Prima di tutto vorrei ringraziare i membri dell'associazione "Con i Campesinos" per aver organizzato questa conferenza.
Quello che mi è stato chiesto è di parlare dell'Asia sud orientale in generale, o meglio, dello sviluppo, della crescita economica che riguarda ormai una parte grande dell'Asia. E' un tema che credo abbia un grande rilievo. Lo ha per tutti coloro che, non solo in questa sala, ma, in Italia e in Europa, hanno meno di venticinque anni, perché sicuramente costoro avranno in qualche modo a che fare con quanto sta accadendo e quanto è già accaduto negli ultimi anni.
Il tema stesso che è stato scelto per presentare questo incontro e cioè "miracolo" nel senso di miracolo economico o miraggio, indipendentemente dalla congruenza, è un tema che fino a poco tempo fa sarebbe stato incomprensibile. Soltanto cinque o sei anni fa un sindacato, la CIGL, mi invitò a parlare della fame, dell'aiuto al sottosviluppo in Asia orientale. Io sostanzialmente questa sera dirò quello che ho detto in quella circostanza.
Trent'anni fa parlare di fame avrebbe avuto senso; parlare di Asia effettivamente rinviava a temi come la fame in India. Coloro che hanno più di trentacinque anni sicuramente ricordano certi temi, la fame in India, gli anni '60, le guerre, le guerriglie. Oggi sicuramente la situazione non è più così.
Ancora nel 1960, il Giappone aveva un reddito pro capite di 380 dollari, gli Stati Uniti oltre 3000, cioè c'è un rapporto di 1 a 10. Gli Stati Uniti nel 1960 godevano di un reddito che era dieci volte quello del Giappone, ma la Corea del Sud aveva un reddito che superava di poco i 100 dollari, vale a dire che la Corea del Sud era ricca quanto il Sudan. Oggi noi possiamo dire che il Sudan è un paese sottosviluppato, invece la Corea del Sud, già alla fine degli anni '80, produceva più laureati della Gran Bretagna pur avendo una popolazione inferiore ad essa di venti milioni; della Corea del Sud si può parlare come di un paese destinato ad avere un ruolo paragonabile a quello che ha oggi la Germania all'interno della Comunità economica europea.
Oggi senza alcun dubbio l'Asia orientale è lontana dal sottosviluppo, è fuori nel suo complesso dal sottosviluppo.
Per molti aspetti l'Asia orientale, la Cina in primo luogo, ha sempre goduto di una relativa ricchezza fino all'inizio dell'Ottocento. Negli anni dieci e venti del 1800, la Cina era il più grande produttore di beni dell'industria manifatturiera, di seta e di porcellana in particolare, e lo è stato per molto tempo.
Dunque oggi non assistiamo alla fuoriuscita da una condizione di sottosviluppo ma piuttosto abbiamo la riconquista di posizioni che erano storicamente le posizioni di ricchezza, di sviluppo, anche se uno sviluppo del tutto particolare. Ho parlato passato e del presente; per il futuro, diciamo dieci, quindici, vent'anni, cioè un periodo che tutti coloro che sono in questa sala si augurano di poter vedere, senza alcun dubbio l'Asia orientale sarà al vertice di una gerarchia mondiale della ricchezza e dello sviluppo.
Tra la seconda guerra mondiale e l'inizio degli anni '90 per intenderci, più o meno tutto il periodo della guerra fredda, si è vista, in sostanza, la stessa gerarchia internazionale, cioè gli stessi sei paesi più ricchi del mondo : gli Stati Uniti al primo posto fino al '91, al secondo posto, naturalmente l'Unione Sovietica, al terzo posto troviamo il Giappone, anche se è una conquista degli anni '60 e '70 per la verità, poi la Germania, la Francia e la Gran Bretagna o l'Italia; negli anni '80 la Gran Bretagna ha gradualmente perso vigore.
Ebbene questa gerarchia, che è una gerarchia riconosciuta, pensate, al vertice dei sette paesi più industrializzati del mondo, già oggi non è più tale e nell'arco di pochi anni, poiché cinque dieci anni sono veramente pochi in termini economici, sarà mutata profondamente nel senso che, su sei paesi, quattro senz'altro saranno paesi asiatici, in primo luogo la Cina; la Cina è già adesso il secondo sistema economico mondiale, naturalmente anche Hong Kong.
Taiwan, la Corea del Sud, Hong Kong e Singapore sono i famosi quattro draghi, i quattro paesi che con maggior decisione si sono avviati nella strada dello sviluppo. Nella gerarchia mondiale del 2010 troveremo al primo posto la Cina, al secondo posto forse l'Europa, forse gli Stati Uniti, certamente non più il Giappone, ma troveremo paesi come l'India, anche se la crescita economica in India è relativamente lenta, senz'altro troveremo la Corea del Sud o la Corea in generale se avviasse un processo di riunificazione fra le due parti in cui la Corea è attualmente divisa.
Quello che mi preme approfondire è precisamente questo: quali sono le caratteristiche e quali sono le ragioni di questa crescita economica.
In primo luogo credo che sia opportuno dire questo: non esiste un modello asiatico di sviluppo.
Il sospetto che dietro al Giappone ci fosse un modo del tutto particolare e nuovo di far funzionare l'economia probabilmente non è fondato; ci sono elementi meno rilevanti, aspetti in qualche modo superficiali che potrebbero indurre a ritenere che vi sia in Asia orientale un modello originale di crescita economica, ma non è così. Tuttavia vi sono certamente molti aspetti che è opportuno considerare.
In Europa, in Italia, si parla spesso di globalizzazione; spesso se ne parla in termini impropri, se ne parla come di uno spauracchio, come di una minaccia, cosa per la verità abbastanza incongrua. Uno storico dell'economia, un economista non parla in questo modo.
Da questo punto di vista credo che il sottotitolo "miracolo o miraggio ?" che è stato dato al tema di questa sera sia forse improprio. Io ritengo che non si tratti né di miraggio né di miracolo.
Il fatto è questo: in Asia Orientale assistiamo ad una crescita che è senz'altro straordinaria, eccezionale ; si tratta di uno sviluppo vero, non si tratta di miraggio. Certamente ci sono fenomeni connessi di qualche speculazione, anche elementi che poi possono cadere in fretta, ma, di fatto, in Asia orientale c'è sviluppo vero, si produce ricchezza vera, non c'è crisi tailandese che tenga; questi sono fenomeni del tutto marginali e, per quanto possano avere delle conseguenze immediatamente percepibili, non intaccano le caratteristiche della crescita economica di questi paesi.
Nel 1960 l'Asia nel suo complesso contribuiva, ad esempio, con il 4% a tutto ciò che si produceva al mondo e nel 1960 l'Asia era certamente già una delle parti più popolate e più rilevanti del mondo.
Oggi un terzo della ricchezza prodotta al mondo è prodotta in Asia, questa è una realtà che non si può accantonare, deve essere considerata un dato reale, un dato che si misura immediatamente. Dieci anni fa , diciamo quindici anni fa, nessuno di voi avrebbe probabilmente alzato la mano a una domanda di questo tipo " Chi ha mai sentito parlare di Hunday o Daewoo?" . Oggi in questa sala tutti alzerebbero la mano... Io ho fatto questa prova nel 1987, dieci anni fa e nessuno alzò la mano...
A Milano, dieci anni fa, potevano circolare pochi turisti giapponesi; oggi forse si è addirittura in grado di stabilire "quello è un Giapponese, ma quello invece è un Cinese di Singapore, quello è un Coreano" e sono turisti, non sono tanto uomini d'affari, appartengono al ceto medio, quel ceto medio che si può permettere un viaggio intercontinentale così come in Italia, molti che appartengono al ceto medio, l'insegnante, l'impiegata, possono andare a fare un viaggio in Indonesia o in Cina.
