VIMERCATE - BIBLIOTECA CIVICA
VENERDI 24 MAGGIO 1996
BANCA MONDIALE BANDA MONDIALE
RELATORI:
Marinella Correggia - Giornalista di Mani Tese
Andrea Rivas - Economista e giornalista
Intervento di Andrea Rivas
La Banca mondiale sorge verso la fine della Seconda guerra mondiale insieme al Fondo Monetario
Internazionale e al GATT, Accordo generale sulle tariffe e sul commercio, poi diventato
Organizzazione Mondiale del Commercio WTO, diretta fra l'altro da un italiano.
Il loro ruolo doveva essere "integrato":
Il Fondo, il più importante di tutti, doveva occuparsi di evitare gli squilibri all'interno dei vari bilanci
nazionali per evitare che si ricreasse la situazione degli anni 20 e 30 che aveva portato alla Seconda
guerra mondiale. Doveva quindi avere un ruolo guida per l'economia dell'insieme dei paesi che ne
facevano parte - si trattava di un'organizzazione ad adesione volontaria - intervenendo nelle varie
politiche economiche.
La Banca mondiale doveva invece "finanziare lo sviluppo", cioè a partire dalle indicazioni del Fondo,
prestare denaro a tassi particolarmente favorevoli in particolare ai paesi del terzo mondo.
Infine, il GATT doveva preoccuparsi di regolamentare il commercio internazionale.
Questi 3 organismi costituiscono gli “istituti di Bretton Woods”.
Nell'ambito delle discussioni che furono alla base della creazione dei tre organismi c'erano due
posizioni: una, alla fine vincente e sostenuta dagli USA, e un'altra, difesa da quello che all'epoca era
ministro del Tesoro dell'Inghilterra, ovvero l'economista più famoso del secolo, John Maynard
Keynes.
Le sue posizioni si differenziavano su tre punti:
a) Keynes intendeva creare organismi forti effettivamente in grado di intervenire; viceversa la scelta
fu per organismi assai deboli, prova ne sia che il Fondo in realtà non è mai intervenuto su paesi
che non fossero del Terzo mondo, salvo alcuni casi specifici fra cui l'Italia, dove il Fondo ha
avuto un ruolo fondamentale in particolare durante il governo Dini;
b) sulla moneta per gli scambi internazionali, gli USA proponevano che fosse il dollaro, come in
effetti poi fu, Keynes proponeva un cosiddetto paniere di monete formato dalle monete più
importanti ponderate a formare una moneta diversa, non appartenente a nessuno dei paesi (questa
formula fu poi sperimentata, dal Fondo Monetario, con i "diritti speciali" che non sono una
moneta ma una carta che dà diritto a prestiti, oppure la famosa moneta europea);
c) sui meccanismi dello sviluppo, quello liberale e quello liberista. Nonostante la confusione, credo,
volutamente originata dalla stampa odierna, il liberalismo, nella sua accezione keynesiana, è una
politica economica dal carattere "espansivo", con investimenti statali decisi così da creare più
occupazione e più consumo, mentre il liberismo è quello che viene praticato oggi e propinato
come unica politica possibile. Keynes, “padre” del liberalismo moderno, ovviamente sostenne le
sue tesi ma quella che passo alla storia fu l'opzione liberista. Per dirlo con altre parole, Keynes
poneva l'accento sugli investimenti, il conumo e l'occupazione piuttosto che sull'inflazione.
Fino al 1980 il ruolo dei tre organismi fu relativamente minore, soprattutto perché nei momenti
cruciali furono soppiantati dagli stati. Gli Stati Uniti, per esempio, gestirono direttamente tutto il
Piano Marshall dopo la Seconda guerra mondiale.
Nei primi anni '70 si pose fine ad una delle decisioni fondamentali di Bretton Woods, ovvero al
sistema dei cambi fissi.
Nel '45 era stato stabilito che il dollaro si scambiasse con un determinato valore di lire, o di marchi
... in modo costante; un sistema che concedeva al dollaro un ruolo preminente: gli Stati Uniti infatti
non solo erano l'unico paese che poteva avere un controllo decisivo sulla propria moneta, ma anche
poteva far funzionare la propria moneta da una parte per gli scambi interni,
e dall'altra una moneta totalmente separata per gli scambi esterni (sempre il dollaro) senza creare
ripercussioni all'interno del paese; fino al punto in cui quella moneta esterna diventò, ed è oggi, assai
più importante come quantitativo, dei dollari che circolano all'interno.
Una situazione di privilegio assoluta, tanto che da quando Nixon nel 1973 chiuse la fase dei cambi
fissi e iniziò quella dei cambi fluttuanti, gli Stati Uniti (grazie all'importanza che la loro moneta
aveva conquistato nel corso degli anni precedenti) possono decidere in qualsiasi momento il
rapporto del dollaro con tutte le altre monete.
Così l'equilibrio "obiettivo" fra le monete, dettato solo dall'andamento delle economie, restò solo
teoria sulla carta e le fluttuazioni delle monete, fenomeno oggi all'ordine del giorno, ebbero poco a
che fare con lo stato reale delle economie.
Negli anni '80 scoppia il problema dell'indebitamento estero. Lo presentarono come risultato della
mancanza di previdenza, della corruzione e dell'incapacità dei governi coinvolti, in particolari di
quelli del Sud America.
Le cose andarono in realtà molto diversamente. Nei primi anni '70 gli USA e la Gran Bretagna
avevano bisogno di rincarare il prezzo del greggio perché il suo valore a quel tempo non rendeva
redditizi i loro giacimenti, in Texas e nel mar del Nord.
Fu quindi permesso a un'organizzazione che esisteva da parecchio tempo, l'OPEC, di triplicare in
un colpo il prezzo del greggio (in Italia ciò comportò una serie di misure di razionamento
energetico: insegne luminose spente di sera, circolazione automobilistica a targhe alterne ...).
Successivamente si verifica una congiunzione di due fattori:
1. da una parte il triplicarsi dei prezzi del petrolio crea, per i paesi arabi in particolare, un enorme
aumento delle liquidità in denaro, senza che essi fossero in grado di impiegare quel denaro per
innescare processi di sviluppo (questo infatti presuppone apparati industriali, personale adeguato,
e via dicendo). Tra il '74 e il '78 l'eccedenza accumulata da questi paesi è pari a 300 miliardi di
dollari. Che cosa se ne fanno? Un parte viene spese in armamenti, in parte viene investita (lo scià
di Persia si compra un parte della Mercedes Benz, Gheddafi della FIAT...), ma la maggior parte di
questi soldi vengono depositati nelle banche delle due grandi piazze occidentali, Londra e New
York;
2. ed ecco il secondo elemento importante: la produzione occidentale era entrata in una fase di
saturazione; dalla fine della Seconda guerra i volani dello sviluppo economico erano stati i
frigoriferi, gli elettrodomestici, le vetture, ad un certo punto però il mercato si satura, le vendite
di questi prodotti scendono, si verifica un rallentamento della macchina economica in Occidente,
ed occorre trovare mercati esterni.
Gli Stati Uniti e l'Inghilterra fanno quindi ciò che avrebbe fatto qualsiasi banca: decidono di prestare
i soldi del petrolio; ma non ai paesi più bisognosi bensì a quelli più ricchi fra i bisognosi, quelli che
avevano più materie prime, quindi più disponibilità a pagare, e (dettaglio non trascurabile) che erano
governati da governi quantomeno autoritari, se non decisamente da dittature militari (nessuno lo
scrisse ma fu così).
I paesi più indebitati alla fine risulteranno Brasile, Argentina e Cile, che avevano governi militari,
Venezuela, con un governo decisamente autoritario, la Corea del Sud e la Nigeria, con governi
militari, e così via.
La ragione stava nel fatto che i militari garantivano che questi soldi sarebbero stati spesi
immediatamente nelle economie dei paesi industrializzati per ciò che loro stava più a cuore, ossia
grandi infrastrutture e armamenti.
Infatti, nel giro di due o tre anni gli acquisti di armi sul mercato mondiale fanno un salto enorme.
Non si è trattato nemmeno di cattiva amministrazione da parte dei militari, visto che questi soldi
venivano prestati a un tasso di interesse del 2,5%, mentre l'inflazione internazionale, in particolare
quella degli USA, era il doppio: perciò se qualcuno avesse preso questi soldi e li avesse messi in
Svizzera ci avrebbe guadagnato di più, senza farci niente.
Non c'era motivo per rifiutarli, solo che poi furono mal usati (armamenti, progetti faraonici). Tutta la
grande industria dei paesi economicamente avanzati vi partecipò con gioia.
Due esempi: i nigeriani furono convinti che la loro capitale Lagos non andava bene e crearono, in
cinque anni, un'altra capitale che doveva dare spazio a 1,5 milioni di persone.
In Brasile fu lanciato un grande progetto di "conquista dell'Amazzonia", attraverso una ferrovia, una
strada (la Transamazzonica) e un grande complesso industriale, il Carajas.
A Carajas, in mezzo alla foresta, i brasiliani investirono 80 miliardi di dollari.
Oggi a Carajas non c'è niente: la foresta inghiottì tutto.
Fra i presenti c'erano anche FIAT, Italagas, Montedison, le aziende di Rovelli, oltre a inglesi,
francesi e americani.
Nei primi anni '80 diventa presidente degli Stati Uniti, Ronald Reagan, che si propone di far
superare al suo paese la sindrome del Vietnam (prima grande sconfitta militare).
Egli, senza alcuna consultazione esterna, decide che i tassi di interesse sui prestiti che erano stati
concessi dalle banche e dagli organismi internazionali, dovevano passare dal 2,5% al 18,5%. Fu la
catastrofe totale. A partire da quel momento tutti quei paesi indebitati diventano esportatori di
capitali e tuttora producono per pagare questi debiti.
Il Messico, altro grande debitore, in poco tempo entra in crisi. Questo paese non ha un governo
militare ma avendo 3.000 chilometri di frontiera con gli USA è sempre stato sottoposto a cure
particolari, poi in fondo è "una grande dittatura con consenso popolare", con un governo, quello
del Partito Rivoluzionario Istituzionale, che non si è mai modificato dal 1926 e che di
rivoluzionario non ha nulla ma di corrotto tantissimo. Comunque, nel '82, il presidente messicano
(Lopez Portillo) nazionalizza tutte le banche.
Dopo pochi mesi si decide, in primo luogo, di propiziare la presa di controllo diretto da parte del
FMI sui paesi indebitati.
I paesi hanno un grosso bisogno di liquidità e si decide che chi non firmerà un accordo con il Fondo
alle sue condizioni, non avrà più una lira di prestito da nessuna banca.
Tutti accettano e inizia la storia delle cosiddette "carte d'intenti": un documento che il Fondo
stabilisce ogni anno con ognuno di questi governi, e in cui determina:
quali devono essere le spese dello stato;
quanti devono essere i funzionari;
quali le tariffe per tutti i servizi pubblici;
quale il budget;
quali i settori in cui lo stato può investire.
Il Fondo si prende il Ministero del Tesoro e quello del Bilancio di tutti i paesi indebitati senza colpo
ferire: “arrivano i seri tecnocrati che di economia si intendono, al posto di quei governi arraffoni”.
La Banca mondiale a quel punto si doveva assumere il compito di finanziare alcune attività
immediate da parte di questi paesi, destinate a raccogliere dei soldi per pagare i debiti. Quindi le
missioni internazionali del Fondo avrebbero decretato che un paese poteva produrre, ad esempio più
carne o più grano, e la Banca avrebbe prestato soldi a tasso agevolato per produrre quella merce, da
destinare all'esportazione.
Infine il GATT si sarebbe occupato di liquidare tutte le barriere doganali e le protezioni industriali
che esistevano in questi paesi.
Il libero commercio diventa il “credo di esportazione” (non lo si applica mai nei paesi industrializzati)
contro il quale nessuno può protestare e ogni paese deve aprire la propria economia e diventare
"concorrenziale".
Si impone l'idea di rimpiazzare tutto il settore assistito cosicché sopravvivano solo quelli in grado
di produrre a costi minori e quindi competere sul mercato internazionale; una sorta di teoria
darwinista nell'economia: sopravvivono i più adatti, gli altri scompaiono.
Questa potrebbe sembrare una tesi tecnica come tante altre, ma se andiamo a vederne i risultati, se
ne recepisce un significato politico.
Partiamo dal debito estero: tutta l'operazione veniva giustificata con la necessità di risolvere la
situazione debitoria, una vera necessità: mezzo sistema bancario statunitense sarebbe infatti crollato
se i soldi non fossero stati resi.
I paesi, era evidente, non potevano pagare: la cifra che avrebbero dovuto sborsare, a metà degli anni
'80 era, in media, pari a tre volte il valore totale delle loro esportazioni.
Si inventò quindi questa soluzione contabile: tu sei il Brasile. Il tuo debito è uguale a 100 miliardi di
dollari, mi devi pagare quest'anno 20 miliardi di dollari di interessi, non li hai, quindi te li presto.
Naturalmente, visto che è solo per pagare me, non ti do una lira; faccio una partita contabile, scrivo
che hai ricevuto questi 20 miliardi e li faccio entrare nella mia stessa cassa di un'altra partita.
Naturalmente alla fine di quest'operazione mi devi 20 miliardi di dollari in più.
L'anno prossimo quindi parleremo di 125 miliardi di indebitamento (ai 120 vanno aggiunti gli
interessi per il nuovo prestito).
Risultato: quando l'operazione partì nel 1980 il debito dei paesi del Terzo mondo
era circa di 450 miliardi di dollari; oggi è di 1700.
Non si può quindi certo dire che questo sistema abbia risolto il debito estero.
Nel frattempo nessuno di questi paesi è riuscito a pagare una quota sostanziale del proprio debito
(unica eccezione il Cile e la Corea del Sud).
In secondo luogo si deve fare in modo che questi paesi producano per generare risorse.
E infatti oggi osserviamo che esistono intere regioni o nazioni completamente specializzate in
determinate produzioni alimentari.
Ad esempio tutta una zona dell'Africa produce cacao, banane e noce di cocco; il centramerica
produce caffè.
La logica del Fondo Monetario è: chiudete la produzione destinata al mercato interno, non interessa
la moneta locale, e producete ananas, banane, caffè... così facendo la produzione di materie prime
destinate all'esportazione dei paesi indebitati aumenta effettivamente di tre o quattro volte.
Alcuni esempi: la produzione di rame nel Cile quadruplica in questo periodo.
In campo agricolo la cosa è più grave, le terre sono quelle che sono, e in particolare in Africa questo
sistema introduce due elementi di distorsione immediati:
1. aumentano le superfici coltivate (per l'esportazione) il che aumenta il degrado dei suoli;
2. visto che le produzioni destinate al consumo locale vengono ridotte, i loro prezzi al consumo
rincarano. Così succede che in tutti questi paesi i prezzi dei prodotti destinati all'esportazione
non aumentano, mentre quelli dei prodotti destinati ai "poveracci", fagioli o polli che siano,
aumentano.
Ecco perché si dice che questa politica provoca fame per grandi quote di popolazione. Secondo me
si voleva proprio questo; anche se poi ci saranno delle timide autocritiche.
Un'altra considerazione: lo stato in questi paesi era assai presente in campo economico.
In America Latina ad esempio controllava una quota significativa dell'economia nel suo complesso:
le attività strategiche come petrolio, gas, miniere, elettricità, acqua e servizi nonché molte industrie.
Lo stato, in assenza di privati, aveva avviato tutto il settore industriale.
La logica da qui in poi diventa invece: privatizzate tutto. Chi non privatizza infatti non riceve gli
“aiuti”, e quindi non paga il debito etc.
Questo si è tradotto per tutti i paesi debitori, che hanno creduto o subìto questa politica, in una
colossale svendita di tutto ciò che avevano.
Svenduto, anche perché visto che tutti vendevano le stesse cose (banane, caffè, materie prime ma
anche le compagnie aeree) i prezzi erano molto bassi.
A questo proposito posso citare alcune cose curiose. Ad esempio alcune linee aeree europee si sono
comprate praticamente tutte le linee del continente latinoamericano. Lo stesso per tutto il resto.
Si arriva al punto in cui partecipano anche aziende municipali, come la stessa AEM di Milano che sta
cercando di acquistare delle quote dell'azienda acqua di Buenos Aires a prezzi stracciati e con una
logica dubbia. La curiosità è sotto due aspetti: anizitutto che sono compagnie pubbliche che qui
dovrebbero snellirsi mentre là si ampliano; inoltre è curioso che aziende pubbliche europee o
statunitensi siano così ben gestite da “dover assumersi” l'onere di comprare e amministrare le ex
aziende pubbliche del terzo mondo. Pensate, la TeleCom, la RAI o l'Alitalia come modelli di
amministrazione razionale e pulita.
Facciamo tre esempi estremi di privatizzazioni.
1. Le strade: la privatizzazione dell'Argentina è arrivata a un punto tale per cui da un paio d'anni,
sotto il governo Menem, vengono sponsorizzati i nomi delle strade. Se uno di voi ha voglia di
avere una strada con il proprio nome può andare al municipio di Buenos Aires e si compra un
pezzo o una strada completa per un anno; per questo adesso c'è la strada Coca Cola e simili.
2. I cimiteri, erano pubblici ma da alcuni anni in Cile e Perù (fra gli altri) sono diventati privati.
Sono anche migliorati, alcuni sono bellissimi, però chi non ha soldi per mettere al cimitero i
propri cari, sono fatti suoi, e anche fatti della comunità perché si tratta di un problema sanitario
non risolto. Va detto, per fare un po' di humour nero, che i militari hanno contribuito a risolvere
una parte del problema, eliminando una parte dei morti direttamente (dasaparecidos). Per questo
uno dei piccoli progetti di cooperazione più sentiti in un quartiere di Lima era quello di riuscire a
comprare un inceneritore per fare spazio nei cimiteri.
3. Le pensioni. Ricorderete che durante il governo Berlusconi il ministro Pagliarini citò più volte
l'esempio del sistema pensionistico cileno, come unico ben funzionante. Sono nato in Cile,
conosco il paese e posso confermare: funziona ed ha dei grossi profitti, ma bisogna raccontare
come andò. Il governo militare cileno procedeva per “decreti supremi”. Il primo, famoso, diceva:
da oggi esiste una giunta militare, formata dai seguenti signori; alcune persone sono fuorilegge,
fra cui tutti i marxisti, anzi aggiungiamo che gli unici marxisti buoni sono quelli morti (scritto nel
decreto). Un secondo decreto stabilì che un certo numero di marxisti, non eravamo mai nati in
quel paese e ci fu cancellata l'iscrizione all'anagrafe (succedeva in tutta l'America, non è una
particolarità cilena). Sulle pensioni il governo cileno fece un decreto del genere:
Da domani non ci sono più pensioni;
Chi ha dato ha dato chi ha avuto ha avuto, cioè chi ha pagato peggio per lui;
da domani ogni cileno è autorizzato a creare un qualsiasi sistema pensionistico. Basta seguire le
procedure e presentare il corrispondente formulario.
Era il 1974, pochi mesi dopo il colpo di stato. Pinochet lasciò il governo sedici anni dopo.
Durante quel periodo il sistema funzionò coercitivamente. Oggi funziona in modo non più
coercitivo: ad esempio i grandi gruppi, come i sindacati, si costituirono una propria cassa di
pensione, e da allora prendono i contributi dai vari soggetti iscritti (ma i contributi minimi sono
piuttosto pesanti).
Ci sono alcuni limiti: il sistema non è valido per i bambini, perché hanno troppo malattie, né per gli
anziani, perché troppo vecchi.
Inoltre chi non è in grado di iscriversi, non può che ricorrere al poco che resta del sistema pubblico e
anche se non siamo al punto che uno muore di appendicite per strada, più o meno siamo lì (ciò che
resta del sistema sanitario pubblico è legato alle facoltà universitarie che debbono far praticare i
propri studenti).
Oggi circa due terzi dei cileni sono iscritti al sistema privato, e per loro funziona abbastanza bene,
per il restante terzo è notte fonda.
Lo stesso avviene con le scuole, che sono private e carissime.
In Cile, dove lo stipendio medio è di 250 dollari al mese, le tasse universitarie arrivano anche a
6.000 dollari annui. Le università sono molto buone ma non sono molti a poterle frequentare.
Torniamo alla Banca e al Fondo. Essi hanno amministrato l'insieme dei paesi dell'America Latina,
dell'Asia e dell'Africa.
Sono 80 i paesi la cui politica è diretta dai funzionari del Fondo e della Banca.
Chiunque dica che quei paesi non funzionano perché hanno governi carnevaleschi, quantomeno non
sa di cosa sta parlando.
La colpa è di chi comanda, cioè dei funzionari del Fondo e della Banca, che passano invece per
grandi saggi.
Gli unici a non aver obbedito agli ordini del Fondo sono proprio quei paesi asiatici le cui
performance economiche sono normalmente considerate miracolose.
Corea del Sud, Singapore, Taiwan, Hong-Kong, mai hanno seguito questi consigli.
Non hanno privatizzato nulla, hanno continuato con le sovvenzioni statali.
Da qualche tempo la Banca mondiale ha cominciato una piccola autocritica, per sostenere che forse
le cure erano troppo radicali, che facevano morire la metà dei malati e che l'altra metà non
sopravvive benissimo; nonostante ciò non è cambiato assolutamente nulla.
La storia della Banca e del Fondo riflette esattamente le posizioni dei governi degli USA negli ultimi
vent'anni; sotto Carter c'era una politica, sotto Reagan un'altra, e sotto Clinton sono dubbiosi.
Nel frattempo i paesi del terzo mondo sono diventati esportatori netti di capitali, per la prima volta
nella loro storia.
Per dare un'idea: nel corso degli anni 80, il saldo negativo per America Latina e Africa è stato pari a
240 miliardi di dollari, che sono la differenza fra le loro spese per pagare il debito estero e quanto
invece questi paesi hanno ricevuto da fuori, a titolo di cooperazione, investimenti, prestiti o a
qualsiasi altro titolo.
L'America Latina ha pagato la maggior parte, ma anche l'Africa ha contribuito, e ha al suo interno i
paesi più poveri del mondo.
Facciamo qualche paragone. Se attualizziamo i costi degli USA per cinque anni di Piano Marshall,
che erano pari a 13 miliardi di dollari, otteniamo circa 65 miliardi di dollari. Quindi quello che hanno
pagato i paesi del Sud a causa del debito è pari a 4 volte il Piano Marshall.
Conclusione: gli organismi internazionali e i governi fanno un gran parlare di politiche dello
sviluppo, sia al loro interno che verso il Terzo mondo. E' una bella campagna pubblicitaria.
Le preoccupazioni per lo sviluppo del Terzo mondo non sono mai state presenti nelle menti degli
organismi di Bretton Woods e nemmeno in quelle dei governi occidentali.
Il vero obiettivo è quello di propiziare la reddivitià del capitale.
Ciò ci costringe a vedere qual'è oggi la logica del capitale e lo stato dell'economia.
Viviamo dal 1967-70 sotto l'idea che questo paese è in crisi. "C'è la crisi", e tutto avviene perché c'è
la crisi; i disoccupati ad esempio.
Se guardate alcuni dati però trovate che l'anno scorso la Fiat, per esempio, ha raddoppiato i propri
utili; le banche anche; negli ultimi 4 anni le borse europee hanno aumentato i loro valori del 350%; il
tasso di crescita medio annuo negli ultimi trent'anni nei paesi industrializzati è stato del 4%. Ecco
perché secondo me la crisi è un altro specchietto per le allodole.
Qui non c'è la crisi; è che il capitale non ha degli scopi produttivi che gli permettono di avere dei
tassi di profitto da lui stimati sufficienti.
E quindi, invece di investire in attività produttive, investe in attività speculative, finanziarie. Nel
1995 il commercio mondiale di beni e servizi, cioè di tutto ciò che vediamo, tocchiamo e ci serve, è
stato uguale a 6.500 miliardi di dollari; ma il movimento finanziario nel 1995, ogni giorno è stato
uguale a 1.500 miliardi di dollari.
Ogni 4 giorni in scambio finanziario si è cambiato tanto valore quanto tutto il commercio in un anno.
Se prendiamo l'economia mondiale e la dividiamo in 100 parti, 99 sono speculazione e una è
produzione.
Perché allora ci sono 2,5 milioni di disoccupati in Italia e tanti altrove?
Perché l'economia, che va benissimo dal punto di vista complessivo, si esprime sostanzialmente
come speculazione finanziaria e non attraverso la produzione.
Facciamo un piccolo esercizio pratico:
1. Supponiamo che domani fate un 8 al totogol e vincete 8 miliardi di lire. Economicamente il
problema si può riassumere nella solita domanda: “che fare?”.
1^ ipotesi: apriamo una fabbrica di scarpe a Palermo (siete solidali con il Mezzogiorno). E' una
pazzia perché, senza contare il “pizzo”, guadagnereste pochissimo, e non è solo questione di
infrastrutture mancanti. E' anche che il sistema bancario fa pagare tassi di interesse molto più alti
per il denaro. Anche per il vostro. Cioè se non fosse per le banche potrebbe funzionare come al
Nord ma le banche ci sono. Ma poi siamo certi che investire nel settore produttivo convenga
almeno nel Nord?
2. Cambiamo sede degli investimenti. Andiamo nel mitico Nord Est e avviamo qui la nostra fabbrica,
immaginiamo di guadagnare il 12% del capitale investito, 960 milioni circa, (a Palermo sarebbe
stato la metà secondo i vari indici confindustriali). Ma sono 960 milioni lordi, a cui bisogna
sottrarre le tasse e, si sa, lo Stato italiano è vorace. Quindi se non volete ridurre il vostro
guadagno al 50% dovrete diventare evasori totali, fare ronde antifisco ecc. E' una faticaccia, ne
vale la pena?
3. Andate a Lugano con i vostri soldini, è del tutto legale. Con 8 miliardi di lire potete avere il 10%
di interessi annui: 800 milioni puliti, esentasse ... unica fatica, spenderli!
4. Investite nelle borse estere. Secondo il “Sole 24 ore” , “reinvestite oculatamente potete
guadagnare (1995) il 33% dell'investimento (2,6 miliardi). Va meglio, ma è rischioso! E allora?
5. Allora trovatevi uno “gnomo di Zurigo” ed entrate nei Rolls Programs statunitensi che sono
analoghi ai BOT, però hanno alle spalle la forza degli USA. ci guadagna ben il 58%, cioè 4,6
miliardi in un anno.
Dunque, se uno investe nella fabbrica di scarpe, è un pazzo, ecco la verità.
La differenza è che la fabbrica di scarpe creava almeno 50 posti di lavoro o a Palermo o nel Nord-
Est, mentre la speculazione tutt'al più dà del lavoro a un signore molto abile denominato finanziere,
il resto sono fax, telex, sistemi di comunicazione e così via.
Ecco perché quando i politici dicono "siamo in crisi, quindi dobbiamo affidarci alla la ripresa
economica", stanno dicendo una sovrana stupidità.
Infatti, in termini puramente economici, che la gente stia bene o male è irrilevante.
Ciò che conta sono gli aggregati economici, il prodotto interno, i valori di borsa.
Tutto ciò può crescere indefinitamente anche se la gente sta a casa o muore nel frattempo.
Le condizioni oggi della ripresa, con questo peso del capitale finanziario e con il tipo di sviluppo
tecnologico che abbiamo, sono tali per cui se vogliamo avere un aumento di produttività in Italia, e
anche nel Terzo mondo, lo si farà ancora a spese dell'occupazione.
Con queste politiche, che sono quelle del Fondo e della Banca, non c'è soluzione, ci vuole un
progetto di altro tipo.
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Intervento di Marinella Correggia
Vorrei limitarmi a fare alcuni esempi dell'operato della Banca Mondiale, che è un po' il braccio
"dolce" della triade di Bretton Woods, perché è l'organismo che finanzia "progetti di sviluppo" nei
paesi che hanno accettato in numerosa schiera di sottostare alle condizioni del Fondo.
Però prima, quasi come premessa, vorrei accennare ai tentativi di opposizione all'operato del Fondo
Monetario Internazionale che ci sono stati.
Uno di questi, forse il più degno e coraggioso, fu quello del Burkina Faso, negli anni fra l'83 e l'87
quando il Fondo monetario dettava legge in Africa.
Furono gli anni di un'esperienza rivoluzionaria molto particolare guidata da Thomas Sankara, un
presidente che oltre a porre al centro del suo operato i contadini, l'autosufficienza alimentare e
l'indipendenza politica del paese, propose più volte, in sede di Organizzazione per l'Unità Africana,
ai paesi in situazione debitoria che stavano già ricorrendo al Fondo monetario, di non pagare il
debito.
Ad Addis Abeba, nel 1985, Sankara propose di creare un "Club dei debitori", da opporre al Club dei
creditori. E disse: “Non dobbiamo più pagare il nostro debito estero. Se continuiamo a pagare ne
moriranno le nostre popolazioni. Se non paghiamo, i grandi creditori non moriranno di fame. Se
ne rendano conto: hanno speculato sulla nostra pelle, con la complicità di governi corrotti; hanno
perso, accettino il gioco. Non paghiamo!".
Egli smascherava così le speculazioni che stavano dietro l'operazione debito estero.
Sankara finché fu in vita, venne ucciso nel 1987 in un colpo di stato, non accettò mai di far entrare il
Fondo Monetario nel suo paese.
I suoi successori furono molto meno rigorosi e decisero che il Burkina poteva pure indebitarsi e poi
ricorrere al Fondo, visto che lo avevano fatto tutti.
Sotto la presidenza di Sankara, invece, si preferiva l'austerità autoimposta, come alternativa agli
aggiustamenti strutturali che sono il pacchetto che il Fondo e la Banca propongono ai paesi debitori
e che comprendono la riduzione della spesa pubblica, degli investimenti in campo sociale, e in una
certa misura, la riduzione delle importazioni.
Sankara diceva, e dimostrava, che tutto questo si poteva fare senza sottostare alle imposizioni
antipopolari del Fondo Monetario.
La disponibilità di denaro nelle mani del governo burkinabé era limitatissima (il Burkina è fra i paesi
più poveri al mondo) e si basava su un'economia di sussistenza rurale che non consentiva allo stato
grandi entrate.
Ma il budget pubblico arrivò quasi in pareggio, grazie a un piano di controllo severo non solo della
corruzione e delle spese di funzionamento della macchina dello stato (dalle auto ministeriali che si
trasformarono in semplici Renault 5, alla riduzione dei privilegi dei funzionari). Con Sankara che
dava in prima persona un esempio di frugalità.
Ecco, un paese del profondo Sahel che tuttora è al penultimo posto della classifica dell'ONU sullo
sviluppo umano lanciò così il suo messaggio.
Non fu accolto, perché gli altri capi di stato africani erano lontani dalla purezza della rivoluzione
burkinabé e preferivano spendere e spandere salvo poi ricorrere al Fondo.
Così ora siamo nella situazione in cui l'Africa sta finanziando, con il pagamento degli interessi sul
debito, il Nord del mondo: un bel Piano Marshall alla rovescia.
Nel 1980 il debito dell'Africa subsahariana era di 82 miliardi di dollari, nel 1994 era salito a 211,
pari all'82% dell'intero prodotto interno lordo della regione.
Nel 1995 la regione ha sborsato più di 110 miliardi di dollari come pagamento degli interessi e
servizio del debito.
Naturalmente questi soldi da qualche parte devono uscire e l'Africa è costretta ad accordare sempre
più terre alle colture per l'esportazione, quelle che impoveriscono i suoli; a licenziare i dipendenti
pubblici; a privatizzare; a ridurre i sussidi ai produttori anche agricoli; a ridurre drasticamente le
spese sociali come istruzione e previdenza, che già sono molto basse in questi paesi.
In questo contesto di aggiustamenti strutturali che causano notevoli disagi sociali senza peraltro
risolvere il problema del debito, la Banca Mondiale arriva con i suoi funzionari, i più pagati fra tutti i
funzionari internazionali (circa 20 milioni al mese) e propone progetti di sviluppo.
Questi progetti sono stati caratterizzati dall'avere dimensioni faraoniche: grandi investimenti, grande
impatto ambientale e sociale, grandi dighe, grandi strade, centrali idroelettriche e a carbone.
Famoso è il caso della diga nella Narmada Valley in India.
La diga sarebbe servita ad approvvigionare in energia una zona ricca di industrie nello stato del
Maharastra; ma insisteva nello stato del Gujarat.
Per riempire l'invaso si sarebbero dovuti allontanare centinaia di migliaia di tribali.
Grazie a una lotta condotta dalle popolazioni locali, e appoggiata poi da movimenti ambientalisti
occidentali, la Banca mondiale ordinò una valutazione "socio-ambientale".
E poi ritirò i finanziamenti.
Per un progetto che si è interrotto, molti altri continuano. E' notizia recente un progetto nella
foresta primaria del Camerun: una grande strada la squarcerà, paga la banca. E in Lesotho, piccolo
stato dell'Africa del Sud, la banca sta progettando una grande diga che dovrebbe servire non certo a
portare acqua ed elettricità agli abitanti dei villaggi, il che sarebbe ben giusto, bensì a vendere
elettricità al Sudafrica.
La costruzione di una diga analoga in Nepal, diga chiamata Arun è stata invece sospesa; ci sono state
delle dinamiche strane per cui alla fine la Banca Mondiale l'ha sospesa e non sono state proposte
alternative, mentre in realtà esistono.
E' stato dimostrato che dighe di piccola dimensione potrebbero produrre energia elettrica più
remunerativa anche creando un maggior numero di posti di lavoro, ma la Banca Mondiale non
gradisce questi piccoli progetti.
Un altro esempio riguarda la ristrutturazione di una centrale a carbone in Orissa (Stato indiano del
sud est). Questa centrale a regime sarebbe così inquinante da produrre 1/4 dell'aumento di "effetto
serra" previsto per i prossimi anni.
E' abbastanza frustrante parlare di queste situazioni e sentirsi delle nullità di fronte a giganti come la
Banca Mondiale e un po' è così, non dobbiamo illuderci.
Qualcosa però si può fare soprattutto se alcuni governi di paesi del Nord, che siedono al tavolo del
G7, si decidono a muoversi.
Qualche pronunciamento in sedi istituzionali per il cambiamento delle politiche della Banca
Mondiale, c'è stato.
Nel '94 il parlamento italiano ha approvato un O.d.G. che impegnava il governo a chiedere alla
Banca Mondiale una revisione profonda dei suoi criteri d'intervento, poi però la cosa non ebbe
seguito. Nel '95 nel vertice dei G7 ad Halifax, ugualmente i paesi più industrializzati del mondo si
sono impegnati a lavorare per la riforma delle istituzioni finanziarie internazionali FMI e Banca
Mondiale affinché mettano lo sviluppo sostenibile e la lotta alla povertà al centro delle proprie
politiche e, per la prima volta, si è cominciato a ventilare la possibilità di una rinegoziazione del
debito estero dei paesi indebitati. Cosa importante in sé perché gli organismi internazionali non
hanno mai voluto sentir parlare di riduzione/abbuono ne tantomeno di annullamento del debito.
Questa sarebbe una grossa novità; probabilmente ci sono dei fattori d'interesse che spingono a
queste scelte perché, per esempio, per attenuare la recente crisi finanziaria del Messico si è speso
qualcosa come 50.000 miliardi per cui la Banca Mondiale si è resa conto che sarebbe più oneroso
provvedere poi in sostegno a questi poveri piuttosto che intervenire subito con queste agevolazioni
finanziarie.
A livello di società civile, invece, sta partendo in Italia una campagna sulla Banca Mondiale (non
diciamo contro, ma sulla) che si riallaccia a campagne statunitensi e del Nord Europa che porrà al
centro delle richieste il cambiamento nello stile dei progetti della Banca Mondiale e sottolineerà il
fatto che è abbastanza assurdo dare con un dito quando poi si prende con tutto il braccio e quindi
finché il problema del debito estero non si pone globalmente sarà anche inutile che la Banca
Mondiale faccia anche degli ottimi interventi locali.
La campagna ha un comitato con sede a Roma ma le richieste verranno veicolate dal governo
italiano, se lo vorrà, e attraverso l'opinione pubblica vedremo poi con quali strumenti, invio di lettere
o quant'altro.
Vorrei terminare riallacciandomi a quello che sottolineava Andrea, più tecnicamente di me, sul
capitale finanziario; questo denaro che produce denaro senza passare attraverso la merce e ne
produce molto di più che se passasse attraverso la merce.
Quando si parla di debito estero si dice che non ci siano le risorse, che l'economia crollerebbe, le
banche fallirebbero etc.; un economista canadese, Tobin, ha proposto, inascoltato, di istituire una
piccola tassa del solo 0,5% su queste transazioni speculative di capitale ed ha calcolato che in un
anno con questa piccola tassa si riuscirebbe a raggranellare sui 150.000 miliardi.
Quindi rispetto al 1700 miliardi di dollari che è il totale del debito esterno del sud del mondo non
sarebbe poi così poco, circa il 10%.
L'economista Tobin non propone però di destinare questa tassa per ripagare il debito ma per avviare
programmi per lo sviluppo umano, ad esempio con programmi di micro-credito a favore di chi il
denaro non lo vede neanche da lontano.
I poveri del sud del mondo sono contadini ed artigiani che si vogliono organizzare, se necessitano di
qualche centinaio di dollari per iniziare un'attività e ricorrono agli usurai si indebitano peggio degli
Stati, quindi attivare sistemi di micro-credito agevolato servirebbe a far decollare le economie locali
o almeno permetterebbe a tantissima gente di risolvere i problemi quotidiani di liquidità.
E' paradossale che non si diano 100.000 lire quando ci sono così tanti soldi da un'altra parte.
D'altra parte la Banca Mondiale e il FMI possono essere viste come un Robin Hood alla rovescia
cioè che ruba risorse ai poveri per darle ai ricchi mentre la tassa proposta da Tobin andrebbe nella
direzione giusta le risorse vengono drenate ai ricchissimi per investirle sul piano sociale.
Con un piccolo gioco di parole potremmo chiamarla "Tobin Hood" tax.
Questa tassa è stata proposta come misura anti-povertà al vertice di Copenaghen del marzo '95 ma
non è stata accettata. Forse si potrebbe pensare ad una campagna di promozione.
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D: Chi gestirebbe i fondi della Tobin Tax?
R: Correggia: Buona domanda: nell'idea di Tobin erano gli organismi umanitari dell'ONU come
UNDP (programma per lo sviluppo delle Nazioni Unite) e gli altri organismi che si occupano di
salute o agricoltura che dovevano gestire questa tassa.
Lo stesso problema si poneva quando sono state avanzate le proposte di scambio "debito contro
natura", sull'onda della conferenza di Rio su Ambiente e Sviluppo, per cui un paese indebitato
avrebbe potuto impegnarsi decisamente sulla strada dello sviluppo sostenibile e destinare porzioni di
territorio a riserve di biosfera (dato che abbiamo anche bisogno di foreste che diano respiro al
pianeta) e in cambio gli sarebbe stato abbuonato una parte di debito, alcuni hanno però cominciato a
temere che in questo modo si sarebbe arrivati a una sorta di ricolonizzazione di territori e quindi
anche la gestione di una tassa come la Tobin avrebbe questo stesso problema se fossero i donatori a
gestirla.
La Tobin Tax proposta dal UNDP è stata rifiutata da tutti i paesi anche da quelli del indebitati
perché, a mio parere, sono sicuri che non sarebbe stata accettata in quanto, negli organismi
internazionali, non vale il principio "una testa un voto" ma i voti sono in mano a chi detiene i capitali
che non potrebbero mai accettare che un paese come il Burkina Faso imponga delle tasse simili.
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D: Qual'è il ruolo dei mezzi d'informazione?
R: Correggia: Sono temi difficili, anche i giornalisti che si occupano di economia non riescono ad
avere chiari i nessi senza essere troppo di parte.
Ad esempio in Italia se vogliamo informazioni attendibili sul lato economico leggiamo il "Sole 24
ore" il quale però è molto di parte, possiamo dire anti-popolare.
L'informazione poi, tanto libera non è.
Qualche giorno fa a Roma c'è stata una conferenza sugli embarghi come strumento di politica
internazionale; c'era una sezione dedicata all'informazione e all'embargo sull'informazione da cui
risultava che come ci sono le grandi istituzioni finanziarie, le grandi potenze del mondo, così ci sono
poche grandi agenzie stampa che hanno il monopolio dell'informazione.
Chi informa sul sud del mondo? C'è questa rete internazionale la InterPressService che però non
raggiunge le masse, non raggiunge la nostra TV e i nostri giornalisti; quindi da un lato la difficoltà
degli argomenti, tranne quando succede qualcosa di eclatante, dall'altro, secondo me, c'è anche
l'intento e la malafede.
R: Rivas: Ho qualche dubbio su quanto diceva Marina, credo che sia sempre conveniente
semplificare le cose, ora prendiamo "Le Monde" di oggi; gli articoli che troviamo in prima pagina
dovrebbero coincidere con i giornali Italiani, a parte le politiche nazionali.
Abbiamo invece: Operazione militare francese in Centrafrica, discussione sulle zone franche in
campo economico, tagli al budget dell'educazione nazionale (molto simile all'Italia), articolo centrale
"Una nera americana vinta dal razzismo millenario" storia di una donna cacciata da un quartiere
"bianco" di Philadelphia. Io scommetto che questa notizia, passata sicuramente dalle agenzie, non sia
apparsa su alcun giornale italiano.
Articolo di fondo "Gli economisti di Chicago vedono l'avvenire in rosa" ci racconta di una
discussione sull'economia internazionale tra i professori dell'Università di Chicago, professori che
rappresentano l'estrema destra in campo del pensiero economico ed hanno vinto 4 degli ultimi 5
premi Nobel dedicati al settore.
Accanto a questa vi è una discussione sull'economia giapponese e sul Sud Africa e i colpi di Stato in
tutta la regione.
Altri articoli "La crisi della mucca pazza", "La riforma del sistema educativo in Europa" e "Il mito
della mondializzazione economica".
Ora non dico che questo giornale sia il massimo però contiene delle informazioni che in Italia nessun
giornale passa e questa è una scelta. Chiunque abbia lavorato in un giornale o in una radio sa che le
agenzie comunque danno una quantità di informazione talmente grande che uno dei veri problemi è
quello della scelta.
Il problema non è, quindi, che l'informazione non arriva (sicuramente non arriva tutta), ma senz'altro
c'è da parte di qualsiasi organo di stampa, una scelta che ha a che fare con delle decisioni
politiche, della proprietà piuttosto che del corpo dei redattori ma anche con dei fattori culturali.
Io mi ricordo che negli anni ottanta quando ero direttore di una radio a Milano i dati sull'effetto serra
o sul buco dell'ozono venivano considerate da noi e da tutta la stampa come notizie tappabuchi, poi
diventarono notizia da prima pagina.
Il dato culturale vuol dire questo: se uno non sa di che cosa si parla, non è in grado di deciderne
l'importanza.
Non credo che ci sia solo un problema di “spirito reazionario”: le scelte non sono solo politiche, è
troppo facile dirlo, ci sono anche scelte culturali.
In più, nel caso italiano, c'è da sempre uno scarsissimo interesse per ciò che avviene al di fuori
dell'Italia, al massimo si guarda in Europa.
Sicuramente ciò ha a che fare con la mancanza di una grande tradizione coloniale (e ciò è positivo)
però se pensiamo che in Argentina su 28 milioni di abitanti ci sono 14 milioni di Italiani (se ci fosse la
regola che il passaporto si tiene fino alla terza generazione) come si fa a parlare dell'Argentina solo
per parlare male di Perón? Questo è l'unico rapporto con un paese con cui i rapporti culturali
dovrebbero essere quantomeno intensi!
Un altro esempio sulle immigrazioni: le statistiche dicono che tra il 1885 e il 1900 nel solo porto di
Buenos Aires arrivarono 5 milioni di Italiani, se si fanno un po' di conti si arriva al risultato di circa
920 italiani sbarcati ogni giorno e gli Italiani non erano gli unici che arrivavano! Cito questo dato a
proposito dell'immagine "l'invasione degli extra-comunitari"; pensate se sul suolo Europeo
arrivassero 920 extracomunitari (non svizzeri) per 15 anni tutti i giorni.
Per spiegare anche il problema dell'immigrazione non sarebbe male pensare anche a questo oppure
ricorrere alla raccolta dei giornali francesi attorno ai primi anni di questo secolo quando ci fu la
grande emigrazione italiana, anche verso la Francia.
Ci si accorgerebbe che i francesi qualificavano gli italiani esattamente negli stessi termini (a parte "vu
cumprà" che è un invenzione italiana) con cui gli italiani oggi descrivono i costumi dei “marocchini”:
“non si lavano mai”, “stanno in 10 in una stanza”, “si muovono sempre a gruppi”, “mettono i panni
fuori dalla porta” ... lasciamo perdere.
Ci sono moltissimi scritti su quegli anni in Francia ma stranamente in Italia non c'è un libro
sull'emigrazione italiana, sui "macaronì" in Francia, eppure erano qualche milione.
In Svizzera ci sono 2,5 milioni di immigrati su una popolazione di 5 milioni, per cui saranno pure
tutto quello che volete ma convivono con una popolazione di immigrati pari al 50% ma episodi come
quelli denunciati a Roma (ad esempio, somali bruciati vivi perché dormivano nelle panchine di un
parco) in Svizzera non si sono mai visti.
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D: Come funzionano gli organi direttivi degli organismi internazionali?
R: Rivas: In tutti questi organismi si partecipa con quote derivate dall'acquisto di una parte
dell'istituto stesso, come in una società per azioni, ogni paese che si associa alla Banca Mondiale o al
FMI compra una quota di queste azioni, tot. dollari equivalgono all'1% del Fondo e vota secondo
questa sua partecipazione
Lo statuto della Banca stabilisce che per approvare un progetto bisogna avere una percentuale di
voto a favore superiore all'87%; va detto che l'UE, che funziona come un complesso, ha il 33%
(quindi ha diritto di veto) e che gli Stati Uniti hanno il 25% e quindi anche loro hanno diritto di veto,
per cui aldilà delle questioni tecniche non è mai stato preso un accordo con l'opposizione degli USA
o dell'UE; qualsiasi progetto è stato certamente approvato dai governi di questi paesi.
Si differenziano da un società anonima (SPA) in quanto le azioni non sono in vendita, non è
possibile decidere di comprare più quote per contare di più. Unica eccezione è stata l'Arabia Saudita
una decina di anni fa che è entrata con circa il 10%; per il resto rimane la struttura del '45 con il
Giappone e gli Stati Uniti da una parte i paesi europei dall'altra.
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D: Che ruolo hanno gli organismi o i trattati regionali?
R: Rivas: Le unioni regionali attuali obbediscono alla stessa logica del Fondo Monetario anzi in
buona misura sono stati creati da loro.
Vediamone alcuni.
Il NAFTA (North American Free Trade Agreement) il trattato di libero commercio del Nord
America (Canada, USA, Messico). L'unica logica di questo trattato è: esiste un mercato comunque
composto da 100 milioni di messicani che possono consumare beni prodotti sostanzialmente dagli
Stati Uniti; esiste anche - o soprattutto - un mercato del lavoro composto da 60 milioni messicani e,
necessità comanda, assai disciplinato. Non solo: ogni sera, 150 di questi lavoratoricercanon di
superare irregolarmente il confine per stabilirsi negli USA; vanno fermati! Sono più produttivi e
creano meno problemi restando in Messico. In questa prospettiva il Messico sembra destinato a
diventare una sorta di fabbrica per Stati Uniti, allargando il suo modello già imperante nelle
cosiddette “maquiladoras”, le migliaia di fabbriche che già si dedicano all'assemblaggio di prodotti
industriali per conto terzi, lungo i 3000 Km di confine che divide i due paesi.
Il MercoSur, l'Argentina e il Brasile, i 2 più grossi paesi del Sud America, più il Paraguay e
l'Uruguay; è sostanzialmente il tentativo di espansione dell'agricoltura argentina verso il Brasile e
dell'industria brasiliana verso l'Argentina.
In qualche modo questo ha una logica; sono due paesi diversi che possono trarre dei vantaggi da
questa unione, gli altri due in realtà non contano molto se non per il caso dell'Uruguay che è un
grande centro finanziario, cosa che mai viene detta.
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D: Il caso della Cina, e del Sud Est asiatico?
R: Rivas: Gli equilibri mondiali appaiono sempre più legati all'Asia, lo saranno ancora a lungo. Ma
la questione che ci interessa è legata alla cosiddetta “delocalizzazione” e alle sue diverse versioni.
Qualche anno fa il G7 ha inteso liquidare le prestazioni dei giapponesi e degli altri paesi che allora
erano indicati come i “draghi” (e cioè i 4 del "miracolo": Corea del Sud, Hong Kong, Taiwan e
Singapore) quindi impose le famose quote fisse di esportazione per le automobili, per i prodotti
elettronici ai giapponesi e costrinse questi paesi a una super valutazione delle monete nazionali.
Lo Yen, 4 anni fa veniva scambiato a 160 Yen/Dollaro, oggi è sotto i 100, è come se la lira passasse
a 800, vi garantisco che sarebbe un terremoto!! (i nostri economisti prima erano preoccupati perché
la lira valeva poco ora invece dicono che vale troppo e l'oscillazione è stata di 20 lire, pensate invece
che la valuta giapponese si è dimezzata).
Questa manovra era stata decisa con l'intento di fare crollare le economie dell'est asiatico nel giro di
poco tempo, ma essi reagirono bene. Come? Delocalizzando.
La situazione è questa: un operaio indonesiano costa 0,18 dollari/ora (tutto compreso), un operaio
tedesco costa 24 dollari/ora e uno italiano 16 dollari/ora. Quindi il rapporto è di 1 a 100 per quello
italiano e 1 a 150 circa per quello tedesco.
Anche se ammettiamo che l'indonesiano abbia un livello di produttività minore, non c'è dubbio che -
dal punto di vista puramente economico- se si deve aprire una fabbrica non la si localizza a Brema
ma in Indonesia (come appunto ha fatto l'Ing. De Benedetti qualche tempo fa); oltre a questo
aggiungiamo che la manodopera da quelle parti è inesauribile, (i soli cinesi mettono sul mercato ogni
anno 14 milioni di persone).
L'unica grande incognita dell'Asia è che come si muoverà la Cina nei prossimi anni e alla morte di
Deng. La delocalizzazione ha toccato anche e soprattutto la Cina; essa, da 7 anni a questa parte, ha i
tassi di crescita economica più alti del pianeta (sono intorno al 10% annuo mentre in Europa se va
bene arriviamo al 2%) e sono livelli micidiali.
La delocalizzazione ha permesso alle economie giapponesi, sudcoreane, ecc di aggirare tutte le
protezioni che UE e USA avevano posto, oggi arrivano molti meno prodotti giapponesi e molti più
prodotti cinesi, ma di cinese questi hanno solo il nome, di fatto il business è sempre in mano ai
giapponesi. Non solo, i cinesi sono 1,2 miliardi: non è un piccolo mercato!
Negli ultimi 2 anni si sono installati in Cina 16.000 piccoli imprenditori italiani e anche questo spiega
come mai nei nostri paesi non ci sia lavoro.
La delocalizzazione, con livelli di costi così pazzescamente diversi, significa che tutti andranno a
produrre in Asia ma non significa che gli indonesiani siano contenti di ricevere 18 centesimi di
dollaro all'ora. Per cui qui si sconta il ritardo pazzesco dei settori progressisti dei paesi
industrializzati nonché dei sindacati che continuano a commettere l'errore di pensare che la difesa del
posto di lavoro in Italia la si faccia sostanzialmente in Italia, e casomai ci si spinge fino alle prealpi
francesi, ma niente di più; mentre si può affermare che o vengono riconosciuti diritti e stipendi ai
lavoratori di quei paesi o, secondo me, non c'è niente da fare per la difesa dell'industria.
La prospettiva è quindi di una maggiore disoccupazione in Italia, come peraltro lo affermano i dati
ufficiali del governo anche se non vengono mai citati.
Da questo si può trarre una prima importante osservazione: per la prima volta nella storia, la
questione dei diritti comuni cioè delle di quello che una volta si chiamava internazionalismo
("senza cognomi") si trasforma in una questione pratica e non di pura volontà (“a me non va che
quelli lì stiano così male e allora preferirei che guadagnassero un po' di più”), è in qualche modo un
problema mio e sarà sempre di più così. Solo che bisogna prenderne coscienza.
Ma è necessaria una seconda importante osservazione, cioè che la delocalizzazione produttiva del
Giappone non è stata totale ma ha riguardato solo alcuni settori, ad esempio per quello che riguarda
la protezione dell'ambiente, hanno delocalizzato tutti i processi inquinanti della produzione in Cina,
però si sono tenuti quello che in gergo del business si chiama il cuore o il cervello dell'affare
ovverosia l'informatica, la telematica e tutti i prodotti ad altissimo valore aggiunto perché c'è grande
tecnologia e su queste basi hanno addirittura aumentato il grado di occupazione interna (il tasso di
disoccupazione in Giappone è al 3%) e aumentano gli utili perché questo tipo di affari produce
maggiori profitti.
Se si segue questa logica ci si chiede, anche dal punto di vista della razionalità capitalista, se abbia
una qualche prospettiva difendere questi settori oggettivamente arretrati ed inquinanti (per es. il
Tessile), in Europa (paese dal capitalismo maturo).
Con questo non voglio dire che sia giusto spostare le produzioni inquinanti nel Sud del Mondo ma,
oggettivamente, la specializzazione produttiva pone questi problemi di politica industriale.
L'unità asiatica si è prodotta attorno ad un progetto comune che era di tenere i cinesi la dove stanno
(senza combatterli); delocalizziamo, conserviamo e specializziamo le nostre economie,
contemporaneamente, spostano alcuni processi produttivi, disinquiniamo non il processo ma qui a
casa nostra [in Giappone].
Ultimo elemento: se è vero che l'occupazione e i livelli di vita saranno legati al sapere e quindi alla
tecnologia e non al lavoro, alla quantità di ore e al numero di lavoratori, allora è pure vero che ci
sono 3 voci fondamentali da considerare in qualsiasi economia matura:
1. la scuola in tutti i suoi aspetti. Per dare un'idea della concorrenzialità, uno studente giapponese
dalla scuola dell'obbligo in avanti dispone di un computer a testa, in Italia se va bene c'è un
computer per classe, in ogni scuola in Giappone c'è un microscopio elettronico per classe.
2. C'è anche un problema legato alla ricerca; per dirlo in termini molto banali:
in Europa la Germania da sola investe in ricerca più di tutto il resto dell'Europa e questo ha a che
fare con la loro potenza.
la General Motors da sola investe più della Germania.
poi c'è un problema di diffusione; la tecnologia non va solo creata ma anche diffusa, questo crea
tutto un problema di comunicazione e di come portare la tecnologia all'interno di un paese; qui gli
asiatici sono maestri, seguiti dagli Stati Uniti e, con grave ritardo, dall'Europa.
3. C'è un problema di formazione permanente; tutte le prospettive futuristiche (e con questo
intendiamo 15 anni) dicono che in Europa non si dovrà lavorare più di 26 ore/settimana (non le 32
di Bertinotti, ma 26!!), ma all'interno di queste 26 ore ci sarà una quota destinata alla formazione
permanente, perché anche se la scuola insegna ad usare le macchine, ogni macchina è diversa
dall'altra e questo si impara nella vita lavorativa in modo permanente.
Io credo che il problema lavoro nel futuro potrebbe essere molto roseo, dal punto di vista della
quantità, ma bisogna vedere i contenuti che questo assume; è sbagliato e moralistico pensare che il
problema vero sia che dobbiamo lavorare tutti, esistono moltissime cose più interessanti del lavorare.
Il problema è che ognuno deve avere un reddito sufficiente per vivere, decentemente.
Tutte le società avanzate, in questo momento possono assicurare ai propri cittadini un reddito
minimo, su questo stanno discutendo seriamente i governi francesi e tedesco. Qui sembra una pazzia
ma, dividendo il prodotto interno di questo paese per il numero di abitanti, ammesso anche che il
50% vada comunque a capitale, con il resto si ottengono degli stipendi superiori alla buona parte
degli stipendi medi.
Il che vuol dire che questo sarebbe già un paese che potrebbe garantire ai propri abitanti, quello che
si chiama un “reddito di cittadinanza”. Ad esempio, secondo l'attuale governo di Parigi: "ogni
francese, deve avere un reddito, dalla nascita alla morte". Perché? Perché è francese, e lo stato glielo
può pagare.
E' difficile immaginare una società così complessa in cui la gente lavora in orari diversi, in anni
diversi, (la riduzione d'orario non significa che tutti noi lavoriamo 26 ore alla settimana, ma può
essere benissimo che io lavori una settimana su due, 2 anni su 3, o di notte).
Si innescano una serie di trasformazioni della società che hanno a che fare con le scelte di vita,
complessissime in una società di 56 milioni di abitanti e con i redditi di questo paese; e per fare
questo ci vuole uno stato molto forte, ma che non centra niente con lo stato che ha l'IRI o che ha
l'ENI, è uno stato diverso.
Oggi noi siamo davanti ad una espressione di pensiero che i francesi chiamano “sistema di pensiero
unico” e gli inglesi chiamano “sindrome TINA” (There Is No Alternative). Dice ad esempio: la
popolazione invecchia, bambini non ne nascono, quindi chi paga le pensioni?
Ora se accettiamo questa tesi, la politica si riduce ad una discussione tutta tecnica: “come facciamo a
tagliare un po' di meno, come possiamo evitare tagli ingiusti”, ed è tutta lì. Di certo è assai poco
entusiasmante.
Ma se mettiamo i piedi fuori dal piatto ci accorgiamo che in Italia i redditi di capitale sono passati in
10 anni dal 46% al 53% del PIL e nessuno ha detto niente. Avrà a qualcosa a che fare con le
difficoltà per pagare le pensioni.
Il problema della politica alternativa non è un problema di “tu dici A e allora io dico B”. Il problema
risiede nella concezione di una politica economica complessiva diversa che non riguarda solo
l'economia ma anzitutto la politica, perché i progetti non si inventano a tavolino, nascono anche nella
gente che ha voglia di darsi da fare.
Secondo me non è un caso che in questi anni si vada sempre più affermando la “democrazia
televisiva”. Una democrazia nella quale la diffusione delle idee avviene solo in televisione e la gente
se ne sta a casa, è una cosa studiata e voluta (non solo perché la televisione è un ottimo strumento)
ma anche perché la perdita di presenza e quindi di attività, induce anche all'inesistenza e alle
incapacità di produrre un qualche elemento di discussione collettiva nel quale possano venire alla
luce elementi di una politica diversa.
Il governo Juppé contro il quale la Francia si è fermata per un mese (è un governo di destra), nel
mese di gennaio ha fatto un decreto che dice che tutte quelle persone che hanno più di 60 anni e
guadagnano meno dell'equivalente di 2 milioni di lire, avranno un integrazione dallo stato per
raggiungere i 2 milioni, dopodiché ha aggiunto che questo serve per snellire alcune parti del sistema
sanitario degli ospedali perché ci sono molti anziani che non possono vivere da soli per cui vanno a
finire, soprattutto nei mesi estivi, negli ospedali.
A partire da questa integrazione si creeranno 50.000 posti di operatori destinati ai giovani dai 18 ai
25 anni che definiscono una propria professionalità legata all'attenzione della popolazione anziana e
questa a sua volta sarà in grado di pagarsi un servizio di cui ha bisogno.
In Italia se qualcuno proponesse una cosa simile verrebbe accusato di essere un comunista ritardato,
eppure se le confrontate, rispetto ad alcune delle proposte dei governi, francese o tedesco, alcune
cose dette da Bertinotti sono addirittura troppo morbide.
In Francia esiste una tassa sul reddito e sul reddito di capitale da 10 anni e il governo Chirac l'ha
raddoppiata dicendo che si tratta anche di una tassa sull'unità nazionale.
In Germania nell'ultima proposta complessiva di riduzione delle spese pubbliche, Kohl aggiunge
anche la possibilità di tassare l'equivalente dei BOT, appunto come Bertinotti.
In Italia a me sembra che manchi una discussione dei problemi reali, questo è un paese che confonde
la politica con le elezioni e siccome le elezioni ci sono più o meno una volta all'anno discutiamo
sempre di quello e come succede sempre durante le elezioni si pensa soltanto a vincere ... "di quella
cosa discutiamo dopo adesso pensiamo come vincere le elezioni".
Io sono qui da 21 anni e ogni anno si ripete la stessa scena, nel frattempo non abbiamo discusso di
nulla, c'è un arretramento complessivo che fa paura.
Non sto dicendo che i francesi abbiano chissà quale coscienza civica e politica, però parlano di
problemi reali.
Se un marziano arrivasse su questo pianeta e vedesse che 35 milioni di persone muoiono di fame
concluderebbe che manca cibo, ma in questo mondo oggi c'è cibo per 7 miliardi di persone/anno,
siamo 5 e mezzo avanza cibo per 1 miliardo e mezzo di persone.
Per giustificare le loro politiche alcuni gridano “si avvicina la crisi alimentare”....Balle! Non c'è
questo problema malgrado la CEE, gli USA il Canada e il Giappone mantengano con grosse
sovvenzioni una parte del loro territorio affinché non produca, perché la troppa produzione abbassa i
prezzi.
I magazzini di questo continente che contengono latte, carne, olio costano talmente cari, anche
perché gli standard di qualità richiesti sono elevatissimi, che il costo per mantenerli supera il costo di
produzione.
Dal punto di vista economico la CEE farebbe un affarone se prendesse tutta ciò e lo regalasse, ma
non lo fa perché perderebbe il controllo di alcuni mercati. Questo è il vero problema, è un problema
politico ma non economico.
Qual'è l'osservazione su questi temi che si fa nei diversi programmi politici in Italia? Veltroni
direbbe: “ci si scontra su tutto ma sulla politica estera c'è unanimità”.
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