AFRICA - LE RAGIONI DEL SOTTOSVILUPPO


  1. Intervento di SIRONI
  2. Intervento di MASTO
  3. Cosa pensa potrà succedere in Burundi, considerando che sembra si stiano diffondendo scontri interetnici simili a quelli del Rwanda?
  4. Quanto ha contribuito la cultura occidentale ad acquietare gli animi, a non ribellarsi al sistema che porta via le materie prime pagate poco e le trasforma e le fa pagare molto di più e quanto invece un sistema come quello islamico sia invece un sistema che si ribella a tutto questo?
  5. Il Fondo monetario ha creato in Africa una serie grandissima di problemi. Nel mio paese, la Costa d'Avorio, oggi c'è la guerra, non perché non ci siano ricchezze, in realtà ce ne sono molte, ma perché ci sono state sequestrate, noi non le possediamo. Questa povertà spiega anche l'emigrazione: non ci sono tante alternative o si va a fare la guerra per prendersi il poco che c'è oppure si parte.
  6. Accertato che i problemi dell'Africa nascono qui, credo che da qui debba nascere una risposta a questi problemi. Quale può essere questa risposta? (il commercio equo e solidale?)
  7. Sui conflitti interetnici in Africa, che cosa si può fare per la pace?
  8. Quali sono gli interessi stranieri in Rwanda
  9. Come potrebbe armonizzarsi la teoria economica spiegata prima da Bruna Sironi, seconda la quale l'Africa dovrebbe intraprendere una propria industrializzazione diversa da quella dei paesi occidentali, con quelle che sono le difficoltà oggettive del continente africano?
  10. Condizioni di dipendenza ci sono state anche in altre regioni, in Asia, per esempio in India. Ora questi stati sono riusciti ad avere una piena indipendenza, mentre l'Africa non è riuscita ancora ad avviare questo processo. Perche'?

