RAFFAELE MASTO (Giornalista di Radio Popolare di
Milano)
Io vi dovrei parlare di guerre, di tensioni interetniche e
di aree a rischio, in sostanza del volto brutto
dell'Africa, ma l'Africa non è solo questo e questo è uno
degli aspetti di disinformazione più grossi. Io sono
sorpreso di vedere tanta gente ad una iniziativa in cui si
parla di Africa. Perché quasi sempre l'Africa che si
conosce qua in occidente è l'Africa delle guerre e delle
tensioni interetniche, dei massacri ed altro ancora. E
l'Africa ripeto non è solo questo. E proprio perché non è
solo questo io penso che per avvicinarsi a questo
continente enormemente grande innanzitutto e molto spesso
anche su questo punto non si hanno idee chiare, occorra
conoscerlo nel suo complesso.
Purtroppo però non è sbagliato dire che l'Africa è anche il
continente delle guerre, delle tensioni interetniche e di
aree a rischio che potrebbero allargarsi fino a
coinvolgere tutto il continente africano e anche andare
oltre.
Potrei fare un elenco e probabilmente dimenticherei alcune
di queste aree a rischio, non credo comunque sia questo il
problema per avvicinarsi e capire meglio che cosa accade
nel continente africano, in ogni caso più avanti citeremo
anche le principali aree e le regioni dove si svolgono i
principali conflitti. Per adesso io credo che sia
importante innanzitutto capire che le tensioni, i
conflitti, gli scontri che ci sono in Africa non sono molto
diversi dalle tensioni, dagli scontri, dai conflitti che ci
sono qui. L'unica, vera, grande differenza è che in Africa
le risorse sono talmente poche che la lotta per
impadronirsene è una lotta molto spesso per la
sopravvivenza e dunque le esplosioni di violenza dei
conflitti, a volte raggiungono dimensioni che qui è
difficile vedere, anche se non impossibile. Perché è molto
più conflitto etnico quello che sta avvenendo vicino a noi
in Bosnia, piuttosto che molti conflitti africani. Con
questo non voglio dire che le etnie siano qualcosa di
secondario in Africa.
Nella storia della nostra civiltà ci sono civiltà vincenti
e perdenti. Quella che noi conosciamo ora è quella
vincente, quella che ha plasmato un po' tutto il sistema
mondo. Probabilmente l'Africa sarebbe andata in un'altra
direzione; io non so se migliore o peggiore, ma quasi
sicuramente sarebbe andata in un'altra direzione. Per
quello che si riesce a capire adesso molto probabilmente
l'Africa non sarebbe andata verso uno sviluppo che
prevedeva lo stato nazione così come lo conosciamo noi.
Perché molti dei disastri, molte delle guerre, molti dei
conflitti che colpiscono l'Africa, spesso derivano dal
fatto che i confini sono ancora un grosso problema, sono
qualcosa di estraneo agli africani. Tale estraneità deriva
anche dal fatto che tali confini sono stati tracciati da
non africani.
Se si dà un'occhiata tali confini sono estremamente
lineari, infatti si può dire che sono stati tracciati col
righello. Sono le spartizioni che gli appartenenti alla
civiltà vincente hanno fatto in Africa. In tutta la regione
del Sahara per esempio, che è abitata da popolazioni
nomadi, l'economia si fondava proprio sul fatto che la
popolazione poteva spostarsi sul territorio. Ora i confini
non consentono più uno spostamento come prima è questo è
motivo di tensione, di guerra e molto spesso di fame.
Parlare di Africa significa anche parlare del problema
della fame nel mondo e anche qui c'è una grossa componente
di disinformazione. Le popolazioni africane sono abituate a
convivere con un clima e un ambiente a volte difficile da
domare e da sfruttare, ma lasciata a sé stessa, lasciata
alla propria economia la gente non muore di fame, la gente
muore di fame quando in una regione già difficile e in un
ambiente già difficile arriva la guerra. Allora non è più
possibile spostarsi, non è possibile continuare a seguire
le pratiche economiche e commerciali di sempre e di
conseguenza milioni di persone finiscono per soffrire la
fame.
Voglio ritornare un attimo su quanto ho detto sulle
questioni etniche e sulla questione che a fare scoppiare le
tensioni etniche molto spesso è proprio il fatto che le
risorse sono poche, talmente poche che per una popolazione
riuscire a procacciarsele in tutti i modi diventa un
problema di sopravvivenza. Nella relazione precedente avete
sentito quanta parte ha l'occidente, cioè la civiltà
vincente, nel fare in modo che queste risorse siano poche.
