nel mondo costituisce l'1,5%. Questo vuol dire che
se l'Africa sparisse domani mattina i mercati non se ne
accorgerebbero quasi.
Il fatto che però l'Africa abbia perduto valore
geostrategico per le grandi potenze non significa che ciò
non possa anche portare problemi in particolare per
l'Europa. Infatti quando parliamo di processi di
democratizzazione, quando parliamo di un'Africa che volta
pagina come dice il titolo della conferenza,
necessariamente ragioniamo con parametri che sono i nostri,
cioè l'idea di una nazione che crea le condizioni per
instaurare dei regimi partecipati e dunque va in una certa
direzione. Questo purtroppo non succede, non è quello che
sta avvenendo nel continente. C'è stato è vero all'inizio
degli anni novanta un grande marasma. Faccio alcuni esempi:
la caduta del regime di Menghistu in Etiopia, la fuga di
Siad Barre, poi morto recentemente, dalla Somalia. Tutta
una serie di paesi, dallo Zaire alla Costa d'Avorio, hanno
innescato processi che noi abbiamo definito “le primavere
africane” che vedevano realizzarsi questo tipo di
situazione: i presidenti “padroni” della nazione venivano
messi in discussione da movimenti di piazza e questi
presidenti erano costretti in vari modi a decidere che
dovevano patteggiare con la piazza. La piazza era l'élite
di quei paesi che chiedeva partecipazione, che chiedeva di
poter condividere una serie di decisioni. Sembrava che
questo mutamento potesse veramente portare ad una svolta.
L'Africa uscita dalla colonizzazione è stata un'Africa che
ha preso una strada che inizialmente pareva quella buona:
sia che avesse le caratteristiche della competizione
capitalista sia che fosse inserita dentro un'economia
statale, sembrava che comunque potesse prendere una sua
strada. Quasi tutti quei tipi di governo sono diventati
vecchi, non hanno più rappresentato nulla. Così mentre
questi ristretti gruppi di potere si arricchivano, la gran
massa degli africani tornava ai punti di riferimento
ancestrali: il clan e l'appartenenza etnica.
Così dopo la delusione seguita alla prima indipendenza, la
svolta dei primi anni novanta sembrava prefigurare
veramente una nuova indipendenza. Molti paesi tentavano di
liberarsi dai regimi totalitari e uscivano fuori delle
nuove élite, delle nuove realtà E per nuove realtà si
intende appunto il binomio inscindibile democrazia-
sviluppo. Infatti solo dove una buona parte della
popolazione partecipa al potere c'è la possibilità di
frenare la corruzione.
Tuttavia dopo questo periodo di iniziale euforia all'inizio
degli anni novanta oggi in Africa il vero problema resta
che lo scollamento vertice-base non è rientrato per nulla.
Sono appena ritornato da un viaggio di lavoro nello Zaire e
la cosa più impressionante è il fatto che quella gente
vive sotto un regime assurdo, nel senso che Mobutu è un
miliardario in dollari e la gente anche nella capitale
fatica a mangiare una volta al giorno, un professore
universitario viene pagato un dollaro al mese e i militari
controllano tutte le posizioni chiave. A un occidentale che
visita quel paese viene subito voglia di chiedersi come sia
possibile che tutto ciò duri ormai da venti anni senza
nessuno che si ribelli. Ma per ribellarsi o per innescare
meccanismi diversi, bisogna avere la consapevolezza di dove
si è e soprattutto non bisogna essere tenuti schiacciati
per terra da un binomio molto potente: la miseria, che
attenzione non è la povertà, la povertà è un termine sul
quale si hanno ampi spazi di manovra, la miseria è proprio
quella cosa che ti annichilisce, e l'oppressione spicciola,
quella dei militari che dicono io ho il fucile e tu non ce
l'hai, quindi stai fermo e tranquillo che le cose vanno
avanti in questa maniera.
Anche lo Zaire 4 o 5 anni fa sembrava essere fra i capifila
di questa primavera africana, solo che da ieri a oggi sono
successe delle cose importanti. E' successo per esempio che
noi in occidente non ci siamo tanto accorti di questa
situazione, ma non noi come cittadini, ma i governi,
l'Europa come entità che ha guardato all'Africa sempre col
solito atteggiamento distratto e per esempio non si è
accorta che la Francia ha continuato a fare i suoi
interessi in Africa con grande disinvoltura: li ha fatti in
Sudan, li ha fatti in Rwanda e in Burundi e li fa in Zaire
e la cosa non desta nessuna preoccupazione. Così Mobutu può
continuare a gestire quello che gestisce perché è sostenuto
in qualche modo, non è biasimato e non è boicottato dalle
potenze europee. Tuttavia la sconfitta di questi movimenti
nati agli inizi degli anni novanta non è solo spiegabile
col mancato appoggio da parte dell'occidente. Questi
movimenti costituiti da insegnanti, artigiani, contadini e
anche disoccupati, a un certo punto non si sono più
ritrovati in mano una leva importante, infatti non sono
riusciti a trovare alleati nell'esercito che in Africa ha
ancora un grandissimo potere. Le opposizioni, coloro che
hanno tentato questa rivoluzione democratica non sono
riusciti ad entrare dentro questo meccanismo e a crearsi
alleanze.
Un'altra cosa importante è che questi vecchi dittatori
hanno ancora intatto il loro potere finanziario e quindi
attraverso i soldi hanno potuto tener duro in questi anni e
poi tornare a galla. Mobutu oggi è ancora pienamente
installato al potere mentre due anni fa sembrava
barcollante e abbandonato dai vecchi alleati. Ma quando uno
ha i soldi è chiaro che riesce a recuperare le posizioni
perdute anche attraverso la pratica della corruzione. Ovvio
che tutti quei soldi sono illegali, frutto in particolare
del contrabbando di diamanti di cui lo Zaire è
particolarmente ricco.