BRUNA SIRONI (Associazione “Mani Tese”)
Gli argomenti da trattare sono veramente numerosi e complessi e mi limiterò a nominare quelli che sono le aree di crisi e quelli che sono in generale i punti da mettere a fuoco, lasciando poi che eventuali approfondimenti vengano sollecitati dalle vostre domande. In effetti tutti gli indici di sviluppo in Africa in questo momento, così come per gli anni ottanta, hanno avuto cali e hanno segnato dei valori negativi. Mentre al momento della fine della colonizzazione e per gli anni sessanta e parte degli anni settanta si erano visti degli sviluppi positivi che facevano ben sperare per il futuro del continente.
Per capire perché questo è successo vale la pena di partire dagli argomenti trattati la scorsa volta nell'incontro precedente e proprio per prepararmi a questo incontro con voi sono andata a rivedermi alcuni testi di economisti e di studiosi dell'Africa e ho avuto la conferma che tutti concordano nel dire che l'attuale crisi dell'Africa affonda le sue radici proprio nell'incontro e nello scontro tra questo continente e l'Europa, in particolare l'Europa della colonizzazione. C'è stato un momento appunto negli anni ottanta in cui, anche dall'Africa stessa, sono arrivate riflessioni diverse. Qualcuno metteva in evidenza i problemi di tipo culturale e si diceva forse le modalità di relazioni sociali, le modalità di sfruttamento del territorio, forse questo modo peculiare dell'Africa di organizzarsi, fa in modo che lo sviluppo non venga e si tacciava di terzomondismo il mettere in evidenza il fatto che il continente africano aveva avuto un impatto dirompente con il mondo sviluppato. Si pensava che il periodo della colonizzazione fosse stato troppo breve per influire in maniera così terribile su un intero continente per tutti questi anni. Diciamo che nei testi pubblicati in questi ultimi anni si ritorna invece proprio a mettere in evidenza le radici coloniali della crisi dell'Africa.
Io vi invito se non volete leggere cose troppo tecniche e troppo pesanti a leggere alcuni romanzi che sono stati recentemente tradotti in italiano e pubblicati dalla Edizioni Lavoro. Sono romanzi di autori africani molto impegnati nella loro società in cui risulta evidentissimo come i rapporti sociali e il contesto economico africano siano stati profondamente disarticolati da un impatto forte, un impatto aggressivo, un impatto che è cominciato con la tratta degli schiavi. Cosa che ha veramente cambiato i rapporti sociali e politici sia in Africa Occidentale che, in modi diversi in Africa Orientale. Anche le classi coloniali hanno diretto la loro azione allo scopo di disarticolare un tessuto di relazioni umane in modo che il territorio potesse essere il più ampiamente sfruttato. E tutto ciò ha profondamente marcato il secolo dell'Africa e adesso l'Africa sta soffrendo di questo scontro.
Se tutto questo è successo a livello culturale politico e sociale è successo anche a livello economico. L'Africa è entrata in rapporto con i paesi coloniali essenzialmente come produttrice di materie prime, quando la tratta degli schiavi non è stata più economicamente interessante si è scoperto l'olio di palma oppure si sono scoperte le ricchezze minerarie come il rame, come l'oro e i paesi africani sono diventati i paesi delle monocolture. E anche dopo la decolonizzazione il ruolo dell'Africa è stato mantenuto come ruolo di produttore di materie prime in regime di monocoltura. Economie che fondano la loro solidità su un unico prodotto di cui inoltre non controllano il prezzo, sono economie fragilissime.
Mentre in altri continenti come l'Asia o l'America del Sud si era dato avvio a un minimo di industrializzazione, a un minimo di sfruttamento diverso del territorio, in Africa questo non è successo . Quando poi i termini di scambio sono andati peggiorando, cioè quando i prezzi delle materie prime si sono ridimensionati per avere in qualche caso un crollo, pensiamo al caffè oppure pensiamo al cotone, i sistemi economici di questi paesi sono entrati in crisi. Il Sudan e il Ciad per esempio erano paesi che producevano essenzialmente cotone. Con l'introduzione delle fibre artificiali il cotone per un certo periodo non valeva più niente e le economie di questi paesi erano basati sulla esportazione di questa materia prima.
Ora mentre i beni lavorati che venivano importati in questi paesi avevano un prezzo sempre crescente invece i beni esportati avevano un prezzo sempre minore.
Su questo meccanismo si è andato a creare un debito sempre più grande dei paesi africani. Un debito che negli anni ottanta e ancora di più negli anni novanta è diventato gigantesco. Attualmente si calcola che siano 150 miliardi di dollari complessivamente il debito dei paesi africani. E si calcola che ormai da molti anni il flusso soldi e di risorse che i paesi africani devono in qualche modo mandare verso i paesi di cui sono debitori è molto più alto di tutto il flusso degli aiuti della cooperazione internazionale. Ora per ripianare il debito le autorità monetarie internazionali, vale a dire la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale, hanno anche nei paesi africani imposto dei programmi di aggiustamento dell'economia che hanno inciso profondamente sulle condizioni di vita della popolazione. Si è avuta per esempio una riduzione secca delle spese sociali; si calcola che per la sanità vengano spesi più o meno quattro dollari all'anno per ogni abitante dell'Africa. Questa è una media, per cui ci sono paesi dove questa cifra è ancora minore. Per l'istruzione si calcola che vengano spesi circa trenta dollari pro capite all'anno e questi soldi vengono spesi soprattutto nelle aree urbane e per le università, quando invece gli ultimi studi di esperti del settore dicono che per migliorare in modo soddisfacente le condizioni di vita della gente le spese per l'istruzione e le spese per la sanità dovrebbero essere alla base. Per esempio per quanto riguarda la sanità la spesa maggiore dovrebbe essere non nei grandi ospedali, ma invece per piani di sanità di base, di prevenzione, di messa a disposizione di presidi sanitari anche nelle zone rurali e per l'istruzione dovrebbe essere diretta a migliorare la rete di istruzione nelle campagne, l'istruzione di base, l'istruzione delle donne e più in generale l'istruzione dei contadini. Si è visto per esempio che aumentando di un punto percentuale il tasso di alfabetizzazione si diminuisce in modo significativo la mortalità infantile. Perché aumentando l'istruzione dei contadini si migliora in modo significativo il tasso di produttiva della terra.