Eppure l'Africa è un paese ricco, l'Africa è un continente
che produce e possiede materie prime in una quantità che
l'Europa si sognerebbe. Ma l'organizzazione economica oggi
è fatta in modo che costino molto di più i prodotti finiti
piuttosto che le materie prime. E questa è
un'organizzazione economica fatta e costruita su misura per
gli appartenenti alla civiltà vincente.
A questo punto devo precisare che io non voglio fare una
relazione per cui la conclusione è che bisogna cambiare
tutto, forse non è nemmeno giusto, ma sicuramente per
capire l'Africa bisogna capire che le cose vanno in questo
modo. Questi sono i meccanismi per i quali si creano
guerre, tensioni, aree a rischio.
Altro problema: quando si parla di guerre, di tensioni, di
conflitti interetnici e di massacri in Africa quasi sempre
sui giornali o nelle discussioni fra la gente fa capolino
la parola tribalismo, in questo modo si tende a considerare
l'Africa un continente abitato da popolazioni che non sono
in grado di discutere dei propri interessi e di raggiungere
dei compromessi. E anche questo non è vero, perché molti
dittatori africani, anche i peggiori, non sono africani per
formazione; per esempio Bocassa, dittatore per lungo tempo
del Centro Africa, uno dei peggiori, era molto più
francese che africano, aveva studiato in Francia e aveva
sicuramente molti più rapporti e relazioni con le élite e
le popolazioni dell'occidente piuttosto che con le
popolazioni più povere e più dimenticate del suo paese.
Altri esempi: Mengistu, dittatore per lungo tempo
dell'Etiopia, aveva studiato in Italia, alla scuola dei
carabinieri, anche lui quindi era molto più vicino
all'occidente che alle popolazioni del suo paese. E così
Siad Barre, dittatore somalo, probabilmente uno dei
maggiori responsabili dell'attuale dramma della Somalia.
Detto questo proviamo a considerare alcuni dei conflitti
oggi presenti in Africa.
A sud dell'Egitto il Sudan è il paese africano più esteso,
il più grande, bene come potete vedere in questo paese i
confini, soprattutto il confine a nord, sono praticamente
una linea retta. Quei confini hanno tagliato e separato
popolazioni, magari della stessa etnia, che oggi si trovano
a vivere una da una parte e l'altra dall'altra. Faccio
l'esempio del Sudan perché è il paese che concentra buona
parte dei tanti problemi africani. Il Sudan è grande e
proprio perché al suo interno ci stanno popolazioni di ogni
genere, vi convivono anche gruppi etnici che in Africa si
confrontano in modo anche molto forte. Il nord è abitato da
Arabi e Mussulmani mentre il sud è abitato da popolazione
nera e di religione cristiano-animista. Fra questi due
segmenti di paese c'è una guerra che dura da decenni e che
esprime anche da una parte il tentativo di penetrazione,
che sempre c'è, perché la storia è anche storia di scontri
di incontri di società o civiltà vincenti e di società o
civiltà che invece perdono, dell'integralismo islamico
verso paesi e popolazioni che non lo sono e dall'altra
parte il tentativo di popolazioni che vogliono mantenere la
loro matrice culturale resistendo.
Questa è ovviamente una visione abbastanza schematica della
situazione, ma serve ad esemplificare un altro fatto molto
importante: all'interno di questi problemi si innestano
grandi interessi. Anzitutto un interesse politico: ognuno
di voi lo può immaginare. Leggendo i giornali si può vedere
come la questione dell'Islam sia sempre più di attualità in
questo nostro mondo. Bene lì questa questione si gioca in
modo molto acuto, in modo molto forte. Ma non è l'unico
caso. A sud di quella zona abbiamo un regione che è
diventata molto di attualità in questi ultimi tempi: subito
sotto c'è l'Uganda poi il Burundi e il Rwanda dove appunto
sta avvenendo una sanguinosissima guerra civile che tutti
voi conoscete. Proprio in quella regione si scontrano
interessi non africani, ma fortissimi interessi stranieri.
Sono gli interessi di una vecchia e importante potenza
coloniale come la Francia e gli interessi di un mondo che
in Africa è sempre stato antagonista agli interessi
francesi che è quello anglo-statunitense. Il Rwanda con i
recenti avvenimenti è diventato un paese che prima era
francofono mentre ora si parla l'inglese, perché molti dei
guerriglieri Tusti che hanno combattuto questa guerra
contro il governo egemonizzato dall'etnia Hutu venivano
dall'Uganda, paese anglofono, paese che nella regione sta
acquistando sempre maggiore importanza, che ha mire di
potenza regionale e che viene indicato come lo stato che
ha maggiormente appoggiato il Fronte patriottico di
liberazione, movimento del Rwanda a maggioranza Tutsi.