Un altro elemento a cui bisogna accennare è che i partiti e
i movimenti che hanno tentato di cambiare la situazione
sono di profilo basso, cioè non abbiamo, tranne che in
pochi casi, opposizioni in grado di far proposte politiche
alternative forti. E anche nel caso fossero state in grado
di farlo il loro programma si fermava subito, non aveva
diffusione. Ciò perché la gran parte della popolazione di
un paese africano è tagliata fuori, nel senso che non
riceve un giornale, non riceve un programma radio e
soprattutto non è coinvolta in quella che noi chiamiamo “la
politica” .
Sembra strano che le cose siano così nel 1995, ma se ci si
pensa bene non è tanto strano. Quando in un paese la
maggior parte della popolazione lavora la terra a livello
di sussistenza e rimane al minimo vitale, la sua
preoccupazione è quella di sbarcare il lunario e non ha
modo di ricevere ulteriori informazioni. Tutto ciò ha fatto
e fa il gioco di chi ha in mano il potere. Le opposizioni
non sono riuscite a risolvere questo problema anche perché
non lo hanno affrontato. Ma se manca il coinvolgimento
della popolazione manca anche la democrazia. Tuttavia in
paesi in cui la vita di un individuo gira in pochi
chilometri quadrati, questo coinvolgimento diventa
veramente problematico.
Poi c'è un altro aspetto decisivo, si tratta di una
scoperta che noi abbiamo fatto tanto tempo fa e che in
Africa non è ancora stata fatta, si tratta della scoperta
dell'individuo. Cioè l'idea che il gruppo, il quale
certamente protegge e dà solidarietà, è però anche quello
che livella l'individuo. Se qualcuno di voi è stato in
Africa a fare cooperazione si sarà reso conto
dell'importanza delle relazioni sociali, si tratta di
relazioni tra individui in cui però il singolo non conta
più. Si può dire che l'africano ragiona in questa maniera:
io sono in quanto noi siamo. Ciò può anche essere inteso
positivamente, perché significa superamento di
individualismi esasperati. Quando però in una situazione di
scarsità, l'iniziativa del singolo viene livellata
costantemente verso il basso dal gruppo, ciò diventa un
problema. Questo è un problema molto serio su cui, in
questi ultimi anni, stanno riflettendo sia coloro che si
occupano di Africa, sia gli stessi africani. L'inerzia
sociale che si nota quando si gira per l'Africa è
sicuramente causata da quegli elementi a cui accennavo
prima: la miseria prima di tutto. Ma possiamo dire che la
situazione è anche un po' autobloccata. Vorrei fare un
esempio. Sarebbe come se in un paese nessuno prende
l'iniziativa per lanciare un'associazione o un programma
perché la sua famiglia, il suo clan di appartenenza lo
frenano, in quanto inseriti in altre relazioni sociali che
impongono altri tipi di scelte. Un altro esempio: uno apre
un negozio, tutta la sua famiglia vive su quella attività,
solo che finché sono 4 o 5 va bene, ma quando sono 30 o 40
diventa un problema, perché ogni membro si sente
legittimato a prendere da quell'attività senza risarcire,
senza pagare. Si originano così delle situazioni dove c'è
un'economia senza produzione, dove i beni vengono
continuamente divisi.
Dunque l'individuo non esiste, ma non esiste nemmeno il
futuro, esistono solo il presente e il passato, gli
africani non fanno calcoli, ma vivono giorno per giorno. Se
si guarda bene questa situazione è esattamente il contrario
di quella che viviamo noi che se non programmiamo la nostra
vita ci sentiamo perduti. Anzi è necessario che
programmiamo perché siamo inseriti in un contesto in cui se
non si programma si è esclusi da tutto. Ma l'africano non
ragiona affatto in questa maniera. L'africano tende a
ripetere le azioni del passato. Quando parlo di africano
parlo non dell'intellettuale, del professore universitario
o dello studente, ma parlo della gran massa delle persone
che vivono dentro questo sistema.
Questi sono quindi alcuni aspetti che magari potremo
approfondire nella fase del dibattito: adesso mi avvio alla
conclusione dicendo alcune cose.
In questi anni è emersa un'altra variabile in Africa che
getta benzina sul fuoco, la conoscete perché ce l'avete di
fronte agli occhi tutti i giorni ed è la questione
islamica. Quello che impropriamente viene definito come
fondamentalismo o integralismo che sono concetti legati più
alla religione protestante o cattolica. Per l'Islam
parlerei più di radicalismo, che significa credere in uno
stato teocratico dal quale può discendere tutto, dove non
c'è nessuna separazione fra ambito religioso e ambito
statale. Dunque l'autorità politica per mezzo del libro
sacro, il Corano, è anche autorità religiosa ed è in grado
di intervenire in entrambi gli ambiti.
Questo fenomeno si particolarmente diffuso in questi ultimi
anni in Africa: in Sudan dove c'è un regime islamico in
guerra con le popolazioni del sud, in Egitto e in Algeria.
Attenzione però che queste situazioni hanno delle
caratteristiche diverse. In Sudan l'islamismo è andato al
potere pur avendo avuto dall'inizio, dall'indipendenza, la
possibilità di partecipare alla vita pubblica, in un
secondo tempo gli islamici, quando hanno intravisto la
possibilità di andare al potere da soli, hanno fatto il
colpo di stato e hanno giocato la carta del potere
assoluto. In Algeria invece il FIS, il partito islamico,
aveva vinto le elezioni, anche perché il partito al potere,
il Fronte nazionale di liberazione era diventato il simbolo
dell'incapacità politica e della corruzione. Bene in questa
situazione i partiti più radicali hanno trovato buon
terreno e hanno avuto consenso. Il FIS aveva vinto le
elezioni amministrative, stava vincendo quelle politiche è
stato messo fuori legge e da qui si è innescata una spirale
di violenza che ha portato l'Algeria sull'orlo della guerra
civile.