Per ripianare il debito molto forte diventa la pressione sull'ambiente. E' chiaro che se questi paesi sono produttori di materie prime e soprattutto di materie prime agricole, devono coltivare di più, devono coltivare in maniera più estensiva, devono coltivare in maniera più aggressiva, devono disboscare, devono mettersi nelle condizioni di avere il bene che viene loro richiesto sul mercato internazionale nella maggiore quantità possibile. In questo modo per esempio le foreste negli stati africani diminuiscono in maniera veramente vertiginosa ogni anno. In Costa d'Avorio per esempio c'era una foresta che copriva oltre il 50% del territorio fino a 10 anni fa e adesso la foresta è veramente ridotta ai minimi termini. Così si calcola che per esempio gran parte della terra fertile del corno d'Africa proprio per questo disboscamento intensivo finisca regolarmente nel mar Rosso.
Accanto a questi problemi economici sono molto importanti, per capire quello che sta succedendo in questi anni in Africa, anche i problemi sociali. Primo fra tutti da nominare è il problema demografico. Ora l'Africa ha circa mezzo miliardo di abitanti con l'attuale tasso di crescita della popolazione fra dieci anni gli africani dovrebbero essere 730 milioni e un miliardo e 800 milioni nel 2050, con un tasso di crescita di circa il 3% annuo. Dunque per riuscire a nutrire questa popolazione gli standard attuali sono standard che non soddisfano le quote minime. Si calcola che in Europa una persona adulta abbia a disposizione 3500 calorie al giorno, in Africa la media è di 2100 calorie e tale cifra secondo l'organizzazione mondiale della sanità è al di sotto delle quote di sopravvivenza minime. Dunque se queste sono le dinamiche e se si continuerà in questa maniera avremo un 3% in più di popolazione ogni anno e avremo un 1,8% aumentato ogni anno di mancanza di equilibrio nella possibilità di nutrire la popolazione africana che già adesso è sotto nutrita.
Altra cosa interessante e preoccupante è che il 50% circa della popolazione ha un'età inferiore ai 15 anni; il che vuol dire che ogni capo famiglia ha un numero consistente di persone a cui deve garantire il sostentamento. I redditi già bassi delle famiglie africane devono essere suddivisi per un numero molto grande di componenti. Molto spesso poi non si tratta nemmeno di famiglia nucleare, cioè del padre, madre coi figli, ma un capofamiglia deve badare alla famiglia allargata, proprio perché il tasso di disoccupazione soprattutto nelle aree urbane è molto alto.
Dal momento appunto, come dicevo prima, che le spese per i servizi sono basse e sono sempre in diminuzione è chiaro che è più facile accedere a questi servizi nelle aree urbane e poiché il reddito da lavoro agricolo è anch'esso in diminuzione è chiaro che molta della popolazione rurale tende ad emigrare verso la città, dove ha a disposizione una miglior rete di servizi e dove spera di riuscire a sopravvivere trovando un lavoro nella pubblica amministrazione o in qualche settore del lavoro informale di cui si sostenta gran parte delle popolazione urbana africana.
Ora questo tasso di urbanizzazione in Africa è molto alto. Nel periodo della decolonizzazione erano cinque o sei le città africane che avevano più o meno mezzo milione di abitanti, attualmente a trent'anni di distanza le città africane che hanno più di mezzo milione di abitanti sono altro una cinquantina e alcune di queste città hanno delle periferie e hanno delle aree di marginalizzazione veramente notevoli. Per esempio il 60% della popolazione di Kinshasa, capitale dello Zaire, risiede in baraccopoli abusive e lo stesso si può dire del Cairo, di Nairobi e di molte altre città africane.
E' comprensibile che questa emigrazione dalla città contribuisce a diminuire ulteriormente la produttività del sistema agricolo.
Io mi fermerei qui, vorrei solo indicare alcune possibili soluzioni per questa situazione che appare così grave. C'è qualcuno che suggerisce cinicamente di spegnere la luce sull'Africa, perché è un continente che a livello economico ha sempre contato poco ma adesso non conta quasi più niente. E' chiaro che invece ci sono delle prospettive e ci sono state indicate alcune cose che si possono fare perché l'Africa non sparisca e perché si possano mettere in moto dei meccanismi che contribuiscano a migliorare la qualità della vita e a fare in modo che lo sviluppo del continente, che negli anni ottanta si è non solo fermato, ma ha avuto un'inversione di tendenza, si possa mettere di nuovo in moto.
C'è un economista africano, con teorie forse non sempre condivisibili, ma sicuramente molto acute e interessanti, è Samir Amin che parla di deconnessione, di regionalizzazione economica. Cioè dice che per il continente africano è necessario una specie di scollegamento da quello che è il mercato internazionale e aggiunge che si devono mettere in moto invece dei meccanismi per cui siano i paesi in via di sviluppo tra di loro che interagiscono e che si scambiano le loro merci, le loro tecnologie, le loro modalità di produzione, in modo che possano ripartire quelli che sono i meccanismi dello sviluppo a livello della loro area, perché nel gioco dell'economia internazionale, nello scontro con i paesi già sviluppati, sarebbero sempre perdenti.
Alcuni economisti affermano anche che l'Africa deve industrializzarsi, però non nel modo in cui si sono industrializzati i paesi del Nord, ma dovrebbe puntare a un tipo di industrializzazione che abbia una forte integrazione con quello che è lo sviluppo agricolo. Intanto per permettere al continente di nutrire i suoi abitanti e poi per creare quel surplus che gli serva per commerciare, prima di tutto con gli altri paesi in via di sviluppo, poi anche con i paesi già sviluppati.
Un'ulteriore riflessione; un altro punto che comincia ad essere discusso è quello di uno sviluppo urbano che sia volto a frenare lo sviluppo delle megalopoli, queste città enormi in cui confluisce in modo disordinato la popolazione agricola. Si dovrebbero creare intorno a questi centri dei poli di sviluppo urbano di piccole e medie dimensioni tali da poter catalizzare quelle che sono le forze vive del contesto rurale circostante e che permettano di fornire quei servizi che non si dovrebbero più andare a cercare nella capitale.
Un'ultima cosa ed è molto importante riguarda la comunità internazionale che dovrebbe per facilitare e per ridare fiato alla possibilità dello sviluppo dell'Africa abolire le misure protezionistiche nei confronti dei prodotti che arrivano dal continente africano. Negli ultimi trattati commerciali queste misure protezionistiche sono state casomai rafforzate.

