VIMERCATE - BIBLIOTECA CIVICA



VENERDI 24 MAGGIO 1996



BANCA MONDIALE BANDA MONDIALE

RELATORI: Marinella Correggia - Giornalista di Mani Tese Andrea Rivas - Economista e giornalista



Intervento di Andrea Rivas



La Banca mondiale sorge verso la fine della Seconda guerra mondiale insieme al Fondo  Monetario 

Internazionale e al GATT, Accordo generale sulle tariffe e sul commercio, poi  diventato 

Organizzazione Mondiale del Commercio WTO, diretta fra l'altro da un italiano. 

Il loro  ruolo doveva essere "integrato":



Il Fondo, il più importante di tutti, doveva occuparsi di evitare  gli squilibri all'interno dei vari bilanci 

nazionali per evitare che si ricreasse la situazione degli  anni 20 e 30 che aveva portato alla Seconda 

guerra mondiale. Doveva quindi avere un ruolo  guida per l'economia dell'insieme dei paesi che ne 

facevano parte - si trattava di  un'organizzazione ad adesione volontaria - intervenendo nelle varie 

politiche  economiche. 



La Banca mondiale doveva invece "finanziare lo sviluppo", cioè a partire dalle indicazioni del Fondo, 

prestare  denaro a tassi particolarmente favorevoli in particolare ai  paesi del terzo mondo.



Infine, il GATT doveva preoccuparsi di regolamentare il commercio internazionale.



Questi 3 organismi costituiscono gli “istituti di Bretton Woods”.

Nell'ambito delle discussioni che furono alla base della creazione dei  tre organismi c'erano due 

posizioni: una, alla fine vincente e sostenuta dagli USA, e un'altra, difesa da quello che  all'epoca era 

ministro del Tesoro dell'Inghilterra, ovvero l'economista più famoso del  secolo, John Maynard 

Keynes.



Le sue posizioni si differenziavano su tre punti: 

a) Keynes intendeva creare organismi forti effettivamente in grado di intervenire; viceversa la scelta 

fu  per organismi assai deboli, prova ne sia che il Fondo in realtà non è mai intervenuto su paesi 

che non fossero del Terzo mondo, salvo alcuni  casi specifici fra cui l'Italia, dove il Fondo ha 

avuto un ruolo fondamentale in particolare durante  il governo Dini; 

b) sulla moneta per gli scambi internazionali, gli USA proponevano che fosse  il dollaro, come in 

effetti poi fu, Keynes proponeva un cosiddetto paniere di monete formato  dalle monete più 

importanti ponderate a formare una moneta diversa, non appartenente a  nessuno dei paesi (questa 

formula fu poi sperimentata, dal Fondo Monetario, con i "diritti speciali" che non sono una  

moneta ma una carta che dà diritto a prestiti, oppure la famosa moneta europea);

c) sui meccanismi dello sviluppo, quello liberale e quello liberista.  Nonostante la confusione, credo, 

volutamente originata dalla stampa odierna, il liberalismo, nella sua accezione keynesiana, è una 

politica economica dal carattere "espansivo", con investimenti statali decisi  così da creare più 

occupazione e più consumo, mentre il liberismo è quello che viene praticato oggi e propinato 

come unica politica possibile. Keynes, “padre” del liberalismo moderno, ovviamente sostenne le 

sue tesi ma quella che passo alla storia fu l'opzione liberista. Per dirlo con altre parole, Keynes 

poneva l'accento sugli investimenti, il conumo e l'occupazione piuttosto che sull'inflazione.



Fino al 1980 il ruolo dei tre organismi fu relativamente minore, soprattutto perché nei momenti  

cruciali furono soppiantati dagli stati. Gli Stati Uniti, per esempio, gestirono direttamente tutto il 

Piano  Marshall dopo la Seconda guerra mondiale.

Nei primi anni '70 si pose fine ad una delle decisioni fondamentali di Bretton Woods, ovvero al 

sistema dei cambi fissi.  

Nel '45 era stato stabilito che il dollaro si scambiasse con un determinato valore di lire, o di marchi 

... in modo  costante; un sistema che concedeva al dollaro un ruolo preminente: gli Stati Uniti infatti  

non solo erano l'unico paese che poteva avere un controllo decisivo sulla propria moneta, ma anche 

poteva far funzionare la propria moneta da una parte per  gli scambi interni, 

e dall'altra  una moneta totalmente separata per gli scambi esterni (sempre il dollaro) senza creare 

ripercussioni all'interno del paese; fino al punto in cui quella moneta esterna diventò, ed è oggi, assai 

più importante come quantitativo, dei dollari che circolano all'interno. 