Questa dunque un'altra situazione molto seria e complessa a
cui era impossibile non accennare. Però la democrazia,
quindi la possibilità per l'Africa di costruirsi dei regimi
pacifici e a larga partecipazione popolare non è
definitivamente tramontata e in questa direzione qualcosa è
successo negli ultimi anni. In Sud Africa è finita una fase
e ne è iniziata una completamente nuova: la coabitazione
fra bianchi e neri e la possibilità di costruire un futuro
veramente diverso. Se il Sud Africa non implode sarà un
volano potentissimo per lo sviluppo e la pacificazione di
tutta l'Africa australe. Vicino al Sud Africa abbiamo il
Mozambico dove hanno fatto da poco le elezioni. E' stata
una vicenda in cui per una volta l'ONU ha giocato un ruolo
importante e positivo, è stato uno dei primi casi al mondo
di processo di democratizzazione finanziato dalle Nazioni
unite. Sono stati spesi infatti milioni di dollari per dare
la possibilità ai movimenti della Renamo e del Frelimo di
riconvertirsi da guerriglieri a partiti politici. E' un
processo lungo, è cominciato, speriamo che continui,
bisogna dire che finora sta funzionando.
Sempre in questo gruppo di stati in cui si stanno svolgendo
processi di democratizzazione possiamo includere anche
Etiopia ed Eritrea. Quest'ultima dopo una lotta trentennale
contro l'Etiopia ha raggiunto l'indipendenza e sta
avviandosi per la sua strada e l'Etiopia il prossimo sette
maggio ha in programma le elezioni politiche. Attenzione
perché sono realtà ancora molto fluide dove i principi
della democrazia non si sono ancora completamente affermati
e dove esistono comunque ancora spinte autonomiste assai
forti.
Un altro paese dove sembra che il processo di apertura
democratica stia funzionando è il Madagascar.
Ora dunque abbiamo visto sia le luci che le ombre
dell'Africa di oggi, il problema è che tipo di
atteggiamento possiamo noi tenere nei confronti di questa
realtà. Ci sarebbe qui da aprire la grande questione della
cooperazione internazionale, la grande questione della
politica estera, non solo italiana ma direi europea e ci
sarebbe da aprire la questione del ruolo che ciascuno di
noi può giocare su questo scenario, perché non è vero che
siamo spettatori ma siamo coinvolti e lo saremo sempre più
in futuro. Quindi abbiamo il diritto dovere di essere
informati e di informarci per intervenire.
Per ora mi fermo qui, spero nella fase del dibattito di
poter chiarire queste e altre questioni. Grazie.
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MARCO MONTENO (rappresentante di Amnesty International)
Sono rappresentante di Amnesty International, non sono un
professionista ma partecipo a questa organizzazione come
volontario e lavoro da alcuni anni nel coordinamento
Africa.
All'interno di questo panorama di luci ed ombre di cui si è
parlato nell'intervento precedente io vorrei inserirmi
spiegando come in questi anni Amnesty ha lavorato
sull'Africa. Penso che più o meno tutti voi sappiate che
cos'è Amnesty e come generalmente lavora in difesa dei
diritti umani laddove sono violati. In difesa per esempio
dei prigionieri di opinione, persone che vengono
imprigionate perché esprimono le loro idee. In questi casi
l'attività di Amnesty è chiara: si scrive all'autorità di
quel paese e si cerca di far uscire dalla prigione le
persone che sono state imprigionate solo per come la
pensano. Ma se il teatro è quello che si è delineato in
questi ultimi anni in Africa e cioè paesi che sono stati
sconvolti da guerre sanguinose, allora è risultato chiaro
che i metodi di lavoro di Amnesty dovevano essere cambiati,
in questa situazione Amnesty, all'interno dei confini del
suo mandato, doveva ridefinire il suo ruolo. Quindi io
adesso cercherò di spiegare come abbiamo lavorato in questi
anni, soprattutto in relazione a quei paesi dove ci sono
state delle guerre civili.
In generale si può dire che dove ci sono stati tentativi di
avviare dei processi di pace, alcuni sono arrivati a buon
fine, come è il caso del Mozambico, in altri paesi invece i
processi si sono bloccati, per esempio in Angola dove la
guerra civile è ripresa dopo il primo turno elettorale. Vi
sono poi altri paesi dove il processo di pace non si è
fermato, però ha segnato il passo.
Amnesty International è un'organizzazione non governativa
costituita per lo più da persone volontarie che lavorano
per la difesa dei diritti umani e in qualche modo, godendo
di un prestigio internazionale per la sua imparzialità, è
riuscita a ritagliarsi un ruolo diventando un interlocutore
di governi interessati da queste crisi. Quindi in questo
quadro Amnesty ha lavorato cercando di fornire una
collaborazione e dare un contributo per la risoluzione di
queste crisi. Come si è intervenuti. Anzitutto era
necessario accettare un certo stato di cose, nel momento in
cui c'erano per esempio delle missioni di pacificazione già
avviate dalle Nazioni unite il referente potevano essere
proprio l'ONU o magari organismi di stati, simili alle
Nazioni unite, ma con valenza regionale. Per esempio c'è
un'organizzazione che si chiama Organizzazione dell'unità
africana oppure ci sono organismi regionali africani come
quello che raggruppa i paesi occidentali dell'Africa. Anche
perché si è capito che questi in molti casi potevano essere
degli interlocutori più adeguati per risolvere problemi
legati a singole regioni.
Io qui vi posso ricordare quali sono state alcune di queste
missioni di pace. La Somalia sicuramente è il caso
peggiore. E' chiaro infatti che quando c'è una carneficina
in corso per una organizzazione come Amnesty è praticamente
impossibile intervenire: infatti è difficilissimo reperire
informazioni, è difficilissimo sapere a chi bisogna
rivolgersi.