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RAFFAELE MASTO (Giornalista di Radio Popolare di Milano)
Io vi dovrei parlare di guerre, di tensioni interetniche e di aree a rischio, in sostanza del volto brutto dell'Africa, ma l'Africa non è solo questo e questo è uno degli aspetti di disinformazione più grossi. Io sono sorpreso di vedere tanta gente ad una iniziativa in cui si parla di Africa. Perché quasi sempre l'Africa che si conosce qua in occidente è l'Africa delle guerre e delle tensioni interetniche, dei massacri ed altro ancora. E l'Africa ripeto non è solo questo. E proprio perché non è solo questo io penso che per avvicinarsi a questo continente enormemente grande innanzitutto e molto spesso anche su questo punto non si hanno idee chiare, occorra conoscerlo nel suo complesso.
Purtroppo però non è sbagliato dire che l'Africa è anche il continente delle guerre, delle tensioni interetniche e di aree a rischio che potrebbero allargarsi fino a coinvolgere tutto il continente africano e anche andare oltre.
Potrei fare un elenco e probabilmente dimenticherei alcune di queste aree a rischio, non credo comunque sia questo il problema per avvicinarsi e capire meglio che cosa accade nel continente africano, in ogni caso più avanti citeremo anche le principali aree e le regioni dove si svolgono i principali conflitti. Per adesso io credo che sia importante innanzitutto capire che le tensioni, i conflitti, gli scontri che ci sono in Africa non sono molto diversi dalle tensioni, dagli scontri, dai conflitti che ci sono qui. L'unica, vera, grande differenza è che in Africa le risorse sono talmente poche che la lotta per impadronirsene è una lotta molto spesso per la sopravvivenza e dunque le esplosioni di violenza dei conflitti, a volte raggiungono dimensioni che qui è difficile vedere, anche se non impossibile. Perché è molto più conflitto etnico quello che sta avvenendo vicino a noi in Bosnia, piuttosto che molti conflitti africani. Con questo non voglio dire che le etnie siano qualcosa di secondario in Africa.
Nella storia della nostra civiltà ci sono civiltà vincenti e perdenti. Quella che noi conosciamo ora è quella vincente, quella che ha plasmato un po' tutto il sistema mondo. Probabilmente l'Africa sarebbe andata in un'altra direzione; io non so se migliore o peggiore, ma quasi sicuramente sarebbe andata in un'altra direzione. Per quello che si riesce a capire adesso molto probabilmente l'Africa non sarebbe andata verso uno sviluppo che prevedeva lo stato nazione così come lo conosciamo noi. Perché molti dei disastri, molte delle guerre, molti dei conflitti che colpiscono l'Africa, spesso derivano dal fatto che i confini sono ancora un grosso problema, sono qualcosa di estraneo agli africani. Tale estraneità deriva anche dal fatto che tali confini sono stati tracciati da non africani.
Se si dà un'occhiata tali confini sono estremamente lineari, infatti si può dire che sono stati tracciati col righello. Sono le spartizioni che gli appartenenti alla civiltà vincente hanno fatto in Africa. In tutta la regione del Sahara per esempio, che è abitata da popolazioni nomadi, l'economia si fondava proprio sul fatto che la popolazione poteva spostarsi sul territorio. Ora i confini non consentono più uno spostamento come prima è questo è motivo di tensione, di guerra e molto spesso di fame.
Parlare di Africa significa anche parlare del problema della fame nel mondo e anche qui c'è una grossa componente di disinformazione. Le popolazioni africane sono abituate a convivere con un clima e un ambiente a volte difficile da domare e da sfruttare, ma lasciata a sé stessa, lasciata alla propria economia la gente non muore di fame, la gente muore di fame quando in una regione già difficile e in un ambiente già difficile arriva la guerra. Allora non è più possibile spostarsi, non è possibile continuare a seguire le pratiche economiche e commerciali di sempre e di conseguenza milioni di persone finiscono per soffrire la fame.
Voglio ritornare un attimo su quanto ho detto sulle questioni etniche e sulla questione che a fare scoppiare le tensioni etniche molto spesso è proprio il fatto che le risorse sono poche, talmente poche che per una popolazione riuscire a procacciarsele in tutti i modi diventa un problema di sopravvivenza. Nella relazione precedente avete sentito quanta parte ha l'occidente, cioè la civiltà vincente, nel fare in modo che queste risorse siano poche. Eppure l'Africa è un paese ricco, l'Africa è un continente che produce e possiede materie prime in una quantità che l'Europa si sognerebbe. Ma l'organizzazione economica oggi è fatta in modo che costino molto di più i prodotti finiti piuttosto che le materie prime. E questa è un'organizzazione economica fatta e costruita su misura per gli appartenenti alla civiltà vincente.
A questo punto devo precisare che io non voglio fare una relazione per cui la conclusione è che bisogna cambiare tutto, forse non è nemmeno giusto, ma sicuramente per capire l'Africa bisogna capire che le cose vanno in questo modo. Questi sono i meccanismi per i quali si creano guerre, tensioni, aree a rischio.
Altro problema: quando si parla di guerre, di tensioni, di conflitti interetnici e di massacri in Africa quasi sempre sui giornali o nelle discussioni fra la gente fa capolino la parola tribalismo, in questo modo si tende a considerare l'Africa un continente abitato da popolazioni che non sono in grado di discutere dei propri interessi e di raggiungere dei compromessi. E anche questo non è vero, perché molti dittatori africani, anche i peggiori, non sono africani per formazione; per esempio Bocassa, dittatore per lungo tempo del Centro Africa, uno dei peggiori, era molto più francese che africano, aveva studiato in Francia e aveva sicuramente molti più rapporti e relazioni con le élite e le popolazioni dell'occidente piuttosto che con le popolazioni più povere e più dimenticate del suo paese. Altri esempi: Mengistu, dittatore per lungo tempo dell'Etiopia, aveva studiato in Italia, alla scuola dei carabinieri, anche lui quindi era molto più vicino all'occidente che alle popolazioni del suo paese. E così Siad Barre, dittatore somalo, probabilmente uno dei maggiori responsabili dell'attuale dramma della Somalia.
Detto questo proviamo a considerare alcuni dei conflitti oggi presenti in Africa.
A sud dell'Egitto il Sudan è il paese africano più esteso, il più grande, bene come potete vedere in questo paese i confini, soprattutto il confine a nord, sono praticamente una linea retta. Quei confini hanno tagliato e separato popolazioni, magari della stessa etnia, che oggi si trovano a vivere una da una parte e l'altra dall'altra. Faccio l'esempio del Sudan perché è il paese che concentra buona parte dei tanti problemi africani. Il Sudan è grande e proprio perché al suo interno ci stanno popolazioni di ogni genere, vi convivono anche gruppi etnici che in Africa si confrontano in modo anche molto forte. Il nord è abitato da Arabi e Mussulmani mentre il sud è abitato da popolazione nera e di religione cristiano-animista. Fra questi due segmenti di paese c'è una guerra che dura da decenni e che esprime anche da una parte il tentativo di penetrazione, che sempre c'è, perché la storia è anche storia di scontri di incontri di società o civiltà vincenti e di società o civiltà che invece perdono, dell'integralismo islamico verso paesi e popolazioni che non lo sono e dall'altra parte il tentativo di popolazioni che vogliono mantenere la loro matrice culturale resistendo.
Questa è ovviamente una visione abbastanza schematica della situazione, ma serve ad esemplificare un altro fatto molto importante: all'interno di questi problemi si innestano grandi interessi. Anzitutto un interesse politico: ognuno di voi lo può immaginare. Leggendo i giornali si può vedere come la questione dell'Islam sia sempre più di attualità in questo nostro mondo. Bene lì questa questione si gioca in modo molto acuto, in modo molto forte. Ma non è l'unico caso. A sud di quella zona abbiamo un regione che è diventata molto di attualità in questi ultimi tempi: subito sotto c'è l'Uganda poi il Burundi e il Rwanda dove appunto sta avvenendo una sanguinosissima guerra civile che tutti voi conoscete. Proprio in quella regione si scontrano interessi non africani, ma fortissimi interessi stranieri. Sono gli interessi di una vecchia e importante potenza coloniale come la Francia e gli interessi di un mondo che in Africa è sempre stato antagonista agli interessi francesi che è quello anglo-statunitense. Il Rwanda con i recenti avvenimenti è diventato un paese che prima era francofono mentre ora si parla l'inglese, perché molti dei guerriglieri Tusti che hanno combattuto questa guerra contro il governo egemonizzato dall'etnia Hutu venivano dall'Uganda, paese anglofono, paese che nella regione sta acquistando sempre maggiore importanza, che ha mire di potenza regionale e che viene indicato come lo stato che ha maggiormente appoggiato il Fronte patriottico di liberazione, movimento del Rwanda a maggioranza Tutsi.
Questo passo avanti dell'influenza anglo-statunitense nella regione è visto con grande preoccupazione dalla Francia che nella regione ha sempre avuto una grande influenza e soprattutto ha sempre avuto grande influenza in quell' enorme paese che è lo Zaire, un paese ricchissimo e un paese che ormai da qualche tempo è sempre sul punto di esplodere. Lo Zaire è governato da decenni da un dittatore famigerato che è Mobuto, un dittatore mantenuto al potere dai francesi ma aiutato anche da altre potenze, perché si ritiene pericoloso che un paese come lo Zaire possa esplodere e possa esplodere in modo da non potere più essere gestito, ciò significherebbe infiammare un po' tutta questa regione dell'Africa, quindi lo Zaire in questa posizione è un paese cruciale.
Un'altra zona è rischio è rappresentata da un paese come la Nigeria, paese ricchissimo che per qualche tempo ha sperato di entrare nell'élite dei paesi ricchi, questa speranza è stata delusa tragicamente. Oggi la Nigeria è un altro paese governato da militari con una repressione molto dura, al suo interno vi sono forti tensioni interetniche che se esplodessero scatenerebbero una guerra civile incontrollabile.
In Sud Africa è da poco finito il regime dell'apartheid, i paesi a nord del Sud Africa possono tirare un sospiro di sollievo perché la guerra è finita anche se in Angola continua la guerra civile, ma in questi paesi restano aperti tutti i problemi economici che Bruna prima ha spiegato.
Finisco dicendovi una cosa che ho letto recentemente, che a me francamente sembra un po' esagerata, ma che esprime un po' quello che si pensa di un continente come l'Africa. L'autore di questo testo diceva che ormai in molte regioni dell'Africa non esiste più un'economia così come noi la conosciamo e d'altra parte in molte regioni dell'Africa l'incontro tra questa civiltà vincente, che è l'occidente e le popolazioni africane non completamente sottomesse ha dato vita ad un'economia a sé la quale non ha più nulla a che fare col significato che noi diamo a questo termine e che andrebbe studiata e compresa. Un esempio di questa condizione potrebbe essere la Somalia: la Somalia è un paese di cui tutti conosciamo le vicende recenti, bene la Somalia come paese unico non esiste più, la Somalia è un insieme di gruppi che controllano porzioni di territorio e che sopravvivono e spesso si fanno la guerra, ma con un'economia che in qualche modo funziona. Se la Somalia supererà l'attuale stato di guerra molto probabilmente non sarà afflitta dalla fame, ciò significa che questo particolare sistema economico potrà reggere.
La Somalia però è un classico esempio di una situazione che potrebbe allargarsi in Africa. In Somalia non ci sono più confini: gruppi, fazioni, bande, clan, etnie controllano porzioni di territorio che non hanno veri e propri confini perché mutano, cambiano. Mi fermo qui lasciandovi questo ultimo spunto come stimolo per ulteriori riflessioni.