Naturalmente è cresciuto anche il reddito reale e il rapporto che ho indicato fra Giappone e Stati Uniti è un rapporto degli anni '60 che oggi non ha più alcun senso. All'inizio degli anni '90, gli Stati Uniti avevano un reddito pro capite che superava i 20.000 dollari, 25.000 dollari, adesso è intorno ai 30.000; il Giappone era a un passo dal reddito pro capite degli Stati Uniti, la differenza è ormai una differenza marginale, stiamo parlando degli stessi ordini di grandezza. Certo la Corea del Sud ha ancora un reddito pro capite che è circa la metà di quello italiano, un po' più della metà di quello italiano, ma la differenza è una differenza abissale con quello che è il mondo sottosviluppato.
Se voi prendete un annuario e cercate la Cina, quella che io ritengo essere destinata a diventare la prima potenza economica nell'arco di pochi anni, dieci, quindici, vent'anni, trovate che essa ha ancora un reddito di poche centinaia di dollari. Badate, è falso, perché la Cina calcola la sua ricchezza con il renmimbi (o yuan) cioè una valuta che non è sul mercato, una valuta che si vende e non si compra, non c'è fluttuazione nel renminbì. Ma gli economisti sanno che l'economia reale cinese vale molto di più; la Cina veramente ha un reddito che ormai si avvicina ai 2600 -2800 dollari, è già, come dicevo prima, una potenza di prima grandezza, una potenza straordinaria.
Soprattutto, la ricchezza cresce, il prodotto interno lordo cresce, è cresciuto negli ultimi vent'anni in particolare a tassi assai elevati, 10%, 7% 8% 9% a seconda dei paesi; cresce molto meno in Giappone.
La Cina cresce da quindici anni, qui abbiamo il raddoppio della ricchezza nazionale in un decennio; questo vuol dire che in meno di una generazione la ricchezza di padre in figlio aumenta di quattro volte, vuol dire tante cose, cioè permette di vedere cambiare il mondo: ciò che era illusorio quindici anni fa, vent'anni fa, oggi è invece un'altra cosa.
Il riferimento alla Cina è un riferimento che ha un certo peso quando globalmente si parla di arretratezza, di fame; infatti la Cina ha una popolazione che supera la popolazione globale di Africa più America latina insieme, dunque ciò che accade in Cina pesa nel globo.
All'inizio degli anni '60 la Cina, commettendo il "grande balzo in avanti", ha avuto qualcosa come quindici - cinquanta milioni di morti per fame.
Le stime variano perché si riferiscono soltanto ai dati dei due censimenti, quello dell' '81 e quello del '56, dunque i demografi a partire dagli anni '80 hanno potuto stabilire che in Cina si ebbe una carestia che nell'arco di due, tre anni portò via qualcosa come quindici - cinquanta milioni di morti, probabilmente è la più grande carestia che ci sia stata nel Novecento.
Oggi le condizioni di vita dei cinesi sono quelle di cui vi dicevo. Coloro che oggi hanno cinquant'anni naturalmente trenta anni fa vivevano quella carestia e oggi vivono in una condizione che è completamente diversa, percepiscono la trasformazione, il cambiamento.
Voglio aggiungere soltanto poche cose. Naturalmente sono aumentati i consumi, mi pare inevitabile e più o meno a oggi un miliardo di Asiatici ha raggiunto livelli di consumo che sono decisamente buoni, nel senso che si possono permettere cibo, cibo a sufficienza, si possono permettere istruzione o condizione sanitaria elementare, si possono permettere la televisione, il frigorifero, il motorino. Questo è il mercato.
Su un miliardo, probabilmente anche più di un miliardo, un miliardo e forse duecento milioni, circa la metà ha condizioni di vita che sono del tutto paragonabili alle condizioni di vita degli Europei o degli Americani, nel senso che ha la possibilità di acquistare un'auto, ha la possibilità di avere una casa che sia una casa, ha la possibilità di viaggiare all'estero. Certamente quattrocento, cinquecento milioni sono pochi rispetto alla popolazione asiatica, ma sono la dimostrazione del grande mutamento intervenuto in questi ultimi decenni.
Nel 1970 ancora il 40% della popolazione asiatica poteva essere considerata sottoalimentata, sotto quella che si chiamava la linea della povertà; oggi probabilmente soltanto il 14%, 15%, il 30% di coloro che sono sottoalimentati in Asia si trovano ancora in India.
L'India è un caso, uno Stato interessante perché è un gigante che cresce poco , che è cresciuto poco: non c'è stato miracolo economico vero e proprio per l'India, anche se ha una forza tutt'altro che disprezzabile soltanto per la grandezza.
Però oggi in Asia, in quasi tutti i paesi che ho citato come paesi che hanno raggiunto accettabili livelli di sviluppo, l'alfabetizzazione raggiunge il 90% di coloro che hanno l'età per essere scolari, in Giappone siamo al 99%, ma anche in paesi relativamente poveri come in Vietnam siamo comunque all'86-87%.
Per quel che riguarda l'istruzione secondaria in questi paesi siamo al 20%, cioè uno su cinque della stessa età tra i quindici e i diciotto anni, per intenderci. E' un livello del tutto accettabile.
Peraltro l'investimento nell'istruzione è un investimento che in Asia ha ricevuto probabilmente più attenzione che nei paesi più sviluppati. Oggi in paesi come la Corea del Sud, naturalmente in Giappone, a Taiwan, anche in Tailandia abbiamo una formazione superiore che è certamente apprezzabile; questo non vuol dire che gli ingegneri coreani siano buoni quanto quelli che escono da una università della California, tedesca, o anche italiana, tuttavia abbiamo una base di formazione scientifica che è tutt'altro che trascurabile.
Non ultima, l'istruzione femminile che, in tutti i paesi dell'Asia non raggiunge ancora lo stesso livello dell'istruzione maschile, soprattutto in paesi come l'Indonesia o la Malaysia dove c'è una componente musulmana che in qualche modo frena la parità scolastica tra uomini e donne e tuttavia è un elemento senz'altro importante perché è una delle ragioni, probabilmente la principale, che ha portato in tutta la regione ad un abbassamento dei tassi di natalità.
Nei paesi dell'America centrale o dell'Africa sahariana troviamo sempre, invece, che i tassi di crescita della popolazione sono superiori ai tassi di crescita della ricchezza nazionale.
Anche dove, come in Giappone, per questioni culturali, le donne non sempre sono acculturate e quelle laureate non sempre trovano una sbocco nel mercato del lavoro, la formazione secondaria o superiore universitaria delle donne viene ritenuta importantissima perché prepara la seconda generazione. Cioè, donne acculturate vengono a preparare meglio i figli, per cui ci si aspetta in Corea, in Giappone e anche in Cina, almeno nelle aree urbane, tutta una nuova leva di giovani destinati ad avere più successo scolastico.
Per la verità, il successo scolastico degli Asiatici è qualcosa di più di una prospettiva o di una speranza. Nel 1990, sei paesi asiatici, naturalmente Cina e India e Giappone tra questi, hanno prodotto insieme mezzo milione di laureati in materie tecniche e scientifiche, gli Stati Uniti 170.000. Fino a ieri gli Stati Uniti erano la grande riserva di intelligenza, pensate soltanto ai premi Nobel per la chimica o per la fisica o per la medicina che hanno conquistato. Possiamo dire che tra una o due generazioni questo rapporto probabilmente s'invertirà.
Ancora nel 1990 la Cina aveva laureato 128.000 ingegneri, il doppio degli ingegneri che si erano laureati nello stesso anno negli Stati Uniti. Certo, abbiamo una differenza di popolazione che è straordinaria, però i numeri in cifra assoluta hanno un significato; direi che il parto di ingegneri nella Cina è certamente destinato a diventare in sé un fenomeno di rilevanza mondiale. Ancora nel 1990 abbiamo 200.000 studenti asiatici nelle università americane, quasi tutti non giapponesi tra l'altro; questo vuol dire che sono i paesi in questo momento non ancora sviluppati quanto il Giappone che stanno investendo nella formazione.
