VENERDI' 17 MAGGIO 1996
ECONOMIA / ECOLOGIA
RELATORI:
Alfredo Somoza - Giornalista antropologo
Renato Massa - Docente di conservazione della natura presso l'Università di Milano
INDICE
Intervento di Alfredo Somoza
Non si può iniziare una serata che metta in rapporto l'ambiente con la questione economica della
America Latina se non partendo da prima della sua conquista.
Per quale motivo e così impossibile disgregare questa realtà?
Il motivo è che l'America Latina e il continente americano, in un primo momento, sono entrati
nell'economia mondiale con un ruolo preciso che è stato quello di grande produttore di materie
prime minerarie e poi di materie prime agricole.
Quindi, ovviamente, l'economia in America Latina, fino a giorni nostri, continua a essere
soprattutto centrata sullo sfruttamento agricolo e sullo sfruttamento di materie prime; per questo
motivo il modello economico latino-americano ha in qualche modo fortemente determinato da
cinque secoli la sopravvivenza e il modo col quale è stato modificato l'ecosistema.
Infatti l'industria è circoscritta a pochi paesi, e all'interno di questi paesi a poche aree, e quindi
in realtà la base dell'economia di tutto il continente, e della maggioranza delle persone che lo
abitano, ha ancora un rapporto diretto con la natura.
Nel 1492, nel giro di pochi anni avviene la più grande lotta, la più grande rivoluzione all'interno
dei rapporti tra le specie umane, animali e vegetali del quale noi possiamo avere notizia; bisogna
considerare il fatto che il continente americano fu popolato a partire dall'ingresso attraverso lo
stretto di Bering (Kamciatca, Siberiana ed Alaska Americana) da popolazioni provenienti
dall'Asia, tra il 30.000 e il 15.000 a.C., quando queste due terre erano legate da un ponte di
ghiaccio.
Dal momento in cui la temperatura inizia ad alzarsi (12.000 a.C.), questo collegamento naturale
fra i due continenti scompare e quindi Colombo nel 1492 arriva in un continente isolato dal resto
del contesto mondiale da circa diecimila anni; questo lo capiscono subito anche gli stessi
conquistatori pur non avevano la minima cognizione scientifica.
La scomparsa de collegamento tra i due continenti aveva determinato ad esempio un isolamento
genetico, e non si erano verificate tutte quelle lotte per la sopravvivenza che si erano già verificate
all'interno dell'altra grande area continentale, cioè il grande blocco Europa Asia e Nord Africa,
le cui terre erano unite e quindi da sempre in costante collegamento e competizione dal punto di
vista naturale.
Nel continente americano per esempio molte patologie che colpivano gli esseri umani erano
sconosciute.
Bisogna tenere conto che il gruppo umano che era entrato in America aveva dovuto sopportare le
temperature estreme del Polo nord, quindi chi era sopravvissuto al passaggio da Bering era in
qualche modo sterilizzato dal punto di vista sanitario (il freddo uccide una serie di germi e di
batteri) ed effettivamente molte malattie diffuse anche da molto tempo in Asia, nel continente
americano non si erano mai viste.
Perciò nel 1492 ci fu lo scontro frontale tra due sistemi naturali composti da persone animali e
piante che avevano perso il contatto da diecimila anni.
Questo ovviamente ha un aspetto fortemente negativo nel senso che la popolazione non avendo
anticorpi per certi tipi di malattie soccombe velocemente.
Ad esempio il vaiolo è stata la maggior responsabile del crollo demografico calcolato dopo il
primo secolo di presenza europea in America.
Il vaiolo va più veloce addirittura dei conquistatori perché quando comincia un'epidemia di questa
malattia gli indigeni già contagiati ma non ancora colpiti scappano dal posto nel quale la pestilenza
è iniziata, e in questo modo portano con loro il virus sempre più verso sud.
Ad esempio, il crollo dell'impero incaico, che gli storici hanno sempre rappresentato come una
cosa molto facile, è anche indirettamente legato all'arrivo del vaiolo: questo, infatti, aveva ucciso
il Re e il figlio primogenito erede designato al trono scatenando una guerra di successione tra gli
altri due figli.
Gli spagnoli, giunti nel pieno di questa lotta erano in ritardo di due anni rispetto al vaiolo.
L'esempio di un altro crollo famoso è quello dell'impero Azteco: dopo alcuni giorni dalla presa di
Timociclan da parte di Cortes, l'esercito azteco si riorganizza e gli spagnoli vengono cacciati via
dalla città in quella viene ricordata dagli storici come la “notte triste”.
La vicenda si conclude poco dopo con un'epidemia di Vaiolo che inizia quasi simultaneamente
con la rivolta degli indigeni e colpisce gran parte dell'esercito azteco compreso il loro generale
che stava guidando questa riconquista.
Pensate anche all'impatto psicologico: queste malattie vengono portate dagli europei, i quali non
ne vengono colpiti: infatti in Europa il vaiolo, nel 1492, era già una malattia dell'infanzia, quindi
chi non ne moriva da piccolo non ne moriva più.
Per cui, questi spagnoli immunizzati sopravvivevano tranquillamente pur trovandosi in mezzo a
un'epidemia di vaiolo conclamata.
Dal momento che la scienza non aveva ancora scoperto quali fossero i principi delle malattie
veniva facile utilizzare la religione per spiegare tutto.
Un Governatore del Massachusetts del 1600 in un suo scritto dice che il modo in cui stanno
morendo gli indigeni conferma che Dio ci ha dato il diritto di possedere tutto ciò. E questa è la
giustificazione: “loro muoiono perché sono nel peccato. Noi invece siamo immuni perché
portiamo loro Dio”.
All'interno della Chiesa c'è un dibattito molto acceso sulla prima conversione degli indigeni
perché troppo viziata da questo momento particolare. Infatti si pensava e veniva fatto credere che
l'unico modo di immunizzarsi per non morire di queste brutte malattie era quello di convertirsi al
loro Dio.
Ovviamente questo porta a una conversione di massa molto veloce. Il vaccino dell'epoca
ovviamente era quello, non c'era altro, non c'era atra possibilità di avvicinarsi a questo problema.