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DIBATTITO

Domanda dal pubblico
Cosa pensa potrà succedere in Burundi, considerando che sembra si stiano diffondendo scontri interetnici simili a quelli del Rwanda?

Risponde Raffaele Masto
Anzitutto c'è da dire che il Burundi etnicamente è composto come il Rwanda c'è una minoranza Tusti e il resto è Hutu, con la differenza che adesso in Burundi c'è un governo Hutu ma con il potere di fatto in mano ai Tutsi che controllano l'esercito.
Io personalmente penso che il Burundi il conflitto sia già scoppiato, tutti i giorni ormai si hanno notizie di scontri e di battaglie e ormai Bujumbura, la capitale, è divisa per quartieri, cioè ogni quartiere è abitato solo da Hutu o solo da Tutsi. Quando dico che è già scoppiato voglio dire che è abbastanza difficile che accada come in Rwanda. In Rwanda è successo qualcosa di eccezionale: in un mese o comunque in brevissimo tempo ci sono stati quasi un milione di morti. In Burundi è abbastanza difficile che accada questo, perché la minoranza Tutsi che ha il controllo dell'esercito dovrebbe distruggere la maggioranza della popolazione. E ciò è molto improbabile che accada. Per cui l'esplosione del Burundi non ce la si deve aspettare simile a quella del Rwanda. E' per questo che dico che ciò che doveva accadere è già avvenuto; Bujumbura è ormai una città col coprifuoco perpetuo, tutti i giorni ci sono scontri e la situazione è veramente difficile.

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Intervento dal pubblico
Mi aveva colpito prima una tua espressione a proposito del Sudan, a proposito delle due componenti, quella islamica e quella cristiana, una avevi definito che stava tentando di penetrare e l'altra che stava cercando di resistere. Ora volevo chiedere a voi relatori rispetto al fenomeno macro- Africa quanto secondo voi la cultura occidentale, quella vincente ma che in Africa dopo il colonialismo è stata la cultura delle missioni anche, nel tentativo di cristianizzare certi popoli, abbia contribuito ad acquietare gli animi, a non ribellarsi al sistema dominante, al sistema che porta via le materie prime pagate poco e le trasforma e le fa pagare molto di più e quanto invece un sistema come quello islamico pur con tutti i limiti e con tutti gli atteggiamenti condannabili, sia invece un sistema che si ribella a tutto questo.

Risponde Bruna Sironi
Proprio a questo proposito all'inizio della mia relazione ricordavo i romanzi che ho letto recentemente di autori africani e posso suggerirvene alcuni, per esempio c'è la trilogia di uno scrittore nigeriano Chinua Achebe che racconta proprio come il penetrare della cultura cristiana attraverso i missionari provochi una crisi nella società del villaggio e nelle strutture di potere tradizionali, da cui la società africana non riesce a risollevarsi. E' una vera e propria implosione, dalla quale non si riesce a vedere che cosa possa nascere di positivo. E' molto interessante anche perché sono libri molto belli, molto significativi perché spiegano come queste culture esterne abbiano provocato la disarticolazione totale di un sistema meno aggressivo e forse anche più fragile, che non ha saputo e potuto resistere alla aggressività della penetrazione in questo caso cristiana.
Un altro bellissimo romanzo parla invece della penetrazione islamica nella fascia del Niger e nella zona del Mali. Il libro si intitola Segù. E' la saga di una famiglia nobile del regno Vambara proprio nel momento di penetrazione e di espansione dell'Islam. Qui si vede come anche questa religione, l'Islam appunto, contribuisca in modo sostanziale alla trasformazione e alla crisi della società tradizionale africana. E' vero che l'Islam si dimostra più capace di interagire con le strutture tradizionali di potere e in qualche modo viene assimilato e assimila piuttosto che rimanere qualche cosa di esterno, come invece è rimasta probabilmente la cultura occidentale anche attraverso il Cristianesimo. Forse in questo senso si può vedere una differenza di modo di porsi, di modo di agire su quello che è il tessuto politico del continente.
E' vero che in America Latina è nata ed è cresciuta la Teologia della liberazione e una gran parte dei movimenti politici anche di rottura con l'esistente sono stati portati avanti in una visione cristiana. Questo in Africa non è successo. Ancora recentemente c'è stata una grande discussione in riferimento al sinodo africano che è stato organizzato a Roma, su questo ci sono state polemiche condotte dalle punte più avanzate sia del clero africano che del clero missionario. Dico punte più avanzate perché la gran parte si è adeguata pedissequamente. Mi fermo qui anche perché non so dare un giudizio più preciso su questo. Tuttavia non posso pensare che la metodologia di penetrazione dell'Islam così come si sta verificando, per esempio in Sudan, possa portare a qualcosa di positivo. Infatti si sta ponendo in questo momento come elemento destabilizzatore di un'intera area che già gode di un equilibrio molto instabile.