Badate, nelle università americane, soprattutto in quelle della costa del Pacifico, si sta verificando un fenomeno curioso: le università americane, a partire dagli anni '60 e '70, proprio per tutelare le minoranze, i neri, per esempio, avevano una serie di quote per le minoranze. Oggi in California questo sistema o viene abolito perché non serve più, oppure serve a difendere i bianchi come minoranza perché il 50, il 60% degli studenti e dei docenti, soprattutto nelle facoltà di punta, sono Cinesi, Giapponesi, Vietnamiti, Coreani: questo è il quadro della situazione.
Se questo è il quadro, occorre dare anche una spiegazione, cioè bisogna in qualche modo dire cosa hanno fatto paesi come la Corea del Sud che aveva un reddito pro capite paragonabile a quello del Sudan che è rimasto quello che era, cosa hanno fatto a Taiwan, a Singapore, in Malaysia, in Tailandia, in Indonesia (questa è un po' la gerarchia ); il fanalino di coda sono naturalmente le Filippine, se vogliamo anche l'India, ma per altre ragioni.
Vi sono certamente dei fattori che un paese ha o non ha, ad esempio la disponibilità di lavoro: non tutti i paesi hanno forza - lavoro. Un paese africano che ha una popolazione di un milione di abitanti certamente soffrirà di problemi nella costruzione di un'economia moderna, probabilmente insormontabili in sé, poiché con una base umana di un milione di persone non potrà conoscere, ad esempio, le basi per un settore di servizi moderni.
Ci vorrebbe un certo numero di individui e in Asia vi sono paesi che ne sono ben dotati. La forza lavoro di cui disponevano, in particolare negli anni '60, '70, '80, i paesi asiatici di maggior sviluppo è una forza lavoro giovanile in un contesto demografico particolare di riduzione dei tassi di natalità, per intenderci il contrario di quello che sta accadendo in Italia, dove abbiamo una forza lavoro giovanile molto limitata e abbiamo, invece, tanti pensionati in prospettiva.
Da questo punto di vista, la Corea del Sud, Taiwan e poi la Malaysia, la Tailandia, ecc. si trovano e si troveranno in condizioni senz'altro più favorevoli rispetto a paesi in cui la storia demografica è differente, come la Gran Bretagna, la Francia, la Germania, l'Italia, dove ci sono relativamente pochi giovani e tanti anziani, ciascuno con la pensione assicurata. Invece in Corea del Sud, Taiwan, ecc., non esiste la pensione e questo favorisce una serie di altre soluzioni, ad esempio in questi paesi c'è capitale perché si risparmia (si risparmia per la verità come in Italia: noi risparmiamo tanto, la ricchezza prodotta in Italia va a finire per un terzo circa, diciamo 30-25% in banca, cioè diventa risparmio, diventa capitale quota d'investimenti interni).
Ma in alcuni paesi come Singapore, la Malaysia la ricchezza che va a finire in risparmio è il 48%, il 40%, il 38% del prodotto interno lordo, dunque c'è disponibilità di capitale. Poi, naturalmente, c'è anche il capitale straniero e quello umano; la scolarizzazione valorizza il capitale umano, se ci sono giovani meglio ancora.
Le ragioni della crescita, comunque, sono economiche, sono precise; è stata scelta la via dello sviluppo e, da questo punto di vista, occorre essere sinceri, gli economisti su questo tema hanno le idee un po' confuse, nessuno ha veramente il segreto; quello che è accaduto si dice sempre dopo... Sappiamo abbastanza poco delle regole secondo cui l'economia cresce e si muove, la via allo sviluppo non è una via segnata, scritta, lo si dice dopo cosa è successo.
In Africa, in questo momento, non c'è nessun paese che si trovi nelle stesse condizioni per fare come la Corea del Sud. Tuttavia, poiché noi sappiamo come la Corea del Sud ha trovato la via dello sviluppo, questa sera cercherò di spiegarvelo.
In primo luogo, la ragione sulla quale gli economisti non stanno a discutere è sostanzialmente questa: l'industrializzazione per l'esportazione. Questa formula, produrre qualche cosa per venderla agli altri, sul mercato interno in primo luogo, non è certo una scoperta dei Coreani. In Italia abbiamo circa il 40% dei nostri beni dell'industria manifatturiera che se ne vanno all'estero, quindi conta l'integrazione in Europa, non è un elemento secondario. Il Giappone vende circa il 24% dei suoi prodotti industriali all'estero, ma il Giappone non è un paese specializzato nell'esportazione come invece l'Italia, o la Germania o la Corea del Sud.
Ora, la cosa importante è come mettere in pratica questa politica di industrializzazione orientata alle esportazioni, sapere come farla, a chi rivolgerla.
I Coreani, i Taiwanesi decidono di esportare grosso modo agli inizi degli anni '60, quando questi paesi sono ancora poveri e sottosviluppati. Se si vuole esportare, si deve esportare un bene soprattutto appetito da qualcuno, ma riuscire a produrre un bene che sia appetito da qualcuno vuol dire essere già capaci.
Ciascuno di noi ha sicuramente in casa elettrodomestici oppure qualsiasi macchinetta che abbia un motore elettrico; probabilmente viene dal Giappone dove c'è un'unica azienda che produce circa il 60% di tutti i motori elettrici che stanno in tutti gli elettrodomestici prodotti in Germania, in Francia, negli Stati Uniti o in Giappone naturalmente. Bisogna comunque produrre qualcosa che sia appetibile, che sia fatto bene. Una macchina fotografica giapponese la si acquista perché è migliore, non perché costa meno, un videoregistratore giapponese lo si acquista perché è meglio di qualche altra cosa.
Per arrivare ad essere competitivi, in realtà, ci vogliono tante cose: al primo posto ci sono quelle che a nessuno vengono in mente, quella che si dice la stabilità macro economica, ad esempio l'inflazione. Noi siamo stati abituati per vent'anni a convivere con un'inflazione a due cifre, però, per far funzionare meglio l'economia, occorre che l'inflazione sia bassa.
I paesi dell'Asia orientale, con poche eccezioni e in periodi particolari, hanno saputo controllare l'economia, prima di tutto l'inflazione, per cui un investitore estero sa cosa si aspetta, sa cosa può trovare in quel paese. Quindi i tassi di interesse sono bassi, sotto controllo l'inflazione e poi, naturalmente, l'investimento in risorse umane, lo stimolo all'investimento privato nel senso che si deve essere motivati ad investire nel proprio paese; il ricco Coreano investe i suoi capitali in Corea, non li porta in Giappone. Questo vuol dire un ambiente economico che funziona.
In secondo luogo, ci deve essere un ambiente favorevole, amichevole è il termine ideale, verso il mercato, favorevole alle politiche di mercato, ad esempio un modesto prelievo fiscale.
Naturalmente è più facile fare una politica di modesto prelievo fiscale in paesi in cui non c'è stato sociale perché troppo poveri e in paesi in cui la forza lavoro è composta da giovani. Se noi abbiamo tanti giovani, questi lavorano e producono, consumano, comprano, fanno progetti per il futuro e soprattutto si ammalano poco. I giovani hanno un reddito che gli anziani non possono più produrre. Da questo punto di vista una scarsa fiscalità è comprensibile in questi tipi di società e ha l'effetto di favorire le iniziative imprenditoriali ed economiche.
Oggi parliamo in Italia di ridurre le tasse, ma il debito improvvidamente accumulato negli anni '80 lo dobbiamo pagare in qualche modo e allora forse non dovremo pagare più alcuna pensione, è il gioco delle tre carte... Ma è un gioco che in Asia orientale possono rinviare di una generazione. E' un problema che si porranno solo tra trenta, quarant'anni, quando i ventenni di oggi saranno diventati anziani.
Da questo punto di vista, è vero che in Asia orientale abbiamo tendenzialmente uno Stato che interferisce poco in ambito economico, però non si tratta di paesi che hanno adottato politiche di deregulation, non c'è il liberismo di Reagan o della signora Thatcher, anzi da questo punto di vista si facevano, ancora negli anni '80, considerazioni che erano spesso irriverenti .