Questo per quanto riguarda gli uomini; ma una cosa che è sempre dimenticata è la guerra di
conquista giocata e vinta dalle piante infestanti, come ad esempio il cardo, e da alcune specie
animali provenienti dall'Europa, per esempio i cavalli, le mucche i maiali.
Questi animali che scappano dai luoghi dove li hanno portati gli spagnoli, iniziano a moltiplicarsi
da soli, tornando allo stato brado dando vita a mandrie di migliaia di capi che vagano soprattutto
nelle praterie del nord e del sud America, nella Pampa e negli Stati Uniti. Insieme a loro,
ovviamente si diffondono le piante infestanti: il cardo, pianta che fino ad allora era sconosciuta in
America, nel giro di cent'anni copre interi ecosistemi come per esempio la Pampa: qui ancora
oggi si combatte contro il cardo di Castiglia che, portato inconsapevolmente dai conquistatori, ha
trovato un ecosistema così adatto per la sua moltiplicazione tanto che Darwing, quando era stato
alla fine dell'800 nella Pampa, racconta che c'erano foreste di cardo alte più di tre o quattro metri
all'interno delle quali si nascondevano i briganti e nessuno osava andare a prenderli.
Oggi ogni angolo non toccato dagli agricoltori è effettivamente coperto di cardo.
Parliamo anche degli aspetti positivi.
Uno dei più grandi studiosi della storia degli scambi genetici nella storia dell'umanità definisce
come “scambio colombiano” tutto ciò che da Colombo in poi si scambia tra America e resto del
mondo.
L'America si arricchisce sicuramente dall'arrivo dei mammiferi da allevamento, specie fino ad
allora sconosciute in America. Infatti il grande problema delle civiltà precolombiane era quello
della mancanza di carne perché non esisteva nessun animale di allevamento, tranne il tacchino nel
nord America e il lama (che però in realtà non lo si usa nemmeno come carne), ma soprattutto
non c'erano animali da traino.
Molte volte ci si chiede come mai la ruota non fosse conosciuta, quando poi in Messico c'erano
giochi per bambini con ruote.
In realtà il principio era noto, ma non era utilizzata perché non c'erano animali da traino.
Paradossalmente il cavallo, che è una specie originaria del continente americano e dal quale poi si
è diffusa in Asia e in Europa, viene reintrodotto, dall'altra parte del mondo, dagli spagnoli poiché
lì si era estinto.
Quindi l'impatto con la civiltà europea se da una lato provoca la repentina scomparsa degli
indigeni dei Caraibi, dall'altro favorisce le popolazioni indigene delle praterie del Nord America e
delle praterie del Sud America (la Pampa e la Patagonia).
Qui l'introduzione del cavallo diventa un'arma tanto formidabile da modificare le loro abitudini
vita; essi diventarono dei guerrieri nomadi molto pericolosi e incisivi, e questo allungò la loro
sopravvivenza di quasi 3 secoli, rispetto agli altri indigeni.
Infatti questi gruppi, che passarono indenni quasi tutto il periodo coloniale, furono sconfitti dalle
repubbliche indipendenti, e non più dalle vecchie colonie inglesi e spagnole, soltanto alla fine
dell'800.
Per quanto riguarda l'America l'ingresso dei mammiferi rappresenta sicuramente ciò che
determinerà gran parte della storia successiva; ma la cosa più importante che succede in questo
momento (che spesso si dimentica quando si parla di Colombo, e soprattutto quando si parla di
America) è il fatto che in America, continente nel quale non esistevano mammiferi d'allevamento,
l'agricoltura era molto efficiente e venivano coltivate specie molto semplici da coltivare e che
davano un'alta resa.
L'alternativa era morire di fame: infatti non c'era la carne per complementare la dieta.
E' per questo motivo che in America vengono selezionate due piante che danno la risposta a
questo tipo di problema e grazie alle quali avviene una rivoluzione demografica che porta alla
concentrazione delle persone in due aree ben precise: una che parte dallo Yucatàn e arriva fino a
sud degli Stati Uniti e l'altra, l'area andina con centro in Perù, che va dall'Argentina a sud, fino
alla Colombia a nord.
In queste due aree vengono addomesticate due piante con funzione di alimento base, la stessa che
aveva il riso per l'oriente: nel nord il mais e al sud la patata.
Paradossalmente l'Europa della conquista (della fine del 500) soffriva di un problema che in
America non era conosciuto: la fame; questa, in Europa verrà eliminata soltanto un secolo dopo il
ritorno di Colombo. Le nuove specie americane si diffusero e risollevarono la situazione di miseria
e di morte dei contadini poveri.
Questo per quanto riguarda i primi 50 anni, dopo di che questo processo diventa irreversibile.
L'America sarà percorsa da nord a sud: verranno rilevati ed entreranno a far parte della
cartografia, tutti gli ecosistemi, ad eccezione delle terre australi come la Patagonia (che per più di
2 secoli non interessa agli spagnoli) e l'Amazzonia che, per vari motivi, viene solo attraversata e
non toccata fino alla fine dell'800.
Nell'America centrale c'è un isola (Santo Domingo) che è stata usata come laboratorio di
sperimentazione: qui Colombo, e successivamente gli altri spagnoli che lo seguiranno, metterà in
pratica alcune sue idee che gli consentono di farsi un'idea più precisa sul funzionamento del
continente.
Quindi diventa un piccolo laboratorio di ricerca di tanti aspetti. Possiamo dire che quest'isola ha
il triste primato di essere stato il laboratorio del colonialismo, così come lo conosciamo nella sua
forma classica.
Solo una settimana dopo il suo arrivo su quest'isola, Colombo scrive una lettera alla regina
Isabella descrivendole ciò che stava trovando.
Lui diceva così il 3 novembre del 1492: “Posso assicurarvi altezza vostra, non mi sembra che
sotto la cappa del sole possa esservi paese migliore di questo tanto per fertilità, mitezza delle
stagioni, quanto per abbondanza di acque buone e salubri.