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Domande e interventi dal pubblico
Intervengo su una questione che finora mi sembra non abbiate affrontato: il Fondo monetario. Secondo me il Fondo monetario ha creato in Africa una serie grandissima di problemi. Il Fondo monetario infatti con la sua politica ha compiuto in Africa dei tagli assolutamente negativi: anzitutto ha tagliato posti di lavoro, poi posti nelle scuole diminuendo le risorse e quindi la possibilità di educare e di istruire la gente. E il Fondo monetario oggi è composto da coloro che hanno più soldi: quindi la questione è molto semplice: chi ha soldi sottomette chi ne ha di meno. Nel mio paese, la Costa d'Avorio, oggi c'è la guerra, non perché non ci siano ricchezze, in realtà ce ne sono molte, ma perché ci sono state sequestrate, noi non le possediamo. Questa povertà spiega anche l'emigrazione: non ci sono tante alternative o si va a fare la guerra per prendersi il poco che c'è oppure si parte.
Quindi se le nazioni più ricche, Europa e Nord America, cambiano atteggiamento verso l'Africa, l'Africa può continuare a vivere senza interrompere scambi e contatti con le altre nazioni

Accertato che i problemi dell'Africa nascono qui, credo che da qui debba nascere una risposta a questi problemi. Quale può essere questa risposta? Dai recenti convegni internazionali è arrivato un grande no all'azzeramento del debito dei paesi del terzo mondo. Dunque quale può essere la nostra risposta a quei paesi che giacciono in questa situazione, la nostra risposta che viene dal basso. Quelle iniziative che sono sorte recentemente, vedi per esempio “Commercio equo e solidale”, pur essendo risposte minimali, parziali, però denotano un segnale, un grido di un nuovo approccio al consumo dei prodotti del terzo mondo, consumo equo e solidale, equo perché intendiamo remunerare equamente il lavoro di chi produce e solidale in termini di restituzione di quanto abbiamo rapinato a questi paesi. Dunque vorrei chiedere quali sono i problemi che attanagliano queste iniziative, se nascono da qui o nascono altrove. Che tipo di accoglienza poi ha avuto questo genere di proposta sul territorio nazionale?

Vorrei agganciarmi al discorso sui conflitti interetnici in Africa e affrontare il problema da un altro punto di vista provando a domandare che cosa si può fare per la pace. Io penso che oltre agli aiuti umanitari si potrebbe fare un lavoro che riguarda la pace intesa non solo come trattati, che troppo spesso vengono violati, bensì la pace intesa come crescita culturale del paese. Il mio intervento potrebbe sembrare un po' utopistico, però la pace intesa come crescita culturale di un paese secondo me sta alla base di tutto. Basta pensare ai mini eserciti che ci sono in tanti stati africani, chiamati in questo modo non perché sono piccoli, ma perché composti da bambini che vengono quasi sradicati dalle famiglie e quindi educati a quella che è la violenza. Quindi in merito a questa questione penso che ognuno di noi si debba porre il problema di quello che potrebbe fare.
Vorrei concludere il mio intervento con le parole di Maria Montessori che diceva che le armi della pace stanno nella educazione e nella crescita culturale della persona.

Vorrei chiedere quali sono gli interessi stranieri in Rwanda.

Vorrei fare una domanda di carattere socioeconomico: vorrei chiedere come la teoria economica spiegata prima da Bruna Sironi, seconda la quale l'Africa dovrebbe intraprendere una propria industrializzazione diversa da quella dei paesi occidentali, potrebbe armonizzarsi con quelle che sono le difficoltà oggettive del continente africano dove l'instabilità politica è una componente fondamentale di ogni stato, non c'è un'identità nazionale che possa accomunare le varie etnie all'interno di una stessa nazione, non c'è una cultura comune né una lingua comune. Dunque questa teoria proposta da un economista africano sembra scontrarsi con quelle che sono le oggettive difficoltà dell'Africa.

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Interviene Bruna Sironi
Il primo problema posto riguarda le politiche di aggiustamento strutturale imposte dal Fondo monetario internazionale e dalla Banca mondiale. Sono politiche che vengono continuamente criticate da tutto il mondo delle organizzazioni non governative, da quel mondo che pensa che lo sviluppo non sia lo sviluppo economico e basta, ma che lo sviluppo vada invece giudicato sullo sviluppo umano. Cioè che gli indici da tenere in considerazione non sono gli indici economici nudi e crudi, ma sono gli indici che permettono di valutare quanto la popolazione di un paese abbia una condizione di vita accettabile.
In Africa pochissimi paesi hanno accettato di non sottoporsi alle politiche di aggiustamento strutturale imposte dal FMI, perché in questo modo questi paesi hanno potuto accedere ad ulteriori crediti. Per esempio il Burkina Faso ha deciso di non chiedere più soldi alle banche estere pur di non sottoporsi a questo tipo di politiche. Invece dei ventiquattro paesi africani che hanno dovuto applicare queste politiche negli anni ottanta, soltanto sei hanno presentato alla fine del decennio deficit un po' meno forti e comunque 12 hanno un dato di arrivo paragonabile al dato di partenza. Perciò nonostante queste politiche applicate non ci sono sostanziali miglioramenti neanche dal punto di vista economico. Sei stati hanno addirittura indici economici negativi rispetto al dato di partenza.
Le politiche di aggiustamento strutturale dovrebbero servire secondo le autorità internazionali ad accumulare un surplus nel paese tale da riuscire a ripagare il debito. Questo significa che nel paese si devono trovare nuove risorse. Nuove risorse dove? Di solito tagliando le spese per i servizi, in particolare le spese per la sanità e quelle per l'educazione oltre che le spese per le aree rurali. In Africa infatti, in quanto il potere politico è abbastanza instabile, si tende sempre a salvaguardare le aree urbane che sono quelle più vicine al potere e che sono quelle che hanno maggiori possibilità di destabilizzare ulteriormente la classe dirigente. Per cui di solito queste politiche falcidiano le risorse per le zone rurali e per i servizi di base.
Si cerca poi di reperire risorse nella materia prima o nelle materie prime, nei casi fortunati, che il paese produce e che in genere sono materie prime agricole. Ciò significa mettere a sfruttamento più intensivo ed estendere lo sfruttamento del territorio in maniera indiscriminata. Cosa questa che ha provocato spesso il degrado ambientale che é poi la causa del dilavamento del terreno, la causa dell'avanzamento del deserto nell'area del Sahel, che è uno dei motivi più ricorrenti delle carestie che colpiscono l'Africa.