A metà degli anni '80 su un giornale economico comparvero dei servizi giornalistici sull'economia asiatica abbastanza pungenti, ma una illustrazione, un disegno caricaturale fu, per molti aspetti, interessante: due navi si incrociano nel Pacifico, una è una nave americana, con Reagan sopra, vuota; l'altra è una nave giapponese, ma poteva essere anche coreana, con il primo ministro giapponese, stracarica di merci. Quella vuota va verso l'Asia, quella carica di merci giapponesi-asiatiche va verso gli Stati Uniti.
Il primo ministro giapponese chiede a Reagan: "Cosa portate in Asia?". "Opinioni sul libero mercato"...
Da questo punto di vista è abbastanza chiaro, nel senso che le opinioni sul libero mercato degli anni '80 corrispondono precisamente ad un periodo che, per l'economia americana, è decisamente poco florido; è nella seconda metà degli anni '90 che l'economia americana ha ripreso a funzionare.
In Giappone, in Corea, a Taiwan, invece, con molto più pragmatismo, si preferirono soluzioni differenziate, ad esempio, anche il sistema pubblico, cioè le nostre imprese a partecipazione statale. In Corea l'acciaio continua ad essere di proprietà dello Stato; Le banche, a Taiwan, in Corea, erano tutte banche di proprietà dello Stato; Hong Kong era ed è la terra del liberismo: non si pagano tasse sulle merci, non c'è controllo, ma lo Stato controlla la terra.
Questi paesi sono liberisti, certo, soprattutto per vendere agli Americani, ma poi, in concreto, hanno adottato politiche di protezionismo molto flessibile. Nessuno si dichiara protezionista; in Giappone possono comprare anche in lire italiane, ma non compreranno mai quei prodotti che noi produciamo e che loro possono produrre, per cui gli spaghetti non arrivano mai perché ci sono autorità sanitarie che dicono: "No, non sono conformi alle nostre norme vigenti."... Non si tratta di protezionismo, ma di fatto alcuni prodotti vanno in Giappone, ma tanti altri non entrano.
In Corea c'era una lista di 105 prodotti di cui era vietata l'importazione; il libero mercato è un'opinione abbastanza flessibile...In particolare, tra queste merci c'erano le automobili giapponesi... Questo per dare l'idea della capacità di perseguire obbiettivi.
Certo, la politica di sostegno alle esportazioni non può reggere a lungo con questi atteggiamenti protezionistici; in parte sì, ma non su tutta la linea.
In particolare, a partire dagli anni '60, ed è questo un elemento fondamentale, vennero eliminate dalle strategie economiche tutte le scelte di sostituzione delle importazioni;
i dazi sulle merci dei paesi stranieri vennero sostanzialmente ridotti, accettando l'apertura al mercato, almeno di quei prodotti che non venivano ritenuti strategici in una fase di decollo. Questi prodotti, poi, si sono sempre più moltiplicati, nel senso che oggi queste economie tendono a essere sempre meno protezionistiche; in particolare oggi, con la creazione dell'Organismo Internazionale del Commercio, si ha come obiettivo la creazione davvero di un sistema di libero scambio, volto alla riduzione progressiva delle barriere doganali.
Negli anni '50, in quei paesi ad economia pianificata, la Cina prima del '78-'79, l'Unione Sovietica, il Vietnam, la Corea del Nord ancor oggi, erano in vigore politiche di protezione e di chiusura che hanno favorito nel breve periodo l'economia nazionale, ma poi hanno accumulato un ritardo tecnologico.
Un paese che è aperto alla concorrenza deve correre e se vuole vendere i suoi prodotti deve fare sì che i suoi prodotti siano appetibili, tecnologicamente avanzati, buoni prodotti, ben fatti, per cui la concorrenza è in realtà uno stimolo. Chi si difende a oltranza con politiche di protezione, in primo luogo mi viene in mente l'India, naturalmente avrà modo di andare avanti a lungo con una industria nazionale che funziona sempre; ad un certo punto, però, questi prodotti non potranno competere con quelli che si vendono in altre parti del mondo, per cui abbiamo il crollo veloce di un comparto o di un sistema. L'Unione Sovietica che crolla è in qualche modo specchio di questo tipo di realtà.
In ambito non puramente economico, lo sviluppo dell'Asia orientale è senz'altro connesso ad un contesto politico, culturale, istituzionale che è del tutto particolare, che in qualche modo potrà anche essere discusso nella conferenza dedicata ai diritti umani.
In Asia orientale, per una serie di ragioni, abbiamo culture che tendono a far prevalere gli interessi collettivi su quelli individuali. Badate, questa è una distinzione fondamentale.
Noi siamo figli, da un lato, di un principio di fratellanza che sta nella nostra cultura, la cultura classica e cristiana, dall'altro della Rivoluzione francese.
Ebbene, questi principi culturali difficilmente possono essere tradotti in Asia orientale, dove prevalgono sempre dei punti di vista che sono collettivi: non l'individuo ma la famiglia, non l'individuo come soggetto politico-sociale ma il gruppo.
E' facile ironizzare sui Giapponesi oppure sui Cinesi o sui Coreani che si mettono in fila sull'attenti nel piazzale della scuola, della fabbrica a cantare l'inno della Sony o della Mitsubishi. In realtà abbiamo a che fare con un tratto culturale, che non è modificabile, che non favorisce le individualità. I Giapponesi rischiano di essere meno Giapponesi soltanto se vivono o se crescono in Occidente. Non a caso a Milano esiste la scuola giapponese: ci vanno solo i Giapponesi. Non è possibile iscrivere un bambino italiano a un asilo giapponese come invece è possibile iscrivere un bambino italiano a un asilo tedesco o a una scuola americana. Tutto ciò serve a «fabbricare» un Giapponese, perché stando tanto tempo all'estero, fuori dal suo contesto sociale, naturalmente perderà quelle caratteristiche specifiche e quando ritorna sarà un asociale, un anarchico, un individualista.
Certo, la prevalenza degli interessi collettivi, però, favorisce alcune cose, ad esempio, tendenzialmente una buona organizzazione.
A Singapore c'è un partito unico di fatto, anche se ci sono le elezioni e c'è anche una opposizione. Però, dal '59 ad oggi, soltanto quel partito è al governo, ben organizzato; l'opposizione è rappresentata da uno o due deputati che sfuggono alle regole della collettività e questi oppositori vengono di solito convinti ad essere moderati nelle proprie richieste, sulla base di principi molto severi. Cioè, se, per esempio dicono "Il piano per la costruzione di questa stazione è un piano che non corrisponde agli interessi locali", ebbene, vengono denunciati per diffamazione e vengono obbligati a pagare due milioni di dollari. Questa è la cronaca di Singapore che è, badate, uno dei paesi meno corrotti che ci siano al mondo; non c'è corruzione a Singapore. Certo, vi è un senso della collettività che sconfina decisamente in quello che noi chiameremmo paternalismo autoritario o semplicemente l'autoritarismo.
La società giapponese è formalmente democratica, ma sostanzialmente, rispetta regole che sono anche di questo tipo e noi non possiamo identificarci in questi modelli di democrazia, anche dove vi è un'esperienza democratica in fin dei conti accettabile.
Da un certo punto di vista, ed è drammatico, paesi che hanno avuto una certa esperienza politica più formata ai principi della democrazia per ragioni storiche, le Filippine e l'India, colonizzate da Americani e Britannici, sono anche due paesi che hanno minore coesione nell'imporsi e nel raggiungere gli obiettivi dello sviluppo. Questo non vuol dire che la democrazia politica porti all'anarchia e dunque al sottosviluppo.
C'è una tesi che sostiene che l'economia di mercato, poiché è in sé plurale, porta di per sé alla formazione di istanze di tipo democratico. Questo è servito per spiegare il movimento contro Marcos nel 1986, è servito per spiegare il movimento dei Tailandesi contro il colpo di stato militare, ecc., ma c'è soltanto un po' di verità, perché quel che tende ad essere sempre più vero, al contrario, è il principio della crescita economica in una situazione di ordine.