Vi sono stati anche casi diversi, positivi. Per esempio
abbiamo parlato prima del Mozambico, poi c'è stata la
missione ONU in Angola. Queste missioni internazionali
gestite dall'ONU hanno uno scopo principale di tipo
militare: creare un'interposizione tra le parti in lotta.
Un secondo obiettivo che si pone l'ONU è quello di aiutare
a costruire in questi paesi un ordine pubblico, quindi in
queste missioni oltre che i militari veri e propri, vengono
anche inviati dei poliziotti che hanno lo scopo di
collaborare con la polizia locale. Quindi negli anni
passati spesso Amnesty ha scritto ai governi che inviavano
dei poliziotti nei paesi africani chiedendo che questi
poliziotti venissero addestrati in modo da essere
consapevoli di come rispettare i diritti umani.
L'altro aspetto, oltre a quello dell'ordine pubblico, era
quello del sistema giudiziario di questi paesi, nel senso
che il sistema della giustizia, dei tribunali, era, dopo
una guerra civile durata molti anni, distrutto e
polverizzato. Per esempio in questo momento in Rwanda
moltissimo giudici e avvocati sono morti, sono stati
uccisi. Quindi il problema è quello di ricreare stabilità
in questi paesi, ciò può nascere solo da un rinnovato senso
di fiducia nelle istituzioni. Ma questo senso di fiducia ci
può essere solo se in qualche modo chi ha subito dei torti
vede che poi i crimini vengono puniti. Quindi Amnesty ha
cercato di sollecitare le Nazioni unite e i governi che
inviavano degli aiuti nell'ambito di queste missioni
affinché non venisse tollerata in alcun modo l'impunità per
reati commessi. E quindi ha fatto delle richieste per
esempio alla commissione diritti umani delle Nazioni unite
perché venisse istituito un tribunale internazionale per
giudicare questi reati. C'era già in effetti un tribunale
internazionale che era stato costituito per la ex
Jugoslavia, allora quello che si è fatto è stato estendere
la giurisdizione di questo tribunale anche per i crimini
che erano stati commessi nel Rwanda. Ora un tribunale di
questo genere non potrà operare giudicando tantissimi casi.
Si è valutato che potrebbe giudicare una trentina di casi
in un anno, troppo poco rispetto a quello che è successo.
Eppure è importantissimo aiutare questi popoli a
ricostruire il sistema della giustizia. Allora si è
proposto di inviare esperti di diritto di diversi paesi che
possano essere affiancati a giudici ed avvocati locali.
Poi è chiaro che nell'ambito di un processo di
riconciliazione nazionale c'è il problema di fare i conti
con il passato. Quindi si pone la questione di varare delle
leggi di amnistia. Pare che in questo momento in Angola una
legge di amnistia sia stata approvata dal parlamento mentre
in Sud Africa si sta incontrando qualche difficoltà.
L'African National Congress non è d'accordo nel vare una
legge di amnistia generalizzata, preferirebbe che una
commissione esaminasse casi singoli. E su questo punto ci
sono stati degli attriti fra De Clerk e Mandela.
Ovviamente punto finale di questi processi non possono che
essere delle elezioni multipartitiche: ci sono state in Sud
Africa e in Mozambico, tuttavia c'erano state anche in
Angola, ma tutto ciò non aveva significato niente basta
vedere quello che poi è accaduto dopo.
Oltre a ciò ci sono anche dei problemi di ordine più
generale che comunque vanno anche risolti se si vuole
riportare pace e stabilità in questi paesi. Vorrei
accennare a due che mi sembrano fra i più importanti: il
primo è il problema del flusso dei profughi. Adesso abbiamo
in mente i profughi rwandesi e burundesi, sono centinaia di
migliaia di persone che si spostano in quell'area
dell'Africa centrale, non è un problema nuovo ma si può
dire che è diventato più evidente con la fine dell'era
coloniale. In anni recenti ci sono state delle riunioni di
capi di stato di questi paesi che avevano preso delle
risoluzioni . Cioè avevano mostrato una buona volontà per
risolvere questi problemi e avevano fatto un dichiarazione
ufficiale in cui si affermava anche il diritto ad ottenere
una qualche forma di asilo e di integrazione nel paese di
arrivo se c'era la volontà da parte del rifugiato E' chiaro
allora che, da questo punto di vista, data la conoscenza
del problema della regione, questi organismi regionali
africani possono essere interlocutori più adeguati ed è per
questo che Amnesty spesso si rivolge direttamente a loro
L'altro problema è quello di difendere i diritti non delle
persone che sono in prigione o delle persone che non ci
sono più perché hanno perso la vita nei combattimenti, ma
anche delle persone che sono state colpite da brutalità o
da violenze e che generalmente tacciono. Prima si parlava
per esempio delle donne. La voce delle donne è stata
raccolta da Amnesty, infatti l'anno scorso il nostro
coordinamento donne aveva organizzato un'azione di campagna
per la violazione dei diritti avvenuta contro le donne di
tutto il mondo. In particolare però questo è successo anche
in Africa dove durante i combattimenti i militari si
lasciavano andare a stupri e a brutalità contro le donne.
Potrei citare l'esempio dell'Uganda dove questi fenomeni
sono diffusi da più di vent'anni e dove però oggi il
problema è ancora più grave perché l'Uganda è il paese che
ha il più alto tasso di infezioni del virus dell'AIDS.
Infatti in Uganda ci sono circa 100.000 morti di AIDS
all'anno. Quindi il problema di uno stupro su larga scala
non può far altro che amplificare questo fenomeno. Questi
sono problemi che riguardano i diritti umani e che però
hanno conseguenze in altri tipi di questioni, per esempio
nel caso citato dell'Uganda il problema riguarda anche la
salute pubblica.
In molti stati africani le autorità considerata la vastità
e la gravità del problema stanno cercando di favorire una
migliore considerazione dell'immagine della donna nella
società.