In questo luogo come in ogni altro da me scoperto e che spero di scoprire fino al mio ritorno in
Castiglia, l'intera cristianità potrà intrattenere profitti e negozi e più ancora la Spagna alla quale
potrà essere tutto soggetto.“
Colombo con queste due frasi pone la premessa per un nuovo mondo che nasce da quel momento.
Fino a quel momento è il mercante che si spinge fino a terre lontane, porta delle merci tipiche del
suo paese, e le scambia con quelle che hanno un qualche interesse economico.
Non soltanto gli europei e i veneziani vanno in oriente: anche i cinesi vanno in Africa e gli arabi in
oriente.
In tutto il mondo ci sono questi movimenti, non è soltanto Marco Polo che viaggia.
Ma all'interno di questo mondo è il mercante che va a scambiare le cose.
Nella sua lettera Colombo dice una cosa diversa: prima comincia a decantare le bellezze del clima
e la fertilità della terra; cosa strana perché se uno va a commerciare il problema è un altro, non
quanto sia fertile la terra.
Poi dice un'altra cosa che diventerà realtà, anzi è già realtà mentre la sta dicendo: tutto dovrà
essere soggetto a Castiglia.
Quindi non una terra e dei popoli nuovi con i quali commerciare ma una terra della quale
appropriarsi ed un popolo, di conseguenza, da sottomettere.
E questo, diciamo, è in pochissime parole il principio di quello che più tardi gli inglesi definiranno
come Colonialismo “classico”. Così in questa piccola isola dell'Atlantico, il figlio di Colombo,
Diego, sei anni dopo l'arrivo del padre, diventa il primo proprietario di un latifondo.
Cioè il primo latifondo americano nasce qui, nel 1498.
Diego introduce una nuova pianta africana: la canna da zucchero. Ma siccome là non ci sono più
indigeni incomincia ad importare i primi schiavi; quindi è un genovese ad avere il primo
monopolio degli schiavi.
Genova, infatti, diventerà importante grazie al lavoro dei loro banchieri, i quali finanziavano il
traffico negriero. Barcellona e Genova avevano questa funzione storica.
Nel 1498 abbiamo l'inizio della triangolazione atlantica che se vogliamo è il primo grande ciclo
dell'economia globalizzata. Immaginiamo l'Atlantico come un triangolo con tre vertici: uno dei
vertici è in Spagna, con diramazioni soprattutto nell'Europa settentrionale; la Spagna, che
malgrado tutto paese povero, è in realtà finanziata da banchieri italiani, britannici e olandesi. Un
altro vertice in Africa e un altro nei Caraibi. Questo è il primo grande mercato mondiale.
Ma come funziona questo mercato? Gli spagnoli mettono le armi, i banchieri mettono i capitali, gli
africani contribuiscono con la manodopera schiava.
Il ruolo del continente americano in questa grande triangolazione è quello di mettere la terra,
perché gli indigeni non ci sono più.
Gli spagnoli sono i proprietari delle terre, i lavoratori arrivano dall'Africa e i capitali sono europei;
quindi l'unica funzione americana è quella di avere quella famosa mitezza di clima di cui parlava
Colombo, che consentirà alla canna da zucchero e a tutti i prodotti che verranno portati lì, di
crescere abbondantemente.
Esiste ad esempio un piccolissimo paese che oggi è il più povero di tutto l'emisfero occidentale, il
quale è stato per più di 2 secoli la colonia più ricca della Francia; quel piccolissimo paese
produceva soltanto canna da zucchero.
Quindi vedete come attraverso il tempo le cose cambino tante volte.
Ma l'economia dell'America non è soltanto basata sulla canna da zucchero, che si produce ai
Caraibi, sulle coste del Brasile e di Bahia (luogo in cui si svolsero scontri tra il Portogallo e
l'Olanda, la quale occupava quelle terre in quanto rappresentavano un punto chiave per il
commercio dello zucchero).
Quindi non esiste soltanto un'America saccarifera, ma c'è anche un'America mineraria sul
Pacifico, dal Messico alle Ande centrali, da dove proviene una quantità di argento tale da
determinare, nel 500, la prima grande ondata inflazionaria conosciuta dall'Europa moderna.
Pensate a quanto potevano produrre quelle miniere: la Basilica di S.Pietro a Roma è stata
costruita con una gentile donazione del viceré del Perù, quindi un viceré poteva permettersi di
finanziare opere di quel genere.
E la storia Americana andrà avanti così a cicli.
La maggior parte dei popoli americani quando non veniva ridotta in schiavitù per diventare
manodopera ordinaria, come in Messico e in Perù, dove nonostante l'alta mortalità rimaneva
comunque una grande massa di persone da utilizzare nelle miniere, rimaneva nelle foreste a
combattere per salvaguardare la sua libertà. Questo fece in modo che natura e uomini
diventassero nemici del progresso.
E questo sarà un po' il dibattito ottocentesco delle stesse società americane bianche.
Ad esempio la Pampa che è uno degli ecosistemi più fertili al mondo, probabilmente uno tra i
primi per quantità di humus fertile, finché era territorio indigeno, cioè fino a un secolo fa, non era
coltivato e lasciato a deserto.
Addirittura la campagna militare in cui vengono sconfitti gli indiani era una campagna di conquista
del deserto, che una volta coltivato a grano e frumento, diventò uno degli ecosistemi più fertili.
Per i primi quattro secoli, il continente americano nel ciclo mondiale del lavoro gioca un ruolo di
produttore di materie prime e quindi l'obbiettivo primordiale di chi produceva in questo
continente era quello di inseguire le mode mondiali, cioè di produrre la cosa giusta al momento
giusto.
Uno di questi cicli era quello dei minerali preziosi che coincideva con un momento di grandissima
scarsità di metallo prezioso in Europa, perché i turchi avevano tagliato gli scambi con l'Asia. Ci
fu, di conseguenza, un accumulo di capitali che servì come base finanziaria al momento della
rivoluzione industriale.