Questo passo avanti dell'influenza anglo-statunitense nella
regione è visto con grande preoccupazione dalla Francia che
nella regione ha sempre avuto una grande influenza e
soprattutto ha sempre avuto grande influenza in quell'
enorme paese che è lo Zaire, un paese ricchissimo e un
paese che ormai da qualche tempo è sempre sul punto di
esplodere. Lo Zaire è governato da decenni da un dittatore
famigerato che è Mobuto, un dittatore mantenuto al potere
dai francesi ma aiutato anche da altre potenze, perché si
ritiene pericoloso che un paese come lo Zaire possa
esplodere e possa esplodere in modo da non potere più
essere gestito, ciò significherebbe infiammare un po' tutta
questa regione dell'Africa, quindi lo Zaire in questa
posizione è un paese cruciale.
Un'altra zona è rischio è rappresentata da un paese come la
Nigeria, paese ricchissimo che per qualche tempo ha sperato
di entrare nell'élite dei paesi ricchi, questa speranza è
stata delusa tragicamente. Oggi la Nigeria è un altro paese
governato da militari con una repressione molto dura, al
suo interno vi sono forti tensioni interetniche che se
esplodessero scatenerebbero una guerra civile
incontrollabile.
In Sud Africa è da poco finito il regime dell'apartheid, i
paesi a nord del Sud Africa possono tirare un sospiro di
sollievo perché la guerra è finita anche se in Angola
continua la guerra civile, ma in questi paesi restano
aperti tutti i problemi economici che Bruna prima ha
spiegato.
Finisco dicendovi una cosa che ho letto recentemente, che a
me francamente sembra un po' esagerata, ma che esprime un
po' quello che si pensa di un continente come l'Africa.
L'autore di questo testo diceva che ormai in molte regioni
dell'Africa non esiste più un'economia così come noi la
conosciamo e d'altra parte in molte regioni dell'Africa
l'incontro tra questa civiltà vincente, che è l'occidente e
le popolazioni africane non completamente sottomesse ha
dato vita ad un'economia a sé la quale non ha più nulla a
che fare col significato che noi diamo a questo termine e
che andrebbe studiata e compresa. Un esempio di questa
condizione potrebbe essere la Somalia: la Somalia è un
paese di cui tutti conosciamo le vicende recenti, bene la
Somalia come paese unico non esiste più, la Somalia è un
insieme di gruppi che controllano porzioni di territorio e
che sopravvivono e spesso si fanno la guerra, ma con
un'economia che in qualche modo funziona. Se la Somalia
supererà l'attuale stato di guerra molto probabilmente non
sarà afflitta dalla fame, ciò significa che questo
particolare sistema economico potrà reggere.
La Somalia però è un classico esempio di una situazione che
potrebbe allargarsi in Africa. In Somalia non ci sono più
confini: gruppi, fazioni, bande, clan, etnie controllano
porzioni di territorio che non hanno veri e propri confini
perché mutano, cambiano. Mi fermo qui lasciandovi questo
ultimo spunto come stimolo per ulteriori riflessioni.
Risponde Raffaele Masto
Anzitutto c'è da dire che il Burundi etnicamente è composto
come il Rwanda c'è una minoranza Tusti e il resto è Hutu,
con la differenza che adesso in Burundi c'è un governo Hutu
ma con il potere di fatto in mano ai Tutsi che controllano
l'esercito.
Io personalmente penso che il Burundi il conflitto sia già
scoppiato, tutti i giorni ormai si hanno notizie di scontri
e di battaglie e ormai Bujumbura, la capitale, è divisa per
quartieri, cioè ogni quartiere è abitato solo da Hutu o
solo da Tutsi. Quando dico che è già scoppiato voglio dire
che è abbastanza difficile che accada come in Rwanda. In
Rwanda è successo qualcosa di eccezionale: in un mese o
comunque in brevissimo tempo ci sono stati quasi un milione
di morti. In Burundi è abbastanza difficile che accada
questo, perché la minoranza Tutsi che ha il controllo
dell'esercito dovrebbe distruggere la maggioranza della
popolazione. E ciò è molto improbabile che accada. Per cui
l'esplosione del Burundi non ce la si deve aspettare simile
a quella del Rwanda. E' per questo che dico che ciò che
doveva accadere è già avvenuto; Bujumbura è ormai una città
col coprifuoco perpetuo, tutti i giorni ci sono scontri e
la situazione è veramente difficile.