Dunque cercando di sintetizzare quanto abbiamo detto fino a
questo momento possiamo dire che la sensibilità per i
diritti umani è cresciuta non solo nei paesi occidentali ma
anche in Africa stessa dove sono sempre più numerosi gli
interlocutori a cui ci si può rivolgere .
Una decina di giorni fa per esempio la regina Elisabetta ha
visitato il nuovo Sud Africa, ci sono stati incontri con
Mandela e ha partecipato a delle cerimonie per celebrare la
prima giornata per i diritti umani che intendeva
commemorare stragi di attivisti dei diritti umani avvenute
tanti anni fa nel 1960. Questo è avvenuto in Sud Africa, ma
anche in altri paesi africani stanno nascendo
organizzazioni per i diritti umani che sono molto attive e
costituiscono una speranza per il futuro dell'Africa.
Per esempio in Mozambico prima delle elezioni c'è stata
una conferenza di donne del Mozambico per la pace, le quali
si erano date un programma educativo: cioè educare la gente
al rispetto dei diritti umani e civili. Anche la chiesa si
è mostrata molto sensibile dando piena adesione a questa
iniziativa. Ancora donne africane si sono riunite per
prepararsi ad un vertice mondiale delle Nazioni unite che
sarà organizzato quest'anno e avrà come tema centrale
proprio quello della condizione della donna nella società
contemporanea.
E' questo dunque il quadro in cui Amnesty ha giocato un
ruolo in questi anni e nonostante la gravità della
situazione ha ottenuto comunque dei risultati . Per tutto
il 1994 abbiamo ricevuto molto materiale sul Rwanda, il
nostro gruppo del coordinamento Africa ha lavorato molto su
questa questione scrivendo appelli agli uomini di stato dei
paesi interessati nel conflitto, alle fazioni ribelli o in
lotta fra loro e alle persone che siedono nel Consiglio di
sicurezza dell'ONU. In questi giorni si è acutizzato il
problema del Burundi in cui, come purtroppo si prevedeva,
una scintilla può fare scoppiare un incendio. Amnesty ha
scritto al nostro Ministro degli esteri richiamando
l'attenzione su quello che sta succedendo in questi giorni
in Burundi, dove fra l'altro una delegazione di Amnesty
International era in visita nei giorni scorsi e quindi sono
stati testimoni diretti dello scoppio di questa nuova
crisi. Addirittura sono stati anche testimoni di quello che
succede nelle carceri: sono andati a visitare le carceri e
hanno scoperto che ci sono degli strumenti che vengono
utilizzati per infliggere delle terribili torture. La
sorpresa più grossa è stata quella di scoprire che
strumenti come quelli sono forniti alla polizia del Burundi
dalla Francia nell'ambito di un piano di cooperazione
militare che per di più prevede anche l'assistenza di
tecnici in qualità di consiglieri presso le gendarmerie
locali. Un tecnico addirittura risiedeva nei locali stessi
della prigione, quindi non si capisce come un personaggio
di questo tipo non potesse non essere a conoscenza delle
torture praticate in questo carcere. Quindi i delegati di
Amnesty appena rientrati a Londra hanno subito interpellato
il governo francese chiedendo che i consiglieri inviati
siano utilizzati per mantenere e comunque cercare di
salvaguardare il rispetto dei diritti umani.
Un'altra cosa che Amnesty oggi chiede alla comunità
internazionale è di agire con tempestività perché se solo
si aspetta qualche giorno o settimana in più la crisi
potrebbe assumere dimensioni come quelle dello scorso anno
in Rwanda. In particolare quindi abbiamo chiesto al governo
italiano di sostenere gli sforzi del commissario ONU per i
diritti umani che recentemente ha deciso di aumentare il
personale da due a trentacinque persone, ma spesso passano
dei mesi perché queste persone possano essere veramente
utilizzate perché mancano le risorse. Infine un'ultima
richiesta che è stata fatta al governo è stata quella di
sostenere la richiesta del Presidente del Burundi al
Consiglio di sicurezza dell'ONU, affinché sia istituita una
commissione internazionale d'inchiesta che indaghi su tutto
quello che è successo in Burundi a partire dal colpo di
stato dell'ottobre ‘93, da allora in Burundi infatti sono
morte circa 50.000 persone.
Bene questo è un ulteriore esempio di come Amnesty lavora
interpellando i governanti affinché si facciano latori di
iniziative per fermare queste stragi e per cercare la via
della cooperazione.
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DIBATTITO
Interviene Raffaello Zordan
Volevo fare una domanda al rappresentante di Amnesty. Le
varie questioni che Amnesty tratta sono importanti, servono
a creare coscienza in tutto il mondo sulla questione dei
diritti umani. Esiste un grosso problema ed è quello che la
grande questione dei diritti è un problema transnazionale,
cioè un problema che difficilmente può trovare una
soluzione se viene trattato separatamente da ogni singolo
stato. Tu adesso hai accennato alla questione che l'ONU ha
poche risorse. La mia domanda allora è molto semplice: come
è possibile cambiare le cose se tutto va a ridursi in
imbuto che si chiama ONU dove le cose non cambiano? So che
Amnesty non si pone obiettivi politici in senso stretto ma
si è mai posta il problema che oggi nel mondo non esiste di
fatto una vera forza transnazionale che sia
democraticamente scelta e abbia una gestione democratica e
che agisca in maniera paritaria nel mondo per far
rispettare i diritti e per prevenire le guerre. Oggi l'ONU
non mi sembra un'istituzione che risponda a questi
requisiti e che svolga in maniera chiara i suoi compiti.
Invece svolgono in maniera chiara il loro compito Banca
mondiale e Fondo internazionale che pur avendo come
obiettivi apparenti quelli di promuovere lo sviluppo hanno
come obiettivi reali quelli di far profitti e di riversarli
nelle nostre casseforti. Alla fine allora mi chiedo: chi è
che si deve far carico di queste pressioni che noi
cittadini facciamo e che Amnesty porta avanti e di cui si
fa interprete?