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Continua Raffaele Masto
A proposito del Commercio equo e solidale. Il Commercio equo e solidale è un'iniziativa che parte dai paesi ricchi e che si propone di acquistare prodotti del terzo mondo evitando una serie di passaggi intermedi, che sono quelli che fanno molto spesso lievitare il costo, in modo da pagarli quasi direttamente ai produttori del terzo mondo.
Questo tipo di attività ovviamente non risolve tutti i problemi dei paesi del terzo mondo, a me però è capitato di vedere che importanza abbia in piccole comunità. Ad esempio nelle baraccopoli di Nairobi, capitale del Kenya, che sono dei luoghi infernali. Basti pensare che Nairobi è una città africana e si fa fatica a sentirla africana quando si è in centro, perché del tutto simile a quello delle nostre città. Se si fa solo un chilometro di strada verso la periferia ci si rende conto di quanto quel pezzettino di città sia solo un corpo estraneo in quello che è il complesso. A Nairobi alle nove di sera non c'è più nessuno per le strade, chi si arrischia ad uscire per le strade rischia di essere derubato.
Appena fuori da questa città dalla quale passano tutti i turisti che vanno in Kenya a fare i safari e che regolarmente visitano solo il suo centro, ci sono baraccopoli che sono luoghi infernali e abitate da decina di migliaia di persone. Tutta questa gente che vive alla periferia di Nairobi trova quasi sempre lavoro a Nairobi nell'indotto del turismo. E chi non trova lavoro vive in questi posti in un modo che è veramente un abbrutimento. I missionari e i volontari che operano in questi posti hanno cominciato a lavorare, per lo meno in quelle realtà' che ho conosciuto io, pensando di offrire uno sbocco di lavoro a queste persone attraverso il contatto con persone che qui praticano il Commercio equo e solidale. Questa soluzione ovviamente non é completa ma per quelle piccole comunità che vengono in contatto con questo tipo di sistema è sicuramente un modo di poter pensare al futuro.
Ripeto però che non è una soluzione totale del problema del sottosviluppo.
Fra l'altro vorrei aggiungere che tra un paese che segue le politiche di aggiustamento strutturale imposte dagli organismi internazionali e un paese che non le segue, visto che il sistema economico e commerciale è così integrato, finisce che le differenze sono veramente poche. Un italiano che è stato eletto presidente dell'Organizzazione mondiale del commercio ha detto che nel futuro nel mondo non ci sarà più la fame, ma io penso che se si continua così non ci saranno proprio grandi possibilità di svolte clamorose e di grandi cambiamenti.
Qualcuno aveva chiesto quali sono gli interessi stranieri in Rwanda. Prima sono stato molto rapido. Il Rwanda è un piccolo paese proprio di fianco ad un altro paese molto più grande che è lo Zaire. Ecco quel piccolo paese è stato prima dei fatti che conosciamo un paese ad influenza francese. Il conflitto di interesse è fra da una parte Francia e dall'altra Stati Uniti e Gran Bretagna, tenendo conto che il Rwanda assieme allo Zaire è uno degli stati più ricchi dell'Africa centrale.
Ora se un paese anglofono come l'Uganda, ha la possibilità di influenzare la vita del più piccolo Rwanda, tutto ciò è visto dai francesi come l'intervento di una potenza concorrente che cerca di guadagnare terreno. Ecco quindi che nascono i conflitti di interessi: certo il mondo adesso non è più diviso in blocchi, non c'è più l'est contro l'ovest e quindi in molti paesi, come per esempio l'Angola, dove inizialmente il conflitto opponeva l'est e l'ovest, poi una volta terminato quello scontro sono rimasti contrasti locali . Anche in Rwanda indubbiamente ci sono, ma a questi si sommano altri tipi di contrasti internazionali in cui le grandi potenze cercano di contendersi le reciproche zone di influenza.
Comunque anche in questa spiegazione, pur essendomi dilungato un po', sono stato abbastanza schematico, infatti quando si parla di interessi stranieri in una regione, l'argomento è così vasto che le riflessioni da fare sarebbero molte di più.

Interviene Bruna Sironi
Un signore prima chiedeva come è possibile prevedere dei cambiamenti radicali nella politica economica in paesi che, come quelli africani, sono caratterizzati da grande instabilità politica. Certo questo è uno dei problemi, l'altro punto è quello di come è possibile pensare allo scollegamento di grandi regioni del pianeta dal gioco economico internazionale. Ma a tutto ciò va aggiunto che ultimamente alcuni trattati sul commercio mondiale hanno ristabilito una serie di barriere di tipo protezionistico del Nord del mondo nei confronti del Sud che non fanno ben sperare, in quanto sono proprio questi tipi di politiche che mantengono e continuano a mantenere i paesi del Sud del mondo in uno stato di grande dipendenza e inferiorità.
I prezzi delle materie prime inoltre non sono decisi dai produttori, ma sono decisi nelle borse dei paesi occidentali. Così il gioco economico e del commercio internazionale è garantito da questi accordi che stabiliscono le quote, stabiliscono a quali condizioni certe materie prime possono entrare in certi mercati oppure ne devono star fuori e queste condizioni vengono dettate dal più forte e il più forte non sono certo i paesi produttori.
Addirittura anche nei rapporti di cooperazione il più forte è quello che ha il denaro. Quando si prevede il fatto che i paesi del Sud del mondo possano tra di loro commerciare, possano recuperare nei loro territori i beni di consumo e le tecnologie e i prodotti lavorati che a loro servono, tutto ciò è positivo, ma a fianco di questo discorso spesso se ne fa anche un altro; per esempio una delle clausole della cooperazione italiana è che la tecnologia deve essere acquistata in Italia o che i beni da spedire in un paese in via di sviluppo per realizzare un certo progetto devono essere italiani e così anche i tecnici che devono supervisionare il progetto. Mi ricordo tempo fa di essermi occupata di un progetto in Eritrea, c'era un ingegnere idraulico eritreo laureato in una università italiana, ebbene fu una battaglia per riuscire a fare in modo che fosse lui la persona incaricata di seguire il progetto nel suo paese; non la si spuntò tra l'altro. Alla fine questo progetto venne fatto in un altro modo, questo ingegnere se ne occupò, ma non si trattava più di cooperazione italiana.
Dire comunque che le classi politiche africane sono instabili è vero, dire che molte di loro mancano di iniziativa è vero ed è vero anche che molte di loro sono di origine neocoloniale, ma anche questa è una responsabilità dell'occidente. Mobutu, per esempio, che questa sera è stato nominato più volte, è stato rafforzato dalle operazioni di soccorso ai profughi rwandesi messe in atto dall'Europa, in particolare in questo caso dalla Francia. Anche Bocassa, nominato prima, era più francese che non africano e garantiva certi interessi. Quando non li ha garantiti più è stato sostituito. Non voglio dire che tutte le classi politiche africane siano così, però certamente anche la nuova classe politica africana deve pagare questo tipo di scotto. Non è quindi una responsabilità sua o solo sua il fatto di essere così instabile.