Intervento dal pubblico
Mi aveva colpito prima una tua espressione a proposito del
Sudan, a proposito delle due componenti, quella islamica e
quella cristiana, una avevi definito che stava tentando di
penetrare e l'altra che stava cercando di resistere. Ora
volevo chiedere a voi relatori rispetto al fenomeno macro-
Africa quanto secondo voi la cultura occidentale, quella
vincente ma che in Africa dopo il colonialismo è stata la
cultura delle missioni anche, nel tentativo di
cristianizzare certi popoli, abbia contribuito ad
acquietare gli animi, a non ribellarsi al sistema
dominante, al sistema che porta via le materie prime pagate
poco e le trasforma e le fa pagare molto di più e quanto
invece un sistema come quello islamico pur con tutti i
limiti e con tutti gli atteggiamenti condannabili, sia
invece un sistema che si ribella a tutto questo.
Risponde Bruna Sironi
Proprio a questo proposito all'inizio della mia relazione
ricordavo i romanzi che ho letto recentemente di autori
africani e posso suggerirvene alcuni, per esempio c'è la
trilogia di uno scrittore nigeriano Chinua Achebe che
racconta proprio come il penetrare della cultura cristiana
attraverso i missionari provochi una crisi nella società
del villaggio e nelle strutture di potere tradizionali, da
cui la società africana non riesce a risollevarsi. E' una
vera e propria implosione, dalla quale non si riesce a
vedere che cosa possa nascere di positivo. E' molto
interessante anche perché sono libri molto belli, molto
significativi perché spiegano come queste culture esterne
abbiano provocato la disarticolazione totale di un sistema
meno aggressivo e forse anche più fragile, che non ha
saputo e potuto resistere alla aggressività della
penetrazione in questo caso cristiana.
Un altro bellissimo romanzo parla invece della penetrazione
islamica nella fascia del Niger e nella zona del Mali. Il
libro si intitola Segù. E' la saga di una famiglia nobile
del regno Vambara proprio nel momento di penetrazione e di
espansione dell'Islam. Qui si vede come anche questa
religione, l'Islam appunto, contribuisca in modo
sostanziale alla trasformazione e alla crisi della società
tradizionale africana. E' vero che l'Islam si dimostra più
capace di interagire con le strutture tradizionali di
potere e in qualche modo viene assimilato e assimila
piuttosto che rimanere qualche cosa di esterno, come invece
è rimasta probabilmente la cultura occidentale anche
attraverso il Cristianesimo. Forse in questo senso si può
vedere una differenza di modo di porsi, di modo di agire su
quello che è il tessuto politico del continente.
E' vero che in America Latina è nata ed è cresciuta la
Teologia della liberazione e una gran parte dei movimenti
politici anche di rottura con l'esistente sono stati
portati avanti in una visione cristiana. Questo in Africa
non è successo. Ancora recentemente c'è stata una grande
discussione in riferimento al sinodo africano che è stato
organizzato a Roma, su questo ci sono state polemiche
condotte dalle punte più avanzate sia del clero africano
che del clero missionario. Dico punte più avanzate perché
la gran parte si è adeguata pedissequamente. Mi fermo qui
anche perché non so dare un giudizio più preciso su questo.
Tuttavia non posso pensare che la metodologia di
penetrazione dell'Islam così come si sta verificando, per
esempio in Sudan, possa portare a qualcosa di positivo.
Infatti si sta ponendo in questo momento come elemento
destabilizzatore di un'intera area che già gode di un
equilibrio molto instabile.
Domande e interventi dal pubblico
Intervengo su una questione che finora mi sembra non
abbiate affrontato: il Fondo monetario. Secondo me il Fondo
monetario ha creato in Africa una serie grandissima di
problemi. Il Fondo monetario infatti con la sua politica ha
compiuto in Africa dei tagli assolutamente negativi:
anzitutto ha tagliato posti di lavoro, poi posti nelle
scuole diminuendo le risorse e quindi la possibilità di
educare e di istruire la gente. E il Fondo monetario oggi è
composto da coloro che hanno più soldi: quindi la questione
è molto semplice: chi ha soldi sottomette chi ne ha di
meno. Nel mio paese, la Costa d'Avorio, oggi c'è la guerra,
non perché non ci siano ricchezze, in realtà ce ne sono
molte, ma perché ci sono state sequestrate, noi non le
possediamo. Questa povertà spiega anche l'emigrazione: non
ci sono tante alternative o si va a fare la guerra per
prendersi il poco che c'è oppure si parte.