Il ciclo della canna da zucchero che è stato il motore dell'economia americana per quasi 2 secoli,
cioè dell'economia in America (perché ovviamente, poi, i profitti non rimanevano in America), è
stato seguito da altri cilcli, come ad esempio, seguendo i gusti delle persone, i cicli del caffè,
cacao, caucciù...., cicli che hanno determinato la deforestazione di aree molto vaste, l'emigrazione
di molte persone e di investimenti a perdere.
Il ciclo del cucciù, che lanciò l'Amazzonia sul mercato mondiale, finirà violentemente perché gli
inglesi riusciranno a rubare le piantine di caucciù per portarle in Birmania.
Qui cominciarono a produrre il caucciù e ciò portò a un calo dei prezzi internazionali; c'è tutta
una storia di spionaggio sulle ruberie di varie commissioni pseudoscientifiche che andavano in giro
per l'Amazzonia e riuscivano a portare via le piante di caucciù.
Questi cicli si sono costantemente ripetuti nella storia americana.
Altri due grandi cicli che hanno determinato grandi battaglie epiche, che il genere western ci
ricorda, sono quelli del grano e della carne. Questi iniziano nel momento in cui diventa possibile
trasportare il grano e la carne.
Finché non c'era la nave frigorifero il potenziale dell'esportazione della carne era quasi inesistente
i bovini infatti erano utilizzati solo per il cuoio e per il grasso ma non per la carne. A quel punto
diventano importanti le grandi praterie del nord e del sud: i coloni partono coi carri alla conquista
del west da un lato, e, dall'altro lato, parte l'esercito per ripulire la Pampa per poi distribuirla ad
una ventina di persone.
I cicli di cui stiamo parlando rendono economicamente nel momento in cui si ha una grossa
disponibilità di capitali, di terra e di manodopera. Questi cicli non hanno fatto altro che rinforzare,
ogni volta che ricominciavano, il latifondo e la concentrazione della terra in poche mani.
Infatti in Brasile, che è il paese-continente all'interno del quale si sono susseguiti più cicli, il ciclo
dello zucchero ha provocato una desertificazione del nord-est, diventata una terra bruciata dalla
quale i contadini poverissimi scappano per andare a cercarla da altre parti.
Oggi il principale problema del Brasile è che l'1% dei brasiliani possiede il 40% delle terre
coltivabili.
Se voi pensate che in Brasile più della metà del territorio è coperto da foreste, capite che in
Brasile ci sono le concentrazioni terriere più grandi del pianeta.
La massa di milioni di contadini chiamati “sens tera” che vagano alla ricerca di terra da lavorare
sta portando ad una tensione politica tale che per esempio dieci giorni fa c'è stato un massacro da
parte della polizia: una ventina di questi contadini che protestavano e avevano occupato una
proprietà terriera abbandonata e non produttiva sono stati uccisi dalla polizia, portando anche
alla denuncia di due ministri e le scuse del presidente. Questo è senz'altro un argomento di grande
attualità in Brasile.
Un altro esempio di questo genere è quello degli Zapatisti del Messico nel 1994: anche questo è
collegato non alle grandi proprietà terriere, ma al ruolo che l'agricoltura di sussistenza ha
nell'economia globalizzata.
Nel Chiapas gli indigeni coltivano fondamentalmente mais che è il loro principale alimento e che
gli permette di avere anche delle eccedenze da esportare.
Da quando due anni fa il Messico è entrato nel NAFTA (mercato comune con gli USA e il
Canada), le eccedenze di mais americane vengono buttate sul mercato messicano.
Questo fatto fa calare il prezzo interno del mais; quindi gli indigeni, che avevano soltanto il mais
come moneta di scambio, si trovano assolutamente spiazzati: tutto ciò porterà in breve tempo
all'abbandono delle terre e all'emigrazione verso le città, e la vendita delle terre alle grandi
proprietà che certamente non continueranno a coltivare il mais per il popolo, ma ananas per il
signor Del Monte.
Per concludere: non dimenticate che il debito estero ha una dimensione ambientale: la comunità
internazionale ha suggerito ai paesi indebitati (cioè tutti i grandi paesi latino-americani) di
aumentare l'esportazione per avere dei saldi favorevoli maggiori per potere pagare il più possibile
gli interessi del debito.
Questo suggerimento molto ben articolato (che di certo è stato non è stato dato da un amico), ha
portato a un aumento delle terre coltivabili per aumentare il volume di certe esportazioni. Tutto
ciò è stato vanificato dal fatto che i prezzi delle materie prime sono crollati: se per esempio
consideriamo il prezzo del caffè al consumatore in Italia, nel giro di dieci anni è passato da 500 a
1300-1400 lire, quindi non è mai sceso il prezzo.
Le quotazioni internazionali del caffè, nello stesso periodo di tempo, sono calate del 40%. Questo
significa che chi ci guadagna sempre di più è l'intermediario, ovviamente non il produttore e tanto
meno il consumatore finale.
Il problema è che il produttore (per esempio il Brasile primo produttore mondiale di caffè insieme
alla Colombia che è il secondo) per mantenere quel livello di ingressi, deve aumentare ogni anno
del 5/10% l'area coltivabile, non per guadagnare di più ma per non perdere quote di mercato.
Il fatto è che per molti paesi il far fronte a questi impegni ha significato soprattutto la distruzione
dell'ecosistema.
L'ultimo fenomeno che è legato alla responsabilità globale di tutti noi, che comincia ad essere
vissuto come problema nelle terre australi (Australia, nuova Zelanda e Patagonia) è il problema
del buco dell'ozono; non se ne parla più da tempo, ma da dati recentissimi dell'OMS di
quest'anno, sappiamo che è aumentato.
Per esempio in Antartide ogni anno si staccano, durante l'estate australe, degli iceberg sempre più
alti; in Patagonia e in Nuova Zelanda si è duplicato in soli 5 anni il tasso di tumore alla pelle e sia
australiani che neozelandesi, che sono sensibili alla salute della gente, obbligano i loro cittadini ad
usare occhialini e creme protettive.
Questo è un altro problema che non riguarda direttamente l'economia di quelle aree e la storia
americana, ma riguarda il modello di sviluppo globale. Teniamo presente che anche se non se ne
parla più, continua ad essere purtroppo l'attualità.
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Intervento di Renato Massa
Volevo parlare della distruzione delle foreste tropicali e in particolare della foresta amazzonica.
Inizio ricordando un fatto “puntiforme”: il 9/10/1989 un satellite della NASA in orbita intorno al
nostro pianeta fotografò il bacino amazzonico e l'immagine trasmessa a terra fu una sorta di
mezza luna di fitti punti bianchi su uno sfondo nero.
Mostrandola ad un pubblico che fosse ignaro delle tecniche di interpretazione delle immagini di
satellite può sembrare una veduta della galassia, in realtà ognuno di quei punti non era una stella
ma un incendio nella foresta tropicale: 2500 incendi che ardevano nello stesso istante nel
martoriato stato di Rondonia, nel Brasile.
In tutto il grande bacino erano in atto ben 7603 incendi.
Quindi gli scienziati quel giorno avevano ricevuto in diretta l'immagine di una delle tragedie più
grandi che si stiano svolgendo sul pianeta.
L'uomo sta estirpando dal pianeta uno dei più antichi e più ricchi ecosistemi che siano mai esistiti,
ne sta annichilendo l'immensa ricchezza di specie viventi, ne sta assassinando materialmente e
culturalmente gli abitanti umani, sta convertendo l'immensa biomassa in una micidiale nube di
fumo e anidride carbonica.
Perché avviene tutto ciò?
Io credo che il motivo fondamentale sia l'aumento di popolazione, infatti ogni anno abbiamo sul
nostro pianeta 90.000.000 di persone in più, e ogni anno scompaiono 150.000 Km di foresta.
E' vero che esistono imprese multinazionali che pescano nel torbido, sprecano, sfruttano,
accelerano le distruzioni, ma è anche vero che questi mostri agiscono sotto la pressione oggettiva
di una domanda di beni in rapida crescita..
Non si deve confondere la dimensione biologica del fenomeno con quella politica e morale.
Il fatto che le scelte politiche competano alla responsabilità di qualcuno, il fatto che le azioni
possano essere giudicate anche dal punto di vista morale, con responsabilità individuali, non
significa che a monte di quelle scelte, a monte delle reazioni più brutali e criminose, che restano
brutali e criminose, non esistano condizioni di oggettive pressioni che le rendono possibili.
Non mi voglio soffermare sul funzionamento di una foresta tropicale, mi limito a raccontarvi i fatti
superficiali sull'ecosistema tropicale.
Le radici sono superficiali quindi le piante non vanno in profondità , quando le foreste vengono
distrutte le coltivazioni che a queste vengono sostituite avranno breve durata perché i nutrienti si
esauriscono presto, infatti il sottile strato viene consumato molto velocemente dalla flora
batterica, che a quelle temperature caldo/umide è molto attiva.
La scarsità di nutrienti è uno dei motivi per cui l'agricoltura nelle zone tropicali non funziona.
In compenso queste foreste hanno caratteristiche straordinarie: qui si trova il 50% di tutte le
specie viventi che esistono sulla terra.
Questo è ancora più straordinario se si pensa che queste foreste ricoprono solo il 6% della
superficie terrestre: sul 6% della superficie terrestre si trova il 50% delle specie viventi.
Questi organismi appartengono a 1.700.000 specie di cui la maggior parte sono insetti.
Si stima che questo numero di specie sia solo una piccola parte di quelle realmente esistenti; in
realtà dovrebbero esserci 30 milioni di specie sulla faccia della terra.
La distruzione della foresta comporta la scomparsa di un numero incredibile di specie ogni
giorno.
E' stato calcolato che almeno alcune migliaia di specie mai viste scompaiono ogni anno senza mai
essere state conosciute.
Il tasso normale di estinzione è di poche specie all'anno, il che significa che in un milione di anni,
(che da un punto di vista geologico è relativamente poco) dovrebbero scomparire un milione di
specie; con il tasso attuale in un milione di anni sparirebbero migliaia di miliardi di specie: è in atto
una crisi pesantissima.
Una crisi ancora più rapida e pesante di quella che fece scomparire i dinosauri 65 milioni di anni
fa.
Alla base di queste distruzioni ci sono delle motivazioni economiche.
Il motivo fondamentale è la domanda sempre crescente di terra da coltivare.
Tra Sud America, Asia e Africa ci sono 200.000.000 di agricoltori itineranti che storicamente
hanno sempre praticato il taglia-brucia.
Questa pratica ha funzionato finché questi erano in numero limitato in quanto la foresta riusciva a
rigenerarsi, ma ora non può funzionare più.
I terreni dovrebbero essere lasciati a riposo per 20-25 anni e i coltivatori non dovrebbero essere
più di una decina per 100 ettari. Nel frattempo ovviamente non ci dovrebbero essere altri che
bruciano le foreste.
Somoza ha giustamente detto che c'è asimmetria nelle proprietà delle terre, per esempio nel-
l'America Latina il 7% dei coltivatori possiede il 90% delle terre coltivate, altro caso esemplare il
Brasile dove l'1% degli abitanti possiede il 43% delle terre coltivabili, quindi in questa situazione
ai poveri vengono assegnati lotti di foresta e non gli resta nient'altro da fare che bruciarla per
avere qualche cosa da mangiare.
Una seconda spinta verso il super sfruttamento delle foreste è l'allevamento di bestiame bovino e
soprattutto in America centrale e meridionale si è stimato che circa 20.000 Kmq di foresta
vengano distrutti ogni anno per questo motivo.
Nel decennio 1970/80 è triplicata la produzione di carne bovina in America Latina e le
esportazioni sono più che decuplicate, mentre l'estensione delle foreste è diminuita mediamente
del 20%.
La vicenda della cosiddetta "hamburger connection" ha reso possibile calcolare il valore reale di
un hamburger in termini di costo del ripristino della foresta che si è distrutta; ebbene questa cifra
si aggira sulle 100.000 lire, 100.000 lire per un hamburger !!!
Il modo in cui trattiamo le foreste è deplorevole, è come se prendessimo quadri di Raffaello e
Leonardo, li facessimo a pezzi e li usassimo per il caminetto.
Terza spinta distruttiva è la richiesta di legname.
Il legname si divide in legname pregiato, industriale e per legna da ardere.
L'87% della legna da ardere è consumato dal terzo mondo, mentre l'81% del pregiato dai paesi
industrializzati.
Spesso nel terzo mondo già la legna da ardere è considerato un lusso che non sempre ci si può
permettere.
In India, ad esempio, c'è gente che percorre molti chilometri per trovare della legna e spesso deve
ricorrere a sterco bovino; si parla di 400.000.000 tonnellate di sterco che viene usato come
combustibile, e questo con enorme danno all'agricoltura poiché questo sterco viene sottratto alla
concimazione dei campi e la conseguenza è la diminuzione di cibo.
Complessivamente possiamo affermare che la distruzione delle foreste tropicali sta arricchendo
solo una minoranza di individui senza scrupoli e rappresenta un grave problema per tutti gli altri.
In ultima analisi è anche questa minoranza a patirne le conseguenze, ma l'economia non guarda al
domani, e di questo dobbiamo prenderne atto.
Non potremo mai convincere gli agenti economici a guardare al domani.
Per concludere vorrei raccontare qualcosa a riguardo della situazione umana in Amazzonia.
Vi riporto ciò che scrisse Maurizio Chierici nel 1989 sul Corriere della Sera:
“Quest'onda senza una meta si è buttata nella foresta e si butta ancora, non la sospinge solo
l'arroganza dell'illegalità; l'esercito e la legge stanno dalla parte del più forte. Il proprietario
che vuole allargare di 100 chilometri la fazenda per inaugurare nuove piantagioni di canna da
zucchero. Si rivolge a un notaio, gli archivi sono ancora vuoti, nessun contadino ha segnato i
limiti dei territori che possiede, la memoria del notaio fa legge, questi va dal giudice, fissa sulla
parola i limiti geografici del cliente che rappresenta, chiede poi al governatore di sgombrare il
territorio dagli abusivi: chi vuole può restare come bracciante, chi protesta se ne va.
Se resiste o si rivolge ai preti cattolici per promuovere rivolte o per far valere i suoi diritti,
arriva la polizia.
Non resta che correre nella foresta e ripercorrere l'avventura dei padri e dei nonni, si bruciano
le piante e si ricomincia".
Un modo per sopravvivere che non distrugge solo l'Amazzonia, ma crea anche nuovi pericoli .
Chi accetta il lavoro come bracciante finisce in pratica per diventare un vero e proprio schiavo, è
costretto a spendere più della paga giornaliera soltanto per vitto e alloggio.
“Dove finisce la verità e incomincia il risentimento per il lavoro disumano?” si chiede Chierici.
La risposta arriva qualche giorno dopo sulle pagine di O-Liberal, un importante giornale dello
stato: durante un controllo fiscale la polizia scopre, nell'ufficio di un dipendente della fazenda, un
vaso con delle orecchie immerse in un liquido che le conserva. L'impiegato spiega senza
scomporsi che servono come esempio per i lavoratori indisciplinati.
Ancora peggio è la situazione degli Indios.
Nel 1910 fu istituito l'SPI (servizio di protezione Indios).
Questo ente scivolo' ben presto in un'attività che era di sterminio degli Indios.
Tutto ciò è testimoniato da un documento firmato nel 1968 dal ministro degli esteri di Lima; uno
degli episodi più drammatici é l'aggressione diretta con raffiche di mitra e bombardamenti su una
popolazione di circa 10.000 Indios Cintas largas. Ne sopravvissero circa 500.
Ne seguì uno scandalo, venne sciolto lo SPI e venne sostituito con il FUNAI (fondazione
nazionale Indios) che perseguì una politica di assorbimento tanto che nel 1966 il ministro degli
interni fece questa dichiarazione pubblica:
“Nei prossimi trenta anni la popolazione indigena sarà ridotta da 22.000 a 2000 unità, non con
il massacro bensì con l'integrazione nella nostra società. Lo sviluppo dell'Amazzonia non si
fermerà a causa degli Indios..... perché poi dovrebbero rimanere sempre Indios?"
Io credo che a questo punto dovrei trovare parole qualche parola di speranza, ma non mi sento di
farlo perché non ci credo, ma non dobbiamo arrenderci.
Per ora personalmente l'unica cosa che riesco a fare è parlare e scrivere.
Vi cito ora una frase, che è il mio paradigma. E' di Guglielmo il Silenzioso, uno dei fondatori
della nazione Olandese, e dice: “Non è necessario sperare per intraprendere, né ottenere successi
per perseverare”.
Non è una frase di speranza, quanto di dura resistenza, e io credo che questo sia ciò che è
necessario per combattere questo tipo di situazioni.
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D: Quali sono i motivi principali che portano alla distruzione della foresta amazzonica?
R: Massa: Penso che la distruzione della foresta sia stata decisa per motivi di sfruttamento
minerario da parte di grandi organizzazioni internazionali.
E' sbagliato pensare che la colpa sia dei contadini che bruciano la terra; loro sono mandati avanti
e manipolati da queste grandi organizzazioni.
L'allevamento ha scarsa resa in una zona temperata e tale resa renderebbe antieconomica la
produzione di carne, invece in questa situazione lo sfruttamento della terra per l'allevamento del
bestiame viene incentivato perché in breve tempo all'allevamento potranno subentrare altre
attività.
In Europa sono state chiuse numerose acciaierie, ma al supermercato è facile trovare coltelli di
qualità fatti in Brasile in vendita a prezzi stracciati. Personalmente trovo terribile che si stiano
estinguendo i Tucani Solforati a causa della presenza di fabbriche destinate alla produzione di
coltelli a basso costo.
R: Somoza: Oltre al problema dell'estensione dei pascoli per la carne di seconda scelta e al
discorso dei contadini che cercano terra non è da trascurare il problema dello sfruttamento
minerario.
In Sud America, vicino al Venezuela, sono stati scoperti i giacimenti d'oro piu' importanti
dell'America.
Miniere d'oro a cielo aperto, uomini che lavorano in condizioni disumane e a tutto questo si
aggiunge il problema dell'inquinamento dovuto al mercurio utilizzato per separare l'oro dagli altri
minerali.
Il Brasile è uno dei maggiori produttori di ferro. I giacimenti di ferro sono tutti in Amazzonia.
Buona parte della legna tagliata selvaggiamente dalla foresta viene usata come legna da ardere o
dalle centrali idroelettriche, che sono state costruite in Amazzonia, non per dare la luce alla
gente ma per far muovere le fonderie dove vengono lavorato il ferro che verrà esportato.
Le ditte che comprano questo ferro sono due: la Volkswagen tedesca e la FIAT italiana; nelle
nostre automobili FIAT c'è metallo che viene dall'Amazzonia che è stato prodotto con alti costi
sociali e naturali.
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D: Che capacità ha la foresta di riconquistare il terreno perso?
R: Massa: Colgo l'occasione di questa domanda per chiarire una cosa: l'equilibrio ecologico in
realtà non esiste, è un equilibrio pro tempore.
Se ci fosse un equilibrio ecologico, una volta tagliata la foresta dovrebbe ricostituirsi da sé
esattamente come era prima.
In realtà ciò accade solo se è stata tagliata un'area molto piccola; questo non sarebbe infatti nulla
di più di un disturbo ecologico, mentre quando avviene una distruzione di grandi proporzioni
l'ecosistema, una volta ripristinato, questo non potrà mai più tornare come prima. E' infatti
impossibile che si ricreino le medesime condizioni che vi furono quando si formò.
In un certo senso per ogni pezzo di foresta che si distrugge si perde qualche cosa di irripetibile.
Un esempio calzante è quello del danno prodotto dalle navi baleniere: fino alla prima metà di
questo secolo hanno eliminato l'80-90% della popolazione di cetacei e balene; poi si è interrotta la
caccia e si è pensato che la popolazione dei grandi cetacei sarebbe velocemente tornata ai livelli
precedenti, invece si è notato un aumento molto piu' lento di quello che ci si aspettava.
Il motivo era la mutata disponibilità di krill, l'alimento delle balene, che in assenza di competizione
era stato intercettato da foche, uccelli marini e uomini (per produrre il surimi).
In questo modo scarseggiava per le balene che non potevano alimentarsi adeguatamente e
riprodursi nei tempi previsti.
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D: Spesso siamo noi ricchi a beneficiare delle risorse del sud del mondo, se un giorno ci sarà
uno sviluppo economico industriale dei paesi dell'America Latina o dell'Africa, questo
provocherà problemi ecologici. Vorrei sapere se è possibile pensare ad un tipo di sviluppo
compatibile con le problematiche ecologiche.
R: Somoza: E' di grande attualità il dibattito sullo sviluppo sostenibile teorico, teorico perché al
momento non è stato possibile verificare delle alternative sul campo da nessuna parte.
Io volevo dire che a beneficiare di questa situazione non sono solo le persone dei paesi del nord
(che ne beneficiano in due misure diverse, chi molto e chi di qualche briciola come tutti noi) ma
anche alcuni locali, una piccola percentuale di persone che sono sicuramente più ricchi dei ricchi
dei nostri paesi occidentali.
La percentuale della ricchezza del reddito in Brasile è più alta di quella italiana, che è già la più
alta d'Europa.
I ricchi del Brasile, per esempio, sono ricchissimi. Il Brasile è la potenza industriale più forte sotto
l'equatore e l'ottava potenza del mondo.
In Brasile l'industrializzazione si è concentrata soprattutto nei dintorni di San Paolo e Rio de
Janerio e segue un modello di sviluppo industriale che non poteva che riprodurre l'unico modello
industriale che conosciamo, quello occidentale, perché i capitali che lo hanno creato sono i
medesimi gruppi multinazionali che operano nei nostri paesi: la Volkswagen, la FIAT, le
multinazionali dell'alimentazione etc.
Le città industrializzate sono città infernali, si incontrano per chilometri e chilometri agglomerati
industriali che scaricano tutti i loro scarti di lavorazione nei corsi d'acqua senza nessun controllo,
dove chi ha un lavoro è molto fortunato, anche se il suo stipendio e un sesto di quello del suo
collega che lavora nel paese di provenienza della multinazionale.
Vi faccio un esempio: Circa un mese fa a Buenos Aires durante la conferenza stampa di
presentazione della nuova succursale FIAT di Cordoba, ho sentito che il contratto che hanno
strappato al sindacato prevede un livello di salario che va dalle 300.000 lire per un operaio non
qualificato a circa 500.000 lire per uno specializzato; questo accade in un paese che attualmente
ha un tenore di vita simile a quello italiano.
Una persona che lavora in queste condizioni è comunque un privilegiato in un paese dove il 30%
delle persone è disoccupato e dove lo stato si è voluto riformare e non si occupa più della sanità,
dell'educazione, dove chi non lavora non può mandare i figli a scuola, non può curarsi in
ospedale, non può permettersi il "lusso" di andare in pensione.
Questo è il modello di industrializzazione nel sud del mondo.
Diverso è il caso di Taiwan-Corea che, dopo un inizio analogo negli anni 60-70, hanno raggiunto
condizioni più accettabili.
La società di questi paesi è molto più parificata di prima, la speranza di vita è aumentata, le
condizioni di vita sono migliorate e tendenzialmente si stanno avvicinando ad un modello di tipo
europeo anche se molti lamentano carenza di democrazia.
Per quello che riguarda lo sviluppo autosostenibile è difficile passare dalla teoria alla pratica,
soprattutto se si parla dell'industria.
Se si pensa all'agricoltura invece si sono già avuti ottimi risultati; pensiamo alle coltivazioni
biologiche dove si sta tentando di eliminare i pesticidi.
Io sono ottimista; in questi ultimi anni si sta sviluppando un nuovo mercato che è quello legato al
commercio equo e solidale che sta diventando una realtà consistente anche dal punto di vista
economico.
Il 6% del fatturato della grossa distribuzione tedesca è ormai rappresentato del commercio equo
e solidale. Il 6% del fatturato di una grande nazione come la Germania è una grossa quantità di
denaro.