Risponde Marco Monteno
A questa domanda vorrei rispondere non solo come
rappresentante di Amnesty, ma anche a titolo personale.
Amnesty ha una suo mandato che significa che si definiscono
degli obiettivi e pragmaticamente si opera per il
raggiungimento di questi obiettivi che sicuramente sono
limitati, però ciò molto spesso permette di raggiungere
risultati più concreti. Questo lo si misura meglio quando
delle persone vengono liberate o un paese migliora la
propria condizione. E' vero poi che gli organismi
internazionali hanno dei problemi e possono non piacere.
Però sono dei rappresentanti che comunque sono dei
referenti a cui ci si può rivolgere con delle precise
richieste. Quindi lo scopo resta sempre quello di
rivolgersi all'ONU e alle persone che ne fanno parte,
perché comunque possono prendere decisioni per esempio
votando risoluzioni, lamentandosi e criticando quando le
risoluzioni non piacciono. Quindi è vero che governi e ONU
sono quello che sono ma Amnesty cerca di raccogliere il
massimo risultato possibile con lo sforzo dei suoi soci.
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Intervento dal pubblico
Vorrei fare una domanda che si riallaccia a quello che
prima ha detto Raffaele: dicevi che l'Africa nel mondo
conta l'uno per cento, d'altra parte però si parla anche di
uno sfruttamento indiscriminato delle materie prime
dell'Africa. Voglio allora capire se quando si dice che
l'Africa scomparendo non causerebbe alcun problema, si dice
così solo perché si misura il suo commercio in termini di
flussi monetari, in dollari in particolare, oppure se forse
anche il suo volume di esportazioni non contano proprio
niente in confronto al flusso complessivo del commercio
mondiale.
Interviene Raffaello Zordan
Sicuramente la questione dell'importanza geostrategica del
continente negli anni passati era legata al fatto che
alcune materie prime, prima che si inventassero le
plastiche e prima che le monocolture invadessero tutti i
paesi del Sud del mondo, si trovavano solo lì. Ma nel
momento in cui le monocolture si diffondono e nel momento
in cui i prezzi delle materie prime sono fatti nella borse
degli stati occidentali, non c'è più per l'Africa alcuna
possibilità di far valere la propria produzione.
Per esempio in Zaire, che era un grande produttore di caffè
per via delle coltivazioni che erano state impiantate dai
belgi, quest'anno hanno potuto vendere sul mercato il
prodotto di quello che è rimasto di quelle coltivazioni
perché in Brasile c'era stata una gelata l'anno scorso e i
prezzi erano saliti e quindi quel poco caffè dello Zaire
che ha raggiunto il mercato mondiale ha avuto una certa
remunerazione.
Ma quando dico che l'Africa sul mercato mondiale vale nulla
è perché proprio il mondo potrebbe farne a meno. Il
petrolio per esempio c'è in Africa, però i grandi
giacimenti di petrolio sono altrove e quindi del petrolio
africano se ne può fare pure a meno.
La perdita di importanza dell'Africa è sicuramente di
natura economica, nel senso che il mercato si è evoluto
diversamente. Ciò non significa che se l'Africa entra
anch'essa nel gioco della competizione mondiale non possa
ricavare un suo spazio. Però tutti gli economisti sono
concordi nel dire che l'Africa per rientrare in gioco
dovrebbe funzionare come un mercato protetto, perché non
possiede, tranne che in piccoli settori, risorse e capacità
di produrre materiali che possono andare sui mercati. Oggi
come oggi questa produzione non c'è ancora, il continente
fa poco, ha poca rilevanza. Anche se poi alcuni stati
avrebbero grosse potenzialità, basti pensare al Sud
Africa.
E' chiaro che se questi grandi stati si avviano verso una
sicura pacificazione e cominciano a produrre, hanno
sicuramente delle possibilità sul mercato mondiale.
Oggi comunque scommettere dei soldi, cioè investire in un
paese africano dove ci sono problemi di guerriglia sarebbe
un rischio per qualsiasi impresa. Che poi guerriglia è una
situazione eclatante che salta agli occhi, ma in non pochi
paesi c'è un problema di legislazione. E' impossibile
organizzare un'impresa in un posto dove non c'è
legislazione, dove non c'è una camera di commercio,
qualcuno insomma che dia delle precise garanzie. Queste
sono cose molto concrete che anche in Africa vanno messe in
moto.
Certo per tutto ciò l'Africa non si può basare e affidare
solo ai grandi organismi internazionali, perché si sa bene
come questi agiscono, li vediamo nella realtà come si
comportano. La Banca mondiale chiede a dei paesi poveri con
elevatissimi debiti esteri di rientrare dal debito e chiede
di rientrare dal debito tagliando assolutamente le spese
sociali, sanità e scuola prima di tutto. Ma tagliare le
spese sociali a quel livello non è come tagliare qui da noi
dove c'è già una base, in realtà si taglia un possibile
sviluppo. E' vero che in Africa nascono più bambini ma poi
quanti arrivano ai livelli di istruzione più alti?
Pochissimi. E quei pochi che arrivano all'università o
finiscono nelle università africane che però non sono
riconosciute sul mercato o vanno nelle varie università
occidentali, ma poi difficilmente tornano nei loro paesi
d'origine, restano infatti nei paesi più ricchi dove il
mercato li può maggiormente remunerare. Così accade che una
parte del loro sostentamento l'ha fornita l'Africa ma poi
vanno a dare i loro frutti in altri paesi. Per quello che
dicevo ci vorrebbe una sorta di moratoria mondiale;
fermiamoci un attimo, facciamo un piano Marshall per
l'Africa e verifichiamo. Però mi rendo conto che sarebbe
molto complicato, perché tra l'altro la questione economica
si intreccia con quella politica a cui ho accennato
prima.