Una situazione di  privilegio assoluta, tanto che da quando Nixon nel 1973 chiuse la fase dei cambi 

fissi e iniziò quella dei cambi  fluttuanti, gli Stati Uniti (grazie all'importanza che la loro moneta 

aveva conquistato nel corso degli anni precedenti)  possono decidere in qualsiasi momento il 

rapporto del dollaro con tutte  le altre monete. 

Così l'equilibrio "obiettivo" fra le monete, dettato solo dall'andamento delle economie, restò solo 

teoria sulla carta e le fluttuazioni delle monete,  fenomeno oggi all'ordine del giorno, ebbero poco a 

che fare con lo stato reale delle economie.



Negli anni '80 scoppia il problema dell'indebitamento estero. Lo presentarono come risultato della 

mancanza di  previdenza, della corruzione e dell'incapacità dei governi coinvolti, in particolari di 

quelli del Sud America. 

Le cose andarono in realtà molto diversamente. Nei primi anni '70  gli  USA e la Gran Bretagna 

avevano bisogno di rincarare il prezzo del greggio perché il suo valore a  quel tempo non rendeva 

redditizi i loro giacimenti, in Texas e nel mar del Nord. 

Fu quindi  permesso a un'organizzazione che esisteva da parecchio tempo, l'OPEC, di triplicare in 

un colpo il prezzo del greggio (in Italia ciò comportò una serie di misure di razionamento  

energetico: insegne luminose spente di sera, circolazione automobilistica a targhe alterne ...).  

Successivamente si verifica una congiunzione di due fattori: 

1. da una parte il triplicarsi dei prezzi  del petrolio crea, per i paesi arabi in particolare, un enorme 

aumento delle liquidità in denaro,  senza che essi fossero in grado di impiegare quel denaro per 

innescare  processi di sviluppo (questo infatti presuppone apparati industriali, personale adeguato, 

e via dicendo). Tra il '74 e il '78 l'eccedenza accumulata da questi paesi è pari a 300 miliardi di 

dollari. Che cosa se  ne fanno? Un parte viene spese in armamenti, in parte viene investita (lo scià 

di Persia si compra un parte della Mercedes Benz, Gheddafi della FIAT...), ma la maggior parte di 

questi soldi vengono depositati nelle banche delle due grandi  piazze occidentali,  Londra e New 

York;

2.  ed ecco il secondo elemento importante: la produzione occidentale era entrata in una fase  di 

saturazione; dalla fine della Seconda guerra i volani dello sviluppo economico erano stati i  

frigoriferi, gli elettrodomestici, le vetture, ad un certo punto però il mercato si satura, le vendite  

di questi prodotti scendono, si verifica un rallentamento della macchina  economica in Occidente, 

ed occorre trovare mercati esterni. 



Gli Stati Uniti e l'Inghilterra fanno  quindi ciò che avrebbe fatto qualsiasi banca: decidono di prestare 

i soldi del petrolio; ma non ai paesi più bisognosi bensì a quelli più ricchi fra i bisognosi, quelli che 

avevano più materie prime,  quindi più disponibilità a pagare, e (dettaglio non trascurabile) che erano 

governati da  governi quantomeno autoritari, se non decisamente da dittature militari  (nessuno lo 

scrisse ma fu così). 

I paesi più indebitati alla  fine risulteranno Brasile, Argentina e Cile, che avevano governi militari, 

Venezuela, con un  governo decisamente autoritario, la Corea del Sud e la Nigeria, con governi 

militari, e così via.  

La ragione stava nel fatto che i militari garantivano che questi soldi sarebbero stati spesi  

immediatamente nelle economie dei paesi industrializzati per ciò che loro stava più a  cuore,  ossia 

grandi infrastrutture e armamenti. 

Infatti, nel giro di due o tre anni gli acquisti di armi sul mercato mondiale fanno un  salto enorme. 

Non si è trattato nemmeno di cattiva amministrazione da parte dei militari, visto che  questi soldi 

venivano prestati a un tasso di interesse del 2,5%, mentre l'inflazione internazionale,  in particolare 

quella degli USA, era il doppio: perciò se qualcuno avesse preso questi soldi e li  avesse messi in 

Svizzera ci avrebbe guadagnato di più, senza farci niente. 