Quindi se le nazioni più ricche, Europa e Nord America,
cambiano atteggiamento verso l'Africa, l'Africa può
continuare a vivere senza interrompere scambi e contatti
con le altre nazioni
Accertato che i problemi dell'Africa nascono qui, credo che
da qui debba nascere una risposta a questi problemi. Quale
può essere questa risposta? Dai recenti convegni
internazionali è arrivato un grande no all'azzeramento del
debito dei paesi del terzo mondo. Dunque quale può essere
la nostra risposta a quei paesi che giacciono in questa
situazione, la nostra risposta che viene dal basso. Quelle
iniziative che sono sorte recentemente, vedi per esempio
“Commercio equo e solidale”, pur essendo risposte minimali,
parziali, però denotano un segnale, un grido di un nuovo
approccio al consumo dei prodotti del terzo mondo, consumo
equo e solidale, equo perché intendiamo remunerare
equamente il lavoro di chi produce e solidale in termini di
restituzione di quanto abbiamo rapinato a questi paesi.
Dunque vorrei chiedere quali sono i problemi che
attanagliano queste iniziative, se nascono da qui o nascono
altrove. Che tipo di accoglienza poi ha avuto questo genere
di proposta sul territorio nazionale?
Vorrei agganciarmi al discorso sui conflitti interetnici in
Africa e affrontare il problema da un altro punto di vista
provando a domandare che cosa si può fare per la pace. Io
penso che oltre agli aiuti umanitari si potrebbe fare un
lavoro che riguarda la pace intesa non solo come trattati,
che troppo spesso vengono violati, bensì la pace intesa
come crescita culturale del paese. Il mio intervento
potrebbe sembrare un po' utopistico, però la pace intesa
come crescita culturale di un paese secondo me sta alla
base di tutto. Basta pensare ai mini eserciti che ci sono
in tanti stati africani, chiamati in questo modo non perché
sono piccoli, ma perché composti da bambini che vengono
quasi sradicati dalle famiglie e quindi educati a quella
che è la violenza. Quindi in merito a questa questione
penso che ognuno di noi si debba porre il problema di
quello che potrebbe fare.
Vorrei concludere il mio intervento con le parole di Maria
Montessori che diceva che le armi della pace stanno nella
educazione e nella crescita culturale della persona.
Vorrei chiedere quali sono gli interessi stranieri in Rwanda.
Vorrei fare una domanda di carattere socioeconomico: vorrei chiedere come la teoria economica spiegata prima da Bruna Sironi, seconda la quale l'Africa dovrebbe intraprendere una propria industrializzazione diversa da quella dei paesi occidentali, potrebbe armonizzarsi con quelle che sono le difficoltà oggettive del continente africano dove l'instabilità politica è una componente fondamentale di ogni stato, non c'è un'identità nazionale che possa accomunare le varie etnie all'interno di una stessa nazione, non c'è una cultura comune né una lingua comune. Dunque questa teoria proposta da un economista africano sembra scontrarsi con quelle che sono le oggettive difficoltà dell'Africa.
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Interviene Bruna Sironi
Il primo problema posto riguarda le politiche di
aggiustamento strutturale imposte dal Fondo monetario
internazionale e dalla Banca mondiale. Sono politiche che
vengono continuamente criticate da tutto il mondo delle
organizzazioni non governative, da quel mondo che pensa che
lo sviluppo non sia lo sviluppo economico e basta, ma che
lo sviluppo vada invece giudicato sullo sviluppo umano.
Cioè che gli indici da tenere in considerazione non sono
gli indici economici nudi e crudi, ma sono gli indici che
permettono di valutare quanto la popolazione di un paese
abbia una condizione di vita accettabile.
In Africa pochissimi paesi hanno accettato di non
sottoporsi alle politiche di aggiustamento strutturale
imposte dal FMI, perché in questo modo questi paesi hanno
potuto accedere ad ulteriori crediti. Per esempio il
Burkina Faso ha deciso di non chiedere più soldi alle
banche estere pur di non sottoporsi a questo tipo di
politiche. Invece dei ventiquattro paesi africani che hanno
dovuto applicare queste politiche negli anni ottanta,
soltanto sei hanno presentato alla fine del decennio
deficit un po' meno forti e comunque 12 hanno un dato di
arrivo paragonabile al dato di partenza. Perciò nonostante
queste politiche applicate non ci sono sostanziali
miglioramenti neanche dal punto di vista economico. Sei
stati hanno addirittura indici economici negativi rispetto
al dato di partenza.
Le politiche di aggiustamento strutturale dovrebbero
servire secondo le autorità internazionali ad accumulare un
surplus nel paese tale da riuscire a ripagare il debito.