Queste economie solide sono anche relativamente egualitarie nella distribuzione dei redditi, con eccezioni pure significative, Indonesia e Cina, due paesi abbastanza diversi che sono al vertice dei paesi più corrotti che ci siano al mondo.
Certo, la Corea del Sud e il Giappone hanno avuto le proprie storie di corruzione, le proprie tangentopoli, ma, nell'insieme, questi paesi riescono a far convivere efficienza economica, autoritarismo e un'accettabile compressione del privilegio o della illegalità. Il mondo malese, da questo punto di vista, è certamente un'ottima eccezione.
Molte delle istituzioni autoritarie di questi paesi sono diverse nell'origine ma funzionali allo stesso modo; il partito comunista cinese, autoritario e antidemocratico, ha sostanzialmente oggi gli stessi compiti che ha, in un contesto diverso, il partito militare indonesiano, una forma di organizzazione del consenso elettorale intorno alla figura di Suharto, il generale che è attualmente il presidente dell'Indonesia, naturalmente con finalità anticomuniste. Sono strutture di potere autoritario finalizzate al progresso economico, alla crescita dell'economia. Si tratta, comunque, con l'eccezione cinese, di Stati ridotti al minimo, con burocrazie poco numerose.
E' stupefacente vedere come nel ministero degli esteri giapponese vi sia un numero di funzionari che è circa la metà del numero dei funzionari che ci sono all'interno del ministero degli esteri italiano. La scelta di far funzionare meglio lo Stato, uno Stato più leggero, è una scelta che fa parte di quel contesto istituzionale, politico e culturale favorevole alla crescita economica.
E poi naturalmente si aggiunge sempre in questi casi la cultura del confucianesimo;
non che il confucianesimo sia all'origine dell'industrializzazione di queste regioni, ma certamente quello è un tipo di cultura in cui vengono favoriti, appunto, i principi della gerarchia e dell'ossequio nei confronti dell'autorità. Non bisogna prendere però questo effetto culturale come la causa, ma, piuttosto, come la dimensione in cui le politiche economiche vengono realizzate. Max Weber scrive un libro in cui dice che l'etica protestante è all'origine del capitalismo; naturalmente questo non è proprio giusto, anche per combinazione il capitalismo nasce in Gran Bretagna, nell'Europa nord occidentale.
Il capitalismo fiorente e straordinariamente efficace veneziano non ha nessun legame con l'etica protestante, per cui bisogna da questo punto di vista fare attenzione al contesto.
Vorrei indicare, invece, un dato che sicuramente consolida l'ascesa economica dell'Asia orientale ed è il favore con cui sono state introdotte alcune innovazioni tecnologiche.
E' un fenomeno degli ultimi quindici anni. I paesi di quest'area non hanno risorse, materie prime, in Giappone è noto ma questo vale per tutti questi paesi dove, sì, possono esserci risorse, un po' di petrolio, gas naturali, lo stagno, ma, in sostanza, l'Asia orientale non è un'area di importanti giacimenti minerari e non è un'area di importanti risorse naturali.
La trasformazione di questi ultimi quindici anni si regge su qualcosa di molto particolare, perché in sostanza abbiamo a che fare con una trasformazione epocale, il computer, sempre più potente, sempre più veloce...
Ma c'è un aspetto cruciale da considerare. Se qualcuno apre un computer e ci guarda dentro, dice: "E' tutto qua?" . Sì, c'è qualche filo, ma si vede poco perché abbiamo a che fare con una materia che è la silice, si chiama sabbia, trasformata in memoria per computer. E' un prodotto che si trova ovunque, non è dunque una materia prima, ma quel che conta è la capacità di trasformarla in memoria per computer. Silicio e germanio, queste sono le sostanze. Si tratta di una rivoluzione tecnologica che ha portato a un fenomeno che si può definire di dematerializzazione. Bisogna pensare che un computer è come un archivio. Un archivio è fatto di edifici, di strutture, di scaffali che reggono carta, la carta che è fatta di tante cose, di alberi, acqua, ore di lavoro; questo edificio è fatto di cemento, mattoni, vetro, deve essere riscaldato, illuminato. Ora tutto questo archivio può stare dentro dischetti, in una mano noi possiamo avere quello che è un edificio.
Questo tipo di rivoluzione non riguarda solo l'Asia orientale, anzi è partita dagli Stati Uniti; dopo una certa eclisse nel corso degli anni '80 e '90 gli Stati Uniti hanno recuperato quello che era un gap con il Giappone e con l'Asia orientale. Oggi gli Stati Uniti sono ancora all'avanguardia per elementi tecnici fondamentali, tuttavia in Asia orientale c'è un certo vantaggio, che è la diffusione, nel senso che una tecnologia può stare anche all'interno di un laboratorio e per inventarla bisogna impiegare molto tempo, però, poi, questa tecnologia può essere oggi facilmente replicata. I cloni di computer fabbricati a Taiwan ancora alla fine degli anni '80 erano semplicemente le copie fatte anche in termini accettabili di quelli americani... Si tratta di prodotti facilmente replicabili, ciò che conta è la diffusione.
Si può anche arrivare in un paese sottosviluppato, ma usare la tecnica più avanzata. In Cambogia c'è la linea telefonica ma a Phnom Penh non si telefona con un telefono che è collegato da una linea telefonica, gli Khmer rossi hanno portato via tutto, si usa un telefonino, c'è quello... Quest'inverno scavavano per le strade, erano i cavi per le fibre, cioè si cablava, ed è anche giusto; perché partire con una tecnologia più arretrata quando ce n'è una più recente disponibile? Noi ci troveremo paradossalmente un passo indietro se non facciamo due passi avanti...
Ora, nel titolo della conferenza di questa sera si dice: è un miraggio? Io direi proprio di no, ma c'è la tesi di un economista, Trungman, che io vorrei in qualche modo riprendere, perché un suo saggio è stato tradotto anche su una rivista italiana. Questo economista, un americano, in sostanza dice: si parla del miracolo in Asia orientale, ma è un miracolo destinato a sgonfiarsi, ad afflosciarsi, non è appunto un miracolo, è un miraggio. Questa tesi viene ritenuta una provocazione. In sintesi dice: la crescita economica è dovuta a un certo tipo di investimento, capitale e lavoro. Il lavoro costa poco, basta poco per far crescere un'economia di tanto. Ma è quello che è successo precisamente in Unione Sovietica negli anni '50 e '60, quando l'economia cresceva del 10% all'anno: ecco che fine ha fatto l'Unione Sovietica...Quel che conta è invece la crescita della produttività. Sono considerazioni pertinenti, per carità, è un economista serio, tuttavia questa tesi non è convincente.
E' vero che il fattore di produttività totale nei paesi sviluppati contribuisce grosso modo sempre con la metà, il 50%; la crescita è dovuta, almeno per la metà, a un fattore che è la produttività. In Asia orientale la produttività conta meno, siamo intorno al 30%, a seconda dei vari paesi, ma meno che nei paesi sviluppati.
Tutto questo è vero nelle economie che incominciano a crescere e oggi abbiamo visto, a distanza di cinque anni dal saggio di Trungman, come la tendenza sia all'aumento della produttività, comunque, al contrario di quel che accadeva in Unione Sovietica.
In Unione Sovietica è vero che la produttività non cresceva mai e infatti c'era questa pesantezza dell'apparato produttivo che alla lunga si è dimostrato non più adeguato, destinato a perire. Peraltro, la crescita economica del 10% all'anno è sempre destinata a decrescere nella misura in cui un paese diventa ricco; è una regola questa. In Giappone cresce del 2-3% all'anno, in Germania , Italia, Stati Uniti lo stesso. Se le economie di questi paesi crescessero del 10% sarebbero economie destinate a produrre delle fiammate di inflazione, sarebbero destinate al disastro. Soprattutto non è confrontabile l'Unione Sovietica degli anni '50 e '60 con Singapore. Questo era l'obiettivo di Trungman, ma non si può pensare che una città stato di tre milioni di abitanti con un'economia di mercato molto sofisticata in cui abbiamo il 25% della popolazione che è composto da laureati, abbia caratteristiche in qualche modo compatibili con l'Unione Sovietica degli anni '50. E così si chiude il discorso.