Allora bisogna agire sulla macchina finché questa non si
mette in moto da sola. E la macchina africana, pare
impossibile, va, almeno si muove, anche se con tutte queste
contraddizioni che ho detto. Ma per raggiungere questo fine
non è che ci si possa affidare alla nostra economia, perché
le multinazionali fanno delle cose che se si guardano
durante le conferenze stampa sembrano smaglianti, ma quando
le si osserva bene dentro sono piuttosto losche. Per
esempio una multinazionale crea posti di lavoro in Sri
Lanka, finché per il costo del lavoro le conviene rimane
là, quando non le conviene più sposta tutto e va da
un'altra parte e lì nasce il deserto. Questa è la logica
delle multinazionali nel Sud del mondo. Quello che allora
serve a realtà come quelle dell'Africa è creare un mercato
di consumo interno. Pensare che possano intervenire solo
dall'esterno grandi compagnie multinazionali è
improponibile a mio parere.
In Mozambico per esempio ci sono state le elezioni poco
tempo fa, da diverso tempo grandi organizzazioni
multinazionali hanno “alzato le orecchie” e hanno appurato
che il Mozambico è una terra buona per coltivazioni di
qualsiasi cosa e allora ne stanno comprando grandi
appezzamenti. Il governo di quel paese oggi non è nelle
condizioni di non potergliela vendere perché gravato da
moltissimi problemi economici. Le multinazionali che
arrivano potranno creare posti di lavoro ma poi .....Invece
bisognerebbe ricostruire tutto un substrato economico che
adesso manca. Chiunque di noi è stato in Africa, non in
zone urbane dove la realtà non è molto diversa dalla
nostra, ma fuori, si trova di fronte a una civiltà
contadina con un'agricoltura di sussistenza, con, in alcune
zone, resti di piantagione. E lì allora il problema è
quello di innescare un meccanismo che crei migliori
condizioni di esistenza che significa mangiare, avere la
possibilità di vivere in una casa, mandare i figli a
scuola, vedere che questi figli abbiano un'istruzione, che
ci siano mezzi di trasporto che funzionano, in modo da
essere collegati ad una nazione. Queste sono le questioni
base.
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Domande ed interventi dal pubblico
Penso che sia Amnesty International quanto Nigrizia si
pongano il problema dei diritti umani anche se in due modi
diversi. Volevo capire come si può analizzare la violazione
dei diritti umani e cosa significa denunciare una
violazione dei diritti umani. Ad esempio per quanto
riguarda Amnesty International mi viene in mente la
campagna “Indonesia”. Mi chiedo cosa vuol dire la
violazione dei diritti umani in Indonesia, dove non si
denuncia che venti milioni di bambini proprio in Indonesia
sono costretti lavorare e a lavorare per lo più per grandi
imprese multinazionali che servono il Nord del mondo. Cosa
vuol dire denunciare la violazione dei diritti umani senza
denunciare che la CEE oggi finanzia, nell'ambito della
cooperazione, la convenzione di Lumè con molti meno
miliardi di quanto avesse fatto in passato. Cosa vuol dire
denunciare i diritti umani senza denunciare i rapporti
economici che oggi intercorrono per esempio fra i singoli
paesi del Sud del mondo e la Banca mondiale o il Fondo
monetario internazionale. Quello che voglio dire è che i
diritti umani sono inviolabili ma non sono isolati fra
loro, fanno parte di una rete, di un insieme di rapporti
attraverso cui il diritto umano si esprime.
Bisognerebbe quindi dare la capacità all'Asia, all'America
Latina di poter esprimere e difendere i diritti umani
nella loro globalità.
Domanda
Vorrei fare una domanda al relatore di Nigrizia. Nel suo
intervento prima ha cercato di individuare quelle che
secondo lui erano le cause di un mancato sviluppo
dell'Africa, individuandole anche nel fatto che l'uomo
africano è fortemente legato al proprio passato e alle
proprie tradizioni e ciò in pratica può essere anche vero
però è anche vero che l'uomo si emancipa dal proprio
passato nel momento in cui il futuro comincia a costruirsi.
Vedo una contraddizione di fondo in questo: come si può
sostenere che l'uomo africano non sviluppa una propria
economia con il fatto che è legato alle tradizioni, quando
è anche vero il fatto che lui continua a stare legato alle
tradizioni perché non vede certezza nel proprio futuro?
Domanda
Vorrei fare un intervento sulla scia di quest'ultimo e
anche sulla base di quello che aveva detto prima il
redattore di Nigrizia e mettere a fuoco un attimo il
problema sull'identità. A mio parere infatti uno dei grossi
problemi dell'Africa oggi è che manca ancora un'identità.
Perché è stata distrutta prima dal colonialismo, poi
dall'imperialismo e oggi dal continuo confronto con
l'occidente, quindi il confronto con una cultura che è
stata sostanzialmente importata, perché non è una cultura
africana. E ciò riguarda sia l'Islam che pur dà a certi
stati una forte identità ma con tutta una serie di
contraddizioni, ma riguarda anche l'economia capitalista
oppure anche il cristianesimo stesso. E allora io mi chiedo
se l'Africa, per fare un passo avanti, non dovrebbe
recuperare il proprio passato, recuperare le sue tradizioni
e in questo modo riuscendo a non essere una copia
dell'occidente ma essere qualcosa di originale, che anche
per certi aspetti si sa contrapporre positivamente
all'occidente.