Questo significa che nel paese si devono trovare nuove
risorse. Nuove risorse dove? Di solito tagliando le spese
per i servizi, in particolare le spese per la sanità e
quelle per l'educazione oltre che le spese per le aree
rurali. In Africa infatti, in quanto il potere politico è
abbastanza instabile, si tende sempre a salvaguardare le
aree urbane che sono quelle più vicine al potere e che sono
quelle che hanno maggiori possibilità di destabilizzare
ulteriormente la classe dirigente. Per cui di solito queste
politiche falcidiano le risorse per le zone rurali e per i
servizi di base.
Si cerca poi di reperire risorse nella materia prima o
nelle materie prime, nei casi fortunati, che il paese
produce e che in genere sono materie prime agricole. Ciò
significa mettere a sfruttamento più intensivo ed estendere
lo sfruttamento del territorio in maniera indiscriminata.
Cosa questa che ha provocato spesso il degrado ambientale
che é poi la causa del dilavamento del terreno, la causa
dell'avanzamento del deserto nell'area del Sahel, che è uno
dei motivi più ricorrenti delle carestie che colpiscono
l'Africa.
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Continua Raffaele Masto
A proposito del Commercio equo e solidale. Il Commercio
equo e solidale è un'iniziativa che parte dai paesi ricchi
e che si propone di acquistare prodotti del terzo mondo
evitando una serie di passaggi intermedi, che sono quelli
che fanno molto spesso lievitare il costo, in modo da
pagarli quasi direttamente ai produttori del terzo
mondo.
Questo tipo di attività ovviamente non risolve tutti i
problemi dei paesi del terzo mondo, a me però è capitato di
vedere che importanza abbia in piccole comunità. Ad esempio
nelle baraccopoli di Nairobi, capitale del Kenya, che sono
dei luoghi infernali. Basti pensare che Nairobi è una città
africana e si fa fatica a sentirla africana quando si è in
centro, perché del tutto simile a quello delle nostre
città. Se si fa solo un chilometro di strada verso la
periferia ci si rende conto di quanto quel pezzettino di
città sia solo un corpo estraneo in quello che è il
complesso. A Nairobi alle nove di sera non c'è più nessuno
per le strade, chi si arrischia ad uscire per le strade
rischia di essere derubato.
Appena fuori da questa città dalla quale passano tutti i
turisti che vanno in Kenya a fare i safari e che
regolarmente visitano solo il suo centro, ci sono
baraccopoli che sono luoghi infernali e abitate da decina
di migliaia di persone. Tutta questa gente che vive alla
periferia di Nairobi trova quasi sempre lavoro a Nairobi
nell'indotto del turismo. E chi non trova lavoro vive in
questi posti in un modo che è veramente un abbrutimento. I
missionari e i volontari che operano in questi posti hanno
cominciato a lavorare, per lo meno in quelle realtà' che ho
conosciuto io, pensando di offrire uno sbocco di lavoro a
queste persone attraverso il contatto con persone che qui
praticano il Commercio equo e solidale. Questa soluzione
ovviamente non é completa ma per quelle piccole comunità
che vengono in contatto con questo tipo di sistema è
sicuramente un modo di poter pensare al futuro.
Ripeto però che non è una soluzione totale del problema del
sottosviluppo.
Fra l'altro vorrei aggiungere che tra un paese che segue le
politiche di aggiustamento strutturale imposte dagli
organismi internazionali e un paese che non le segue, visto
che il sistema economico e commerciale è così integrato,
finisce che le differenze sono veramente poche. Un italiano
che è stato eletto presidente dell'Organizzazione mondiale
del commercio ha detto che nel futuro nel mondo non ci sarà
più la fame, ma io penso che se si continua così non ci
saranno proprio grandi possibilità di svolte clamorose e di
grandi cambiamenti.
Qualcuno aveva chiesto quali sono gli interessi stranieri
in Rwanda. Prima sono stato molto rapido. Il Rwanda è un
piccolo paese proprio di fianco ad un altro paese molto più
grande che è lo Zaire. Ecco quel piccolo paese è stato
prima dei fatti che conosciamo un paese ad influenza
francese. Il conflitto di interesse è fra da una parte
Francia e dall'altra Stati Uniti e Gran Bretagna, tenendo
conto che il Rwanda assieme allo Zaire è uno degli stati
più ricchi dell'Africa centrale.