Tuttavia, non si chiude il discorso delle contraddizioni, dei limiti di questo modello di sviluppo.
Intanto perché in Asia abbiamo anche, da un lato, paesi che sono effettivamente arretrati e poveri, poi abbiamo le contraddizioni dei paesi che stanno crescendo. Si può parlare anche di paesi in regresso.
E' un tema che merita qualche riflessione, nel senso che si può accedere allo sviluppo, ma talvolta si torna indietro. I paesi che hanno fatto la Rivoluzione industriale nel complesso sono collocati pur sempre tra i paesi ricchi e, tuttavia, ci sono paesi che cinquant'anni fa erano relativamente ricchi, relativamente avanzati e oggi non sono più né ricchi né avanzati. Ce ne sono anche in Europa, io però mi limiterei a due esempi dell'Asia e dell'America latina.
Il regresso in Asia è soprattutto visibile nelle Filippine che soltanto negli anni '90 hanno cominciato a invertire una questa tendenza.
Negli anni '50, le Filippine erano al secondo posto per reddito totale in Asia dopo il Giappone perché la colonizzazione americana non è stata particolarmente onerosa; gli Americani hanno fatto alcune cose, hanno fatto funzionare molti servizi, hanno modernizzato, nel periodo tra il 1899 e il 1910, anche l'agricoltura; non hanno abolito il latifondo ma hanno abolito certe strutture ecclesiastiche, hanno fatto quello che aveva fatto in Europa la Rivoluzione francese . Poi hanno diffuso le industrie e soprattutto le scuole. Oggi abbiamo un paese che paradossalmente è povero, ma in cui la scolarizzazione è elevatissima. Vi sono aziende europee ed americane che hanno trovato conveniente far fare servizi ai Filippini con Internet, costa poco. Per esempio, le buste paghe di alcune aziende americane vengono digitate nelle Filippine e arrivano via Internet al mandante, costa molto meno. Da questo punto di vista non dobbiamo temere la concorrenza degli schiavi che lavorano guadagnando poco ai telai, dobbiamo temere la concorrenza dei livelli superiori perché questi paesi hanno potenzialità e risorse.
Dicevo che le Filippine nel '50 erano al secondo posto per reddito pro capite dopo il Giappone.
Negli anni '80 sono diventate tra i paesi più poveri dell'Asia.
Marcos ha attuato una politica di sostituzione delle importazioni, cioè di chiusura per difendere i produttori locali, il contrario di quello che avevano fatto nello stesso periodo a Taiwan, in Corea e a Singapore; ha proprio scelto un modello economico diverso.
E' vero, Marcos portò in Svizzera decine di migliaia di dollari, lui guadagnava 5000 dollari all'anno, non li ha messi da parte, li ha rubati proprio, e questo è certamente un elemento da considerare, ma non è l'unico che spiega l'arretratezza delle Filippine. E' la gestione dell'economia che conta, si possono fare scelte diverse, si può scegliere una strada o un'altra.
I Coreani avevano per governanti dei militari che erano semplicemente dei dittatori fascisti che tuttavia non erano ladri e hanno adottato una politica economica a favore dell'industrializzazione. Marcos no, non ha adottato una politica favorevole allo sviluppo. Negli anni '80 nelle Filippine il prodotto interno lordo cresce dello 0,1%, è incredibile, non esiste un paese in cui la ricchezza cresce dello 0,1%...
Nonostante le Filippine siano un paese potenzialmente ricco, buono per lo sviluppo, inserito al centro dell'area dello sviluppo, che non è un elemento secondario, una scelta di politica economica di un certo tipo le ha portate al regresso. Dunque dipende dalle scelte economiche che si fanno.
Un altro esempio di paese che, da estremamente sviluppato, ha subito un regresso, lo troviamo in America latina ed è un esempio per certi aspetti anche più significativo.
Sono dovuto andare a cercarlo in Argentina.
Nel 1913, prima della prima guerra mondiale, era fra i dieci paesi più ricchi del mondo. Non a caso il povero emigrante veneto poteva prendere i suoi bagagli e andare a scegliere New York o Buenos Aires. La scelta era davvero da farsi con una moneta.
Ebbene, l'Argentina è un paese dal quale, negli anni '60, '70, '80, si scappava.
I figli degli emigranti italiani in Argentina cercavano di ritornare in Italia; semplicemente da extracomunitari, diremmo oggi.
Eppure, l'Argentina ha tante cose: ha risorse naturali, ha spazio, clima, ha una popolazione che è relativamente contenuta cioè non è il milione di abitanti del Lesotho... E' quel giusto mix di risorse, uomini e ambiente, di disponibilità a ricercare la ricchezza.
Però, a partire soprattutto dalla fine degli anni '30 e '40, c'è stata l'adozione di una politica economica del tutto particolare: è il Peronismo!!! Se voi parlate con un Argentino vi parlerà sicuramente bene di Peron, non c'è dubbio, nel senso che Peron era il personaggio politico fiammeggiante che incantava le folle con comizi meravigliosi. Innalzava i salari per decreto, nel senso che c'era l'aumento dei salari per legge. Non saprei definirlo meglio: a me sembrerebbe proprio un ibrido, un frutto dell'ingegneria genetica, qualcosa tra Bertinotti e Berlusconi. Metteteli insieme ed ecco il Peron: un uomo politico geniale da un certo punto di vista.
Però questa politica economica è una politica che ha avuto come risultato il regresso: l'Argentina, che era tra i dieci paesi più ricchi del mondo, oggi è un paese sottosviluppato. Bisogna sapere che la demagogia in economia può portare a questi esiti. A ciascuno il suo, naturalmente...
Un altro motivo di povertà in Asia è quello dell'isolamento. Ci sono alcuni paesi che per diverse ragioni si sono isolati; non sto parlando dell'India o della Cina che hanno adottato in differenti modi politiche di isolamento economico. Se parliamo dei grandi mercati, lo stesso vale per l'Unione Sovietica. Un grande paese si può permettere per un certo periodo anche l'isolamento. La tecnologia sovietica ha sostituito la tecnologia degli altri paesi. Un grande paese lo può fare per un certo periodo; poi viene il momento in cui naturalmente c'è il collasso. Però dura anche decenni.
Un paese medio o piccolo non può isolarsi. Vediamo quali sono i paesi che sono rimasti particolarmente isolati. Io vorrei citarne due: la Birmania e il Vietnam.
La Birmania era una delle perle dell'Impero britannico, una delle Provincie dell'India più ricche. Negli anni '30 la Birmania esportava riso. Era una colonia modello. Gli Inglesi naturalmente hanno guadagnato abbastanza dal colonialismo in India e in Birmania, tuttavia hanno gestito le risorse con oculatezza.
Nel 1962 un colpo di stato chiude la Birmania: viene instaurato un regime che dal punto di vista economico è un regime collettivista, nel senso che sostanzialmente il comparto industriale viene controllato dallo Stato, il comparto agricolo si regge su prezzi amministrativi come in Unione Sovietica e come nella Cina maoista. Nell'agricoltura non c'è il mercato del riso. Il riso deve essere venduto allo Stato ad un prezzo che si dice amministrativo, cioè non c'è il mercato. Questo non vuol dire che la Birmania sia stata un regime socialista dal punto di vista politico. Dal punto di vista culturale e ideologico questo è un regime di generali buddisti che, tuttavia, hanno adottato i metodi socialisti in campo economico.