Interviene Marco Monteno
Io vorrei rispondere alla questione che prima è stata
sollevata sulle varie violazioni dei diritti umani. E'
chiaro che ce ne sono di diversi tipi e non su tutti
Amnesty ha agito o ha cercato di agire. A questo avevo
accennato prima ma vale la pena di ripeterlo: c'è un
mandato e ci sono dei confini ben precisi nei quali Amnesty
cerca di operare per ottenere il massimo dei risultati. E'
un terreno, che tra l'altro non è lo stesso da quando
Amnesty è nata ma si è accresciuto negli anni, perché il
mandato è stato anche leggermente modificato, c'è dunque
stata una evoluzione di che cosa è un diritto umano. Che
poi nel mondo in cui viviamo c'è una contrapposizione Nord-
Sud, questo appartiene alla sfera delle relazioni
economiche sul nostro pianeta, non rientra tra gli
obiettivi immediati che si pone Amnesty di risolvere tutti
questi problemi. I nostri sono obiettivi limitati e noi
cerchiamo di raggiungerli.
Con questo non ci sentiamo in colpa, indubbiamente abbiamo
fatto una scelta, io per esempio ritengo di esprimere al
meglio le mie capacità lavorando per raggiungere questo
obiettivo, sperando che altri lavorino con un altro stile
con altri modi di operare per raggiungere altri obiettivi.
Insieme probabilmente raggiungeremo tutti gli
obiettivi.
Penso che siano infatti sforzi complementari per il
raggiungimento di un unico grande obiettivo che tutti ci
poniamo: una maggior giustizia nel mondo.
Interviene Raffaello Zordan
Brevissimamente sulla questione della tradizione. Esiste
come meccanismo quello di rifugiarsi nella tradizione di
fronte ad un determinato tipo di panorama. Quando io ho
fatto questo ragionamento prima l'ho fatto perché è uno dei
temi sui quali noi siamo impegnati a riflettere in questi
momenti, non abbiamo ovviamente risposte, stiamo solo
facendo una serie di ragionamenti. Da più parti ci arrivano
indicazioni di questo genere: l'uomo africano si rivolge
verso la tradizione perché quasi costretto da una serie di
pressioni che non gli lasciano altra via di uscita.
Tuttavia il ragionamento che noi tentiamo di fare è questo:
vogliamo vedere quanta parte ha, nell'analizzare le cause
che determinano una certa condizione, questo rifugiarsi nel
passato. Mi è capitato di vedere in più situazioni un
rifugiarsi che a me uomo occidentale, cartesiano, risultava
del tutto incomprensibile. Ho cercato di analizzare il
perché di questo mio atteggiamento e la conclusione a cui
sono arrivato è questa: all'interno della famiglia
allargata, del suo gruppo sociale, l'africano non accetta
che si rompano equilibri. Un individuo inserito in quella
realtà sociale non può fare un suo particolare percorso. E'
vero uno può anche scegliere non fare un suo percorso
individuale, ma la situazione attuale, un'Africa circondata
e sempre più stretta da pescicani di vario tipo, non lascia
tempo a nessuno di indugiare. Vedo che si sta arrivando ad
una stretta, ma l'uomo africano continua a ripetere i suoi
ritmi. E questi ritmi rischiano di indebolire la società
africana, vedo situazioni che da un momento all'altro
potrebbero essere spazzate via. Cosa conta andare a fare
della cooperazione come potrebbe fare ciascuno di noi
quando sappiamo che una decisione presa dalla Banca
mondiale o da un qualsiasi altro istituto internazionale
può cancellare qualunque situazione. Addirittura anche un
certo tipo di cooperazione potrebbe favorire in certi casi
la crisi rapida di un certo tipo di realtà locali. Per
esempio la Comunità europea qualche anno fa aveva
finanziato un progetto in cui riforniva di capi di bestiame
una popolazione nomade che praticava la pastorizia. Ciò
serviva a questa popolazione per continuare a vivere
secondo il loro modo e alla città, dove vendevano la carne,
per approvvigionassi di questo prodotto. Ma dopo quattro o
cinque anni di finanziamento di questo progetto i nomadi si
sono trovati a portare la carne a Dakar e non poterla più
vendere perché nel frattempo in Europa c'era stato un
eccesso di produzione di carne e la carne era andata a
finire anche sui mercati africani a prezzi inferiori a
quelli che venivano fatti dalle popolazioni nomadi. Dunque
è questo il caso in cui con un mano si favorisce un
progetto e con l'altra lo si distrugge.
Io personalmente non ho niente in contrario al fatto che
una minoranza viva in un certo modo secondo i suoi schemi,
però la modernità siamo noi ed è fatta per aggredire e per
azzerare. Ed è quello che oggi succede. E' così che
funziona: il contatto c'è e quando c'è il contatto questo
omologa o azzera, non ci sono vie di mezzo. O ti converti o
sei fuori. Certo nelle società africane c'è molto di
interessante e di importante: i rapporti umani, la loro
capacità di coltivarli e di allargarli. Ciò tuttavia non
deve fare dimenticare come funzionano tanti meccanismi
internazionali che bloccano e falciano chi non riesce a
porsi in un certo modo.
La questione dell'identità, certo è un altro grosso
interrogativo. Una delle ragioni per cui l'Islam funziona è
legata alla faccenda dell'identità. Cioè dà identità a
società che sono spappolate. Potrei citare il caso di molte
donne algerine che negli anni sessanta hanno fatto le
femministe e adesso sono tornate a mettersi il velo per una
ragione molto semplice: se non se lo mettono le fanno
fuori: o dentro o fuori. Quelle che decidono di star fuori
se ne vanno, non stanno lì. Tutto quello che era occidente
è stato annullato.
L'Islam è un'ideologia, una religione che promette un
cambiamento totale non solo dal punto di vista
esistenziale, ma anche politico ed economico. Questo
messaggio forte fa identità, fa presa su un numero non
piccolo di africani.
Direi che il tema dell'identità è molto vasto e complesso
impossibile esaurirlo adesso, meriterebbe un incontro
particolare per affrontarlo se in futuro deciderete di
farlo mi dichiaro già da adesso disponibile a
partecipare.
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