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Intervento dal pubblico
Ma queste condizioni di dipendenza ci sono state anche in altre regioni, in Asia, per esempio in India. La loro libertà e autonomia l'hanno avuta non dalle classi politiche che le governavano, ma è nata da una sollevazione popolare, pensiamo anche ai paesi del Sud-Est asiatico che erano colonie prevalentemente francesi. Ora questi stati sono riusciti ad avere una piena indipendenza, mentre l'Africa non è riuscita ancora ad avviare questo processo e non parlo solo di classe politica ma mi riferisco anche alla base, cioè a tutto il resto della popolazione.

Risponde Raffaele Masto
Sì non riesco a trovare un argomento abbastanza convincente per controbattere. In effetti nel processo di affrancamento di queste vecchie colonie dalle capacità di influenza dell'occidente, forse l'Africa è il continente che è rimasto più indietro e ancora adesso è il più influenzabile. Io non so da che cosa dipenda, probabilmente come sempre in questi casi i motivi sono molteplici. Non è però vero che nei paesi africani non ci siano state delle rivolte e delle resistenze alla colonizzazione e all'influenza occidentale. Quasi tutti i paesi africani hanno resistito. Poi comunque non posso non constatare che è vero che l'Africa e i paesi dell'Africa in generale sono quelli che con più difficoltà, rispetto all'oriente e all'America Latina riescono a non essere così pesantemente influenzati dall'occidente .

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Continua Bruna Sironi
Io vorrei aggiungere una cosa: l'America del Sud ha avuto una storia particolare, infatti in fondo le popolazioni originarie americane non ci sono più: la cultura latino americana è stata non sconfitta come quella africana ma sradicata e distrutta e le popolazioni indigene costituiscono ormai un'esigua minoranza. E questa è un po' la storia della colonizzazione dell'America Latina. La storia della colonizzazione dell'Asia è una storia molto diversa dalla colonizzazione africana; è avvenuta quasi nello stesso periodo ma ha avuto esiti completamente diversi. Probabilmente l'economia e la cultura occidentale in Asia si è trovata di fronte a culture ed economie non così fragili, ma in grado di resistere ad una penetrazione distruttiva. In Cina per esempio ci sono state per gli occidentali solo delle concessioni e delle piccole basi commerciali e la concessione di queste basi ha provocato comunque guerre che l'occidente non ha vinto. In India la colonizzazione inglese è stata una colonizzazione di amministrazione. Anche in Africa la colonizzazione inglese è stata diversa da quella francese o diversa da quella italiana, ma comunque la colonizzazione europea in Asia non ha distrutto l'identità culturale, non ha distrutto le strutture sociali, non ha distrutto le relazioni sociopolitiche, si è sovrapposta e quando si è dovuta ritirare od è stata mandata via diciamo che in qualche modo l'equilibrio è ritornato. Inoltre bisogna tenere conto del fatto che in Asia era già stato realizzato uno sviluppo agricolo abbastanza intensivo e razionale e anche un minimo di industrializzazione, cosa che in Africa non è avvenuta, anche perché stando per almeno una sua buona parte più vicina all'Europa, risultava più facile e più economico lavorare tutto in Europa. Invece in Asia risultava più comodo fare almeno un certo tipo di lavorazioni sul posto e questo ha messo l'Asia in grado poi di realizzare dei meccanismi che hanno spinto in avanti l'industrializzazione. Tutto ciò in Africa non è avvenuto anche perché in Africa l'impatto è molto più distruttivo.

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Intervento dal pubblico
Non è che questo è avvenuto anche perché le popolazioni africane non hanno la nostra stessa concezione dello stato mentre in Asia questa idea c'era. Per esempio la Cina era uno stato e anche con un certo nazionalismo, mentre l'Africa ha posseduto dei confini nazionali ma erano e sono basati solo su una nostra idea e fra l'altro hanno causato spostamenti di etnie: in Mali per esempio si sono unite popolazioni differenti che poi hanno avute sempre forti contrasti fra di loro. Dove invece si sono creati meno contrasti, può essere il caso del Burkina Faso, è perché lì c'era già uno stato unitario: l' impero Mussì che ha fatto sì che la popolazione fosse omogenea e tutto sommato crescesse in modo abbastanza democratico, mentre i paesi con maggiori tensioni sono quelli che al loro interno hanno maggiori contrasti tra popolazioni diverse, per esempio tra popolazione arabe e popolazioni nere.

Risponde Bruna Sironi
Certo il modo di strutturarsi dei rapporti politici in Africa era un modo che ha permesso la penetrazione aggressiva e forte di altri stati e nazioni come le nazioni occidentali. Mentre in Asia queste stesse nazioni hanno trovato una contrapposizione che ha frenato il loro espansionismo distruttivo.

Intervento dal pubblico
Bisogna anche considerare che una parte della povertà dell'Africa, sia politica che economica, va imputata alla vendita delle armi che i paesi ricchi continuano a fare agli stati africani; finché questa non cesserà per l'Africa non ci sarà pace.

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