E' un paese che è rimasto isolato, anche se a partire dalla fine degli anni '80 ha cambiato sistema economico. Oggi il regime è sempre lo stesso. Si è aperto economicamente all'esterno, si è anche arricchito un po', ma in particolare si è arricchito con la gestione della produzione dell'oppio, cioè di eroina, nella parte birmana del triangolo d'oro. Quindi abbiamo un'economia del tutto particolare.
La Birmania alla fine degli anni '80 era un paese devastato, poverissimo. Ricordo ancora che nella metà degli anni '80 i giornalisti tornavano esterrefatti. Se l'Asia orientale già in questi anni era in crescita e aveva certe caratteristiche, la Birmania era un paese degli anni '30, congelato nell'attesa di misure che ancora oggi ,comunque la si possa guardare, lo fanno permanere in questa situazione.
Per il Vietnam la storia è diversa. C'è la guerra naturalmente. Il Vietnam nel corso degli anni '80, per circa un decennio, è un paese allo sbando dal punto di vista economico. La chiusura, non si tratta della chiusura voluta da gli Stati Uniti, è la chiusura del sistema economico al proprio interno e nei rapporti con le economie regionali. Negli anni '80 il Vietnam attraversa una fase difficilissima con esiti catastrofici, nel senso che il fenomeno dei boat-people è connesso certo all'invasione dei Cinesi, ma nello stesso tempo si realizza un progressivo impoverimento . Questo è un elemento che occorre considerare.
L'isolamento a volte può difendere paesi deboli da una particolare politica aggressiva, ma al solito tende ad aggravare le condizioni economiche e produttive del paese che lo attua.
Alcuni economisti avevano negli anni '70 sostenuto la tesi della "dèconnetion", del distacco di un paese dal sistema economico di mercato per potersi salvare...
Da questo punto di vista bisogna dire che tutti i paesi che si sono isolati economicamente hanno pagato prezzi economici e sociali elevatissimi: la Cambogia degli Khmer rossi, la Corea del Nord, il Vietnam... Oggi il Vietnam ha un'economia che ha sostanzialmente ricalcato le riforme economiche cinesi e, pur restando un sistema politico e sociale di tipo comunista, è riuscito a sollevarsi economicamente dalla drammatica crisi degli anni '70.
Riguardo alla povertà dei paesi in via di sviluppo, diciamo che tutti i processi di crescita economica e il passaggio dall'arretratezza allo sviluppo sono processi drammatici. Non c'è nella storia nessun caso di processo di industrializzazione che non sia stato drammatico.
Dal punto di vista economico e sociale c'è sempre l'abbandono della campagna per la città e per l'industria, l'abbandono di una cultura di migliaia di anni per una cultura che ha pochi decenni. E questo è un salto che porta necessariamente a crisi e a condizioni di vita e di lavoro molto diversi. Il contadino che diventa operaio subisce un trauma. L'emarginazione costella questi processi: le campagne vengono abbandonate se non sono abbastanza produttive e quelli che vi vivono diventano disperati; coloro che, al contrario, emigrano in città e non necessariamente trovano lavoro, sono naturalmente emarginati.
In certe periferie si trovano delle immagini ai limiti della cosiddetta dignità, nel senso che si vedono uomini che vivono mangiando rifiuti; ci sono le discariche dove la gente vive tra i rifiuti portati dalla nettezza urbana. Ho visto queste cose a Saigon, in Vietnam: prendere dal cestino dei rifiuti ciò che vi era stato posto, una verdura , e di questo nutrirsi.
Tutti i processi di trasformazione industriale sono dunque processi dolorosi. E poi naturalmente, spesso anche tutti quei processi che si accompagnano al rapido arricchimento non sono legati a uno sviluppo sociale, per esempio il turismo sessuale in Tailandia, la prostituzione che in questi paesi vuol dire AIDS, la crisi della famiglia, la crisi dei valori che quasi sempre sono i valori di una società rurale che si spezzano nel confronto con le luci della città, con la delinquenza, con la corruzione, con la marginalità sociale oppure con la stessa sostenibilità dello sviluppo.
E non dimentichiamo che noi abbiamo un prezzo ambientale da pagare, lo abbiamo pagato e lo stiamo pagando in Italia, è sufficiente pensare alla Lombardia, una delle regioni più industrializzate e che ha maggiormente pagato la sanzione ambientale.
Si poteva fare in altri modi? La risposta è sì, è sufficiente avere una classe dirigente che sia sensibile a questi aspetti, non è stato il caso della «Padania» e neppure della gran parte dei paesi dell'Asia sud orientale.
Sicuramente è il caso di Singapore, dove abbiamo un'élite paternalista e autoritaria, ma diciamo che Singapore non è per altro solo una città, è un po' più di una città, non è tra le aree devastate dall'inquinamento e dagli effetti dell'industrializzazione.
Taiwan, la stessa Cina, il Giappone degli anni '60, sono stati gestiti in modo diverso.
C'è un problema ambientale connesso all'urbanesimo in Giappone, il 55% del territorio è composto da foreste che vengono distrutte proprio da ambienti rurali; coloro che vogliono procurarsi terra per l'agricoltura da piantagioni hanno causato incendi devastanti che, per un periodo di tempo prolungato, hanno distrutto la foresta e condizionato mezza Asia sud orientale.
DIBATTITO
D: Ritiene che l'Occidente, attraverso la sua penetrazione economica e i suoi interventi in quest'area del Sud est asiatico o nell'Asia più in generale, abbia posto le condizioni per renderla dipendente?
R. : Bisogna intendersi su Occidente. In questo momento gli investimenti in queste aree vengono soprattutto da paesi asiatici: Giappone in primo luogo, oppure le borghesia dell'Asia sud orientale, cioè, per intenderci, gli investimenti in Cina passano soprattutto da Hong Kong, soprattutto gli investimenti cinesi non tanto di Hong Kong quanto degli imprenditori etnicamente cinesi che investono Hong Kong e Cina e questo succede oggi. In passato ci sono stati investimenti stranieri, americani, europei.
Quando parliamo di sviluppo economico significativo a Taiwan e in Corea del Sud, dobbiamo pensare che questi sono i punti nevralgici, per cui gli investimenti americani avvenuti qui erano e sono investimenti straordinari. Spesso sono stati investimenti surrettizi, nel senso che gli aiuti americani erano mirati a sostenere le trasformazioni, per cui c'è un implicito ricatto, ma non necessariamente riduttivo. Però questi investimenti furono molto importanti al tempo, negli anni '50 . Taiwan e la Corea del Sud hanno veramente adottato delle strategie economiche più efficienti soprattutto dopo la metà degli anni '60.
Ora il problema è questo : l'investimento straniero porta dipendenza? In America latina sì e bisogna vedere il perché.
Un investimento straniero in Italia, un investimento americano in Gran Bretagna porta alla dipendenza? No .
Così le economie dell'Asia sud orientale in crescita non sono affatto dipendenti e questa è la cosa più interessante, intanto perché smonta uno degli argomenti dei teorici della dipendenza. Questi teorici sembrano non tenere conto di quello che succedeva regolarmente in Asia sud orientale.
Nel 1970-71 ci sono dei trattati di economia che dicono precisamente questo: gli investimenti giapponesi in Corea del Sud impoveriranno la Corea, ne distruggeranno l'economia.
A distanza di vent'anni questa teoria si dimostra sbagliata perché in Asia sud orientale è successo qualcos'altro. In particolare, gli investimenti hanno creato quello che in economia si chiama un circolo virtuoso: le imprese straniere non si sono sostituite a quelle locali.
Cioè, quando si parla di politica economica di sostituzione delle importazioni, le imprese nazionali crescono senza concorrenza, sono protette. Ma la crescita senza concorrenza fa si che vi sia una scarsa propensione allo sviluppo, all'innovazione tecnica, al miglioramento dei prodotti che poi non sono vendibili all'estero ma soltanto all'interno. E' un circuito di arretratezza.