Ora se un paese anglofono come l'Uganda, ha la possibilità
di influenzare la vita del più piccolo Rwanda, tutto ciò è
visto dai francesi come l'intervento di una potenza
concorrente che cerca di guadagnare terreno. Ecco quindi
che nascono i conflitti di interessi: certo il mondo adesso
non è più diviso in blocchi, non c'è più l'est contro
l'ovest e quindi in molti paesi, come per esempio l'Angola,
dove inizialmente il conflitto opponeva l'est e l'ovest,
poi una volta terminato quello scontro sono rimasti
contrasti locali . Anche in Rwanda indubbiamente ci sono,
ma a questi si sommano altri tipi di contrasti
internazionali in cui le grandi potenze cercano di
contendersi le reciproche zone di influenza.
Comunque anche in questa spiegazione, pur essendomi
dilungato un po', sono stato abbastanza schematico, infatti
quando si parla di interessi stranieri in una regione,
l'argomento è così vasto che le riflessioni da fare
sarebbero molte di più.
Interviene Bruna Sironi
Un signore prima chiedeva come è possibile prevedere dei
cambiamenti radicali nella politica economica in paesi che,
come quelli africani, sono caratterizzati da grande
instabilità politica. Certo questo è uno dei problemi,
l'altro punto è quello di come è possibile pensare allo
scollegamento di grandi regioni del pianeta dal gioco
economico internazionale. Ma a tutto ciò va aggiunto che
ultimamente alcuni trattati sul commercio mondiale hanno
ristabilito una serie di barriere di tipo protezionistico
del Nord del mondo nei confronti del Sud che non fanno ben
sperare, in quanto sono proprio questi tipi di politiche
che mantengono e continuano a mantenere i paesi del Sud del
mondo in uno stato di grande dipendenza e inferiorità.
I prezzi delle materie prime inoltre non sono decisi dai
produttori, ma sono decisi nelle borse dei paesi
occidentali. Così il gioco economico e del commercio
internazionale è garantito da questi accordi che
stabiliscono le quote, stabiliscono a quali condizioni
certe materie prime possono entrare in certi mercati oppure
ne devono star fuori e queste condizioni vengono dettate
dal più forte e il più forte non sono certo i paesi
produttori.
Addirittura anche nei rapporti di cooperazione il più forte
è quello che ha il denaro. Quando si prevede il fatto che i
paesi del Sud del mondo possano tra di loro commerciare,
possano recuperare nei loro territori i beni di consumo e
le tecnologie e i prodotti lavorati che a loro servono,
tutto ciò è positivo, ma a fianco di questo discorso spesso
se ne fa anche un altro; per esempio una delle clausole
della cooperazione italiana è che la tecnologia deve essere
acquistata in Italia o che i beni da spedire in un paese in
via di sviluppo per realizzare un certo progetto devono
essere italiani e così anche i tecnici che devono
supervisionare il progetto. Mi ricordo tempo fa di essermi
occupata di un progetto in Eritrea, c'era un ingegnere
idraulico eritreo laureato in una università italiana,
ebbene fu una battaglia per riuscire a fare in modo che
fosse lui la persona incaricata di seguire il progetto nel
suo paese; non la si spuntò tra l'altro. Alla fine questo
progetto venne fatto in un altro modo, questo ingegnere se
ne occupò, ma non si trattava più di cooperazione
italiana.
Dire comunque che le classi politiche africane sono
instabili è vero, dire che molte di loro mancano di
iniziativa è vero ed è vero anche che molte di loro sono di
origine neocoloniale, ma anche questa è una responsabilità
dell'occidente. Mobutu, per esempio, che questa sera è
stato nominato più volte, è stato rafforzato dalle
operazioni di soccorso ai profughi rwandesi messe in atto
dall'Europa, in particolare in questo caso dalla Francia.
Anche Bocassa, nominato prima, era più francese che non
africano e garantiva certi interessi. Quando non li ha
garantiti più è stato sostituito. Non voglio dire che tutte
le classi politiche africane siano così, però certamente
anche la nuova classe politica africana deve pagare questo
tipo di scotto. Non è quindi una responsabilità sua o solo
sua il fatto di essere così instabile.
Intervento dal pubblico
Ma queste condizioni di dipendenza ci sono state anche in
altre regioni, in Asia, per esempio in India. La loro
libertà e autonomia l'hanno avuta non dalle classi
politiche che le governavano, ma è nata da una sollevazione
popolare, pensiamo anche ai paesi del Sud-Est asiatico che
erano colonie prevalentemente francesi. Ora questi stati
sono riusciti ad avere una piena indipendenza, mentre
l'Africa non è riuscita ancora ad avviare questo processo e
non parlo solo di classe politica ma mi riferisco anche
alla base, cioè a tutto il resto della popolazione.
Risponde Raffaele Masto
Sì non riesco a trovare un argomento abbastanza convincente
per controbattere. In effetti nel processo di affrancamento
di queste vecchie colonie dalle capacità di influenza
dell'occidente, forse l'Africa è il continente che è
rimasto più indietro e ancora adesso è il più
influenzabile. Io non so da che cosa dipenda, probabilmente
come sempre in questi casi i motivi sono molteplici. Non è
però vero che nei paesi africani non ci siano state delle
rivolte e delle resistenze alla colonizzazione e
all'influenza occidentale. Quasi tutti i paesi africani
hanno resistito. Poi comunque non posso non constatare che
è vero che l'Africa e i paesi dell'Africa in generale sono
quelli che con più difficoltà, rispetto all'oriente e
all'America Latina riescono a non essere così pesantemente
influenzati dall'occidente .
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Continua Bruna Sironi
Io vorrei aggiungere una cosa: l'America del Sud ha avuto
una storia particolare, infatti in fondo le popolazioni
originarie americane non ci sono più: la cultura latino
americana è stata non sconfitta come quella africana ma
sradicata e distrutta e le popolazioni indigene
costituiscono ormai un'esigua minoranza. E questa è un po'
la storia della colonizzazione dell'America Latina. La
storia della colonizzazione dell'Asia è una storia molto
diversa dalla colonizzazione africana; è avvenuta quasi
nello stesso periodo ma ha avuto esiti completamente
diversi. Probabilmente l'economia e la cultura occidentale
in Asia si è trovata di fronte a culture ed economie non
così fragili, ma in grado di resistere ad una penetrazione
distruttiva. In Cina per esempio ci sono state per gli
occidentali solo delle concessioni e delle piccole basi
commerciali e la concessione di queste basi ha provocato
comunque guerre che l'occidente non ha vinto. In India la
colonizzazione inglese è stata una colonizzazione di
amministrazione. Anche in Africa la colonizzazione inglese
è stata diversa da quella francese o diversa da quella
italiana, ma comunque la colonizzazione europea in Asia non
ha distrutto l'identità culturale, non ha distrutto le
strutture sociali, non ha distrutto le relazioni
sociopolitiche, si è sovrapposta e quando si è dovuta
ritirare od è stata mandata via diciamo che in qualche modo
l'equilibrio è ritornato. Inoltre bisogna tenere conto del
fatto che in Asia era già stato realizzato uno sviluppo
agricolo abbastanza intensivo e razionale e anche un minimo
di industrializzazione, cosa che in Africa non è avvenuta,
anche perché stando per almeno una sua buona parte più
vicina all'Europa, risultava più facile e più economico
lavorare tutto in Europa. Invece in Asia risultava più
comodo fare almeno un certo tipo di lavorazioni sul posto e
questo ha messo l'Asia in grado poi di realizzare dei
meccanismi che hanno spinto in avanti
l'industrializzazione. Tutto ciò in Africa non è avvenuto
anche perché in Africa l'impatto è molto più distruttivo.
Intervento dal pubblico
Non è che questo è avvenuto anche perché le popolazioni
africane non hanno la nostra stessa concezione dello stato
mentre in Asia questa idea c'era. Per esempio la Cina era
uno stato e anche con un certo nazionalismo, mentre
l'Africa ha posseduto dei confini nazionali ma erano e
sono basati solo su una nostra idea e fra l'altro hanno
causato spostamenti di etnie: in Mali per esempio si sono
unite popolazioni differenti che poi hanno avute sempre
forti contrasti fra di loro. Dove invece si sono creati
meno contrasti, può essere il caso del Burkina Faso, è
perché lì c'era già uno stato unitario: l' impero Mussì che
ha fatto sì che la popolazione fosse omogenea e tutto
sommato crescesse in modo abbastanza democratico, mentre i
paesi con maggiori tensioni sono quelli che al loro interno
hanno maggiori contrasti tra popolazioni diverse, per
esempio tra popolazione arabe e popolazioni nere.
Risponde Bruna Sironi
Certo il modo di strutturarsi dei rapporti politici in
Africa era un modo che ha permesso la penetrazione
aggressiva e forte di altri stati e nazioni come le nazioni
occidentali. Mentre in Asia queste stesse nazioni hanno
trovato una contrapposizione che ha frenato il loro
espansionismo distruttivo.
Intervento dal pubblico
Bisogna anche considerare che una parte della povertà
dell'Africa, sia politica che economica, va imputata alla
vendita delle armi che i paesi ricchi continuano a fare
agli stati africani; finché questa non cesserà per l'Africa
non ci sarà pace.