In Italia abbiamo iniziato con il solito ritardo queste iniziative.
Ultimamente le COOP hanno incorporato una linea di prodotti di caffè nei loro punti vendita e
quelle dell'Emilia Romagna e del Piemonte si sono impiegate in prima persona per tentare di
diffondere un po' di informazione sul significato del consumo etico ed equo-solidale, cioè quella
forma di consumo che va a favorire e premiare le piccole e medie realtà che si organizzano per
lavorare liberamente senza sfruttamento.
In questo modo noi andiamo a premiare con il nostro consumo queste realtà.
Qualche anno fa effettivamente i prezzi di questi prodotti erano più alti rispetto ai concorrenti
"non etici". Oggi come invece non c'è quasi più differenza ed è quindi una scelta che si può fare
senza grosse ripercussioni sul nostro bilancio familiare; è ancora una piccola realtà ma con
potenzialità di crescita enormi.
Negli USA il potere del consumatore arriva al punto di influenzare anche scelte politiche.
Per esempio i primi boicottaggi fatti contro l'uva della California per protestare contro l'impiego
di braccianti messicani sotto pagati e sfruttati sono riusciti a mettere in ginocchio alcuni comparti
dell'economia americana.
Oggi quella del boicottaggio è un'arma che possediamo tutti noi. Siamo infatti tutti consumatori e
dobbiamo cercare di esserlo nel modo più giusto.
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D: Si parla sempre dell'Amazzonia come se fosse un paese sulla luna. Esiste uno stato,
quello brasiliano, che è responsabile della foresta. Questo stato è partecipe o latitante? Cosa
fa?
R: Massa: Io credo che questo stato sia complice anche se al tempo stesso è succube.
Personalmente mi sono fatto la stessa domanda molte volte.
Ci sono stati attacchi militari a paesi per motivi, a mio parere, più futili di questo.
Arrivo a pensare che il Brasile sarebbe vittima di un attacco militare se per ipotesi si stanziasse un
governo che volesse salvaguardare la foresta considerandola patrimonio dell'umanità.
Chiunque ricopra una carica fa solo quello che gli è permesso fare.
Se io fossi il re del Brasile (ammesso che in Brasile ci fosse la monarchia) farei solo quello che
può fare il re del Brasile nel contesto mondiale in quel momento; se non mi piacesse quello che sta
succedendo al massimo me ne potrei andare ma nulla di più. Il solo modo per conservare il potere
è fare ciò che gli altri vogliono che io faccia.
R: Somoza: L'Amazzonia si estende per ben otto stati, oltre al Brasile ci sono altri sette stati che
hanno sovranità su questo ecosistema.
Ogni stato che ha voluto svilupparsi nei secoli si è comportato nello stesso modo ed ha sacrificato
in maniera più o meno evidente le sue risorse naturali, perché il Brasile dovrebbe fare eccezione?
I Romani nelle campagne di guerra contro i Celti hanno distrutto chilometri e chilometri quadrati
di foreste. Un tempo queste foreste si estendevano ininterrottamente da Bologna fino al Nord
Europa.
Quando si deve aprire un nuovo tracciato autostradale sull'Appennino chi se ne preoccupa?
Allora per quale motivo un paese, per lo più dipendente dai "giochi" economici dei cosiddetti
"grandi", un paese nel quale le scelte fondamentali rispetto al futuro economico non sono prese
dai capitali locali bensì dai capitali internazionali, dovrebbe preoccuparsene?
Se domani l'Amazzonia diventasse un impero e l'imperatore impazzisse e dicesse che vorrebbe
che si pagassero gli operai 700.000 lire invece di 200.000 lire e che non si toccasse più la foresta,
non ci sarebbe nessun problema e la FIAT si trasferirebbe altrove.
Questo è successo anche qui in Italia; qualche anno fa De Benedetti disse che se le cose fossero
continuate in un certo modo avrebbero aperto una filiale a Singapore. La notizia è passata sotto
silenzio ma a Singapore hanno aperto veramente....
Il gruppo Olivetti ha più operai in Asia che in Italia, la FIAT continua ad aprire all'estero mentre
qui continua a chiudere.
Se ciò capita in un paese come l'Italia, dove basta una minima variazione dei rapporti di
competitività perché i grandi capitali prendano e se ne vadano, figuriamoci nel terzo mondo dove
l'80% di capitale è straniero.
Il Brasile è comunque la più grande potenza regionale del sud del mondo insieme all'India.
Suoi punti di forza sono l'industria e le telecomunicazioni; il Brasile è un paese moderno,
ingiustamente moderno.
E' un paese che ha il telefono a fibre ottiche, satelliti, che ha una televisione tra le più importanti
del mondo, ma è un paese dove la gente si uccide per un pezzo di terra.
E' un paese che ha influenza su molti altri paesi piccoli o medi, per esempio è da quattro anni
operativo un mercato comune tra Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay, che ha fatto diventare
Europa e USA rispettivamente il secondo e terzo partner economico di Brasile e Argentina.
Grazie a questa integrazione regionale c'è un piccolo mercato comune.
Oggi il principale partner commerciale del Brasile è l'Argentina e viceversa e questa è la prima
volta che accade tra due paesi del sud del mondo che un progetto di integrazione regionale
cominci a funzionare.
Secondo me questa è la chiave giusta perché un processo di questo tipo non può che fare
riferimento ai bisogni e agli interessi reali di quella regione, e non fare gli interessi di un mercato
che è troppo instabile.
Qualche anno fa è stata deforestata una grossa porzione del Mato Grosso, l'altra grande foresta
che dal sud del Brasile che si estende fino al Paraguay, per introdurre la coltivazione della soia
della quale oggi il Brasile è il primo produttore mondiale.
La modifica di quell'ecosistema porta tutti gli anni regolarmente, nel mese di gennaio, piogge
fortissime che si ripercuotono con allagamenti su tutta l'Argentina poiché i fiumi drenano verso
sud e confluiscono su Buenos Aires.
L'Argentina allora preme affinché a questa situazione si ponga rimedio, anche se ormai in effetti
sembra essere tardi.
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