Quando i Coreani o i Cinesi di Taiwan si sono trovati di fronte al problema di aprire la propria economia a metà degli anni '60, hanno dovuto risolvere questo punto e la loro risoluzione è stata: accettiamo la solidarietà, ma predisponiamo gli strumenti fiscali di indirizzo per consolidare e rafforzare le imprese nazionali.
In che modo fare questo?
Taiwan, Corea e Singapore hanno fatto in modo che le imprese nazionali si associassero con quelle internazionali tanto da entrarne nel circuito, con una forma di sinergia che in qualche modo ha permesso di limitare il pericolo della sostituzione delle imprese.
Questa è stata la politica di indirizzo. Quindi in Asia sud orientale non c'è stata dipendenza.
Io ricordo ancora agli inizi degli anni '80 e '81 quando si iniziava a discutere l'apertura della Cina all'estero; vi erano orientamenti diversi sull'investimento straniero e la paura di essere condizionati. Ma il timore di essere condizionati non esiste.
Oggi gli Stati Uniti non possono neppure veramente criticare la Cina sulla questione dei diritti umani; su questa questione la Cina, che è in una posizione di rottura rispetto ad altri paesi, è libera; nonostante usi capitale straniero, la Cina in qualche modo lo immobilizza, lo usa ma non se ne fa condizionare.
Naturalmente se voi parlate con un esperto di economia dell'America latina dirà che la globalizzazione è un dramma, gli investimenti e i capitali stranieri servono soltanto ad impiccare i paesi poveri.
Adesso, per l'America latina non so se è veramente così. Fortunatamente per l'Asia non lo è. La dipendenza dal sistema internazionale è stata enfatizzata; aveva senso quando il sistema internazionale era retto da certe regole, il sistema coloniale.
Dopo la seconda guerra mondiale, c'è la fine del sistema coloniale. L'Africa ha sofferto l'abbandono, è la regione del mondo destinata ad un ulteriore impoverimento, ma non per gli investimenti e gli interessi delle multinazionali.
La tesi dello scambio ineguale che giustifica l'impoverimento dei paesi sottosviluppati riferendosi alla natura degli scambi ineguali fra Sud e Nord è una tesi affascinante ma del tutto priva di fondamento scientifico. Il Nord del mondo non dipende per la propria ricchezza da quello che prende dal Sud del mondo. Gli scambi tra il Nord e il Sud del mondo sono quasi nulli, sono meno del 10%. Possono incidere localmente certo, ma la ricchezza del Nord del mondo è una ricchezza che viene prodotta: è l'industria, cioè un certo tipo di servizi che producono la ricchezza e non lo scambio. D'altra parte sarebbe un'idea dell'economia mondiale come se la terra fosse la farina di un sacco e c'è chi prende di più e chi prende di meno...
D: Lei ha detto che questo processo produce conseguenze anche
drammatiche in termini di condizioni lavorative molto dure per la
popolazione locale.
Esiste la possibilità, nel lungo periodo,
che lo sviluppo economico dei paesi del Sud est asiatico si estenda
alle fasce medio-basse della popolazione? Che
il reddito, per così dire, si democratizzi e che si provochi
un processo analogo a quello dei paesi occidentali, con un aumento
dei diritti sindacali, oppure il sistema politico è talmente
rigido e talmente diverso da non far ipotizzare questo tipo di
discorso?
R.: I fenomeni di impoverimento, ripeto, sono marginali. L'elemento che è fondamentale, cioè l'alimentazione, ci dice come il numero di sottoalimentati cronici è in caduta in questi paesi.
Lo sviluppo industriale avrà conseguenze di ordine sociale, come, per esempio, succedeva in Italia negli anni '50 e '60: l'immigrato meridionale andava a Torino e viveva in una stanza senza servizi con altri dodici suoi compaesani... Era certamente una condizione dal punto di vista umano drammatica, ma corrispondeva ad un'ascesa, ad un miglioramento, cioè costituiva la base per avere un reddito che era diverso, nella sostanza, dal reddito di suo padre che faceva il bracciante nella Sicilia occidentale e lavorava cento ottanta giorni all'anno, se lavorava , quando passava il boss mafioso e sceglieva i braccianti che si mettevano sulla piazza alle cinque del mattino.
La trasformazione del figlio che viene sradicato è drammatica, ma si tratta di una trasformazione che in sé è certamente positiva.
Quando si ascoltano le tesi della globalizzazione volte a sottolineare gli effetti sociali relativi, per esempio, alle condizioni della filippina o della malese che lavora in fabbrica, bisogna precisare che spesso il loro reddito non è confrontabile con il reddito dei genitori di queste donne. C'è una differenza sostanziale: intanto è un reddito per dodici mesi all'anno e poi l'orario di lavoro non è l'orario come il nostro. Ci sono condizioni di lavoro che sovente sono molto più dure. Però il salto è rispetto al proprio passato....
Per quanto riguarda il movimento sindacale, esso si sviluppa; spesso le trasformazioni politiche sono connesse precisamente alle decisioni sindacali, i presidenti civili eletti negli ultimi anni sono connessi al movimento sindacale o comunque alle organizzazioni sindacali. Comunque un legame c'è, non sempre e non ovunque, oppure possono esserci anche altre caratteristiche della struttura sociale del paese.
In Asia sud orientale ci sono regole di tipo clientelare diverse da quelle che si incontrano nel mondo, diciamo, civile. Però, in sostanza, dobbiamo constatare un salto, un miglioramento, direi, anche se questo miglioramento può essere pagato dal lavoro delle bambine in fabbriche di giocattoli, come la fabbrica di giocattoli che è bruciata l'anno scorso... E' anche questo... Sono problemi drammatici dal nostro punto di vista perché a noi ricordano precisamente le condizioni della Rivoluzione industriale...
Ma ogni rivoluzione industriale passa attraverso queste problematiche.
Si possono limitare questi effetti? Sì, nel senso che oggi noi abbiamo la capacità di intervenire non solo con le campagne sui diritti umani, ma anche con il boicottaggio di prodotti, per esempio i palloni cuciti dai bambini.
La campagna per non comprare i giocattoli fabbricati dalle bambine, cioè la lotta contro il lavoro minorile è certamente uno strumento. I sindacati anche in Italia sono orientati in questo modo.
I paesi che sono oggi sviluppati sono i paesi che producono gli elementi non del benessere ma certamente quegli oggetti di consumo che uno compra se per esempio ha risolto il problema alimentare.
In secondo luogo bisogna riflettere sull'eguaglianza, nel senso che la Rivoluzione industriale in Europa e negli Stati Uniti ha portato anche a una divaricazione sociale notevole.
Si spiega la storia del movimento sindacale con le caratteristiche della nostra società, perché le società nate dalla Rivoluzione industriale sono società in cui le élite si formano in un certo modo e sono élite che tendono a rafforzare i propri privilegi . Noi abbiamo dunque delle società in Europa e negli Stati Uniti in cui la distribuzione del reddito è particolarmente diseguale.
Lo stato sociale è introdotto in Europa per contrastare questa iniqua divisione del reddito.
Negli Stati Uniti non c'è stato sociale perché la società è molto più dinamica, tuttavia essi, nonostante il dinamismo sociale, sono una delle società più diseguali nella distribuzione del reddito.
In Asia orientale noi abbiamo società invece che sono, dal punto di vista della ridistribuzione del reddito, relativamente omogenee. Abbiamo di fatto meno ricchi e ricchi che hanno meno rispetto ai corrispondenti europei e americani. Ci sono delle differenze... Diciamo che Taiwan, la Corea del Nord e lo stesso Giappone sono società meno diseguali nella distribuzione del reddito.
In Asia sud orientale, ad eccezione di Singapore, ci sono società non solo più arretrate, ma con maggiore corruzione e maggiore disuguaglianza nel reddito rispetto a un regime autoritario come quello di Taiwan e della Corea del Sud fino a pochi anni fa, quando sono state fatte le elezioni e fino a tutti gli anni '80 ci sono stati regimi che hanno prodotto società poco differenziate dal punto di vista del reddito e francamente non riesco a capire perché...
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