Non c'era motivo per rifiutarli, solo che poi furono mal usati (armamenti, progetti faraonici). Tutta la  

grande industria dei paesi economicamente avanzati vi partecipò con gioia.



Due esempi: i nigeriani furono  convinti che la loro capitale Lagos non andava bene e crearono, in 

cinque anni, un'altra capitale  che doveva dare spazio a 1,5 milioni di persone. 

In Brasile fu lanciato un  grande progetto di "conquista dell'Amazzonia", attraverso una ferrovia, una 

strada (la  Transamazzonica) e un grande complesso industriale, il Carajas. 

A Carajas, in mezzo alla  foresta, i brasiliani investirono 80 miliardi di dollari. 

Oggi a Carajas non c'è niente: la foresta  inghiottì tutto. 

Fra i presenti c'erano anche FIAT, Italagas, Montedison, le aziende di Rovelli,  oltre a inglesi, 

francesi e americani.



Nei primi anni '80 diventa presidente degli Stati Uniti, Ronald Reagan, che si propone di far  

superare al suo paese la sindrome del Vietnam (prima grande sconfitta militare). 

Egli, senza alcuna consultazione esterna, decide che i tassi di  interesse sui prestiti che erano stati 

concessi dalle banche e dagli organismi internazionali,  dovevano passare dal 2,5% al 18,5%. Fu la 

catastrofe totale. A partire da  quel momento tutti quei paesi indebitati diventano esportatori di 

capitali e tuttora producono per pagare  questi debiti. 

Il Messico, altro grande debitore, in poco tempo entra in crisi. Questo paese non ha un governo 

militare ma avendo 3.000 chilometri di frontiera con gli USA è sempre stato  sottoposto a cure 

particolari, poi in fondo è "una grande dittatura con consenso  popolare", con un governo, quello 

del Partito Rivoluzionario Istituzionale, che non si è mai  modificato dal 1926 e che di 

rivoluzionario non ha nulla ma di corrotto tantissimo. Comunque, nel '82, il presidente  messicano 

(Lopez Portillo) nazionalizza tutte le banche.

Dopo pochi mesi si  decide, in primo luogo, di propiziare la presa di controllo diretto da parte del 

FMI sui paesi  indebitati. 

I paesi hanno un grosso bisogno di liquidità e si decide che chi non firmerà un  accordo con il Fondo 

alle sue condizioni, non avrà più  una lira di prestito da nessuna banca.  

Tutti accettano e inizia la storia delle cosiddette "carte d'intenti": un documento che il Fondo  

stabilisce ogni anno con ognuno di questi governi, e in cui determina:

  quali devono essere le  spese dello stato;

  quanti devono essere i funzionari; 

  quali le tariffe per tutti i servizi pubblici;  

  quale il budget; 

  quali i settori in cui lo stato può investire. 



Il Fondo si prende il  Ministero del Tesoro e quello del Bilancio di tutti i paesi indebitati senza colpo 

ferire:  “arrivano i seri tecnocrati che di economia si intendono, al posto di quei governi arraffoni”.  

La Banca mondiale a quel punto si doveva assumere il  compito di finanziare alcune attività  

immediate da parte di questi paesi, destinate a raccogliere dei soldi per pagare i debiti. Quindi  le 

missioni internazionali del Fondo avrebbero decretato che un paese poteva produrre, ad  esempio più 

carne o più grano, e la Banca avrebbe prestato soldi a tasso agevolato per produrre  quella merce, da 

destinare all'esportazione. 

Infine il GATT si sarebbe occupato di liquidare tutte le barriere doganali e le protezioni industriali 

che esistevano  in questi paesi. 

Il libero commercio diventa il “credo di esportazione” (non lo si applica mai nei paesi industrializzati) 

contro il quale nessuno può  protestare e ogni paese deve aprire la propria economia e diventare 

"concorrenziale". 

Si  impone l'idea di rimpiazzare tutto il settore assistito cosicché sopravvivano solo quelli in grado  

di produrre a costi minori e quindi competere sul mercato internazionale; una sorta di  teoria 

darwinista nell'economia: sopravvivono i più adatti, gli altri scompaiono.



Questa potrebbe sembrare una tesi tecnica come tante altre, ma se andiamo a vederne i risultati,  se 

ne recepisce un significato politico. 

Partiamo dal debito estero: tutta l'operazione veniva  giustificata con la necessità di risolvere la 

situazione debitoria, una vera necessità: mezzo sistema  bancario statunitense sarebbe infatti crollato 

se i soldi non fossero stati resi. 

I paesi, era  evidente, non potevano pagare: la cifra che avrebbero dovuto sborsare, a metà degli anni 

'80  era, in media,  pari a tre volte il valore totale delle loro esportazioni. 

Si inventò quindi questa soluzione  contabile: tu sei il Brasile. Il tuo debito è uguale a 100 miliardi di 

dollari, mi devi pagare quest'anno 20 miliardi di dollari di interessi, non li  hai, quindi te li presto. 

Naturalmente, visto che è solo per pagare me, non ti do una lira; faccio  una partita contabile, scrivo 

che hai ricevuto questi 20 miliardi e li faccio entrare nella mia  stessa cassa di un'altra partita. 

Naturalmente alla fine di quest'operazione mi devi 20  miliardi di dollari in più. 

L'anno prossimo quindi parleremo di 125 miliardi di indebitamento (ai 120 vanno aggiunti gli 

interessi per il nuovo prestito).

Risultato: quando l'operazione partì nel 1980 il debito dei paesi del Terzo mondo

era circa di 450  miliardi di dollari; oggi è di 1700.

Non si può quindi certo dire che questo sistema abbia  risolto il debito estero. 

Nel frattempo nessuno di questi paesi è riuscito a pagare una quota  sostanziale del proprio debito 

(unica eccezione il Cile e la Corea del Sud).



In secondo luogo si deve fare in modo che questi paesi producano per generare risorse. 

E infatti oggi osserviamo che esistono intere regioni o nazioni completamente specializzate in 

determinate produzioni alimentari.

Ad esempio tutta una zona dell'Africa  produce cacao, banane e noce di cocco; il centramerica 

produce caffè.

La logica del Fondo Monetario è: chiudete la produzione destinata al mercato interno,  non interessa 

la moneta locale, e producete ananas, banane, caffè... così facendo la produzione di materie  prime 

destinate all'esportazione dei paesi indebitati aumenta effettivamente di tre o quattro volte.



Alcuni esempi: la  produzione di rame nel Cile quadruplica in questo periodo.

In campo agricolo la cosa è più grave, le terre sono quelle che sono, e in particolare in Africa questo 

sistema  introduce due  elementi di distorsione immediati: 

1. aumentano le superfici coltivate (per  l'esportazione) il che aumenta il degrado dei suoli; 

2. visto che le produzioni  destinate al consumo locale vengono ridotte, i loro prezzi  al consumo 

rincarano. Così  succede che in tutti questi paesi i prezzi dei prodotti destinati all'esportazione 

non  aumentano, mentre quelli dei prodotti destinati ai "poveracci", fagioli o polli che siano, 

aumentano.



Ecco perché si dice che questa politica provoca fame per grandi quote di popolazione. Secondo  me  

si voleva proprio questo; anche se poi ci saranno delle timide autocritiche.



Un'altra considerazione: lo stato in questi paesi era assai presente in campo economico. 

In America Latina  ad esempio  controllava una quota significativa dell'economia nel suo complesso: 

le attività strategiche come petrolio, gas, miniere, elettricità, acqua e servizi nonché molte industrie. 

Lo stato, in assenza di  privati, aveva avviato tutto il settore industriale. 

La logica da qui in poi  diventa invece: privatizzate tutto. Chi non privatizza infatti non  riceve gli 

“aiuti”, e quindi non  paga il debito etc.

Questo si è tradotto per tutti i paesi debitori, che hanno creduto o subìto questa politica, in una 

colossale svendita di tutto ciò che avevano.

Svenduto, anche perché visto che tutti vendevano le stesse cose (banane, caffè, materie prime ma 

anche  le compagnie aeree) i prezzi erano molto bassi. 

A questo proposito posso citare alcune cose curiose. Ad esempio alcune linee aeree europee si sono 

comprate praticamente tutte  le linee del continente latinoamericano. Lo stesso per tutto il resto. 

Si arriva al punto in cui partecipano anche aziende municipali, come la stessa AEM di Milano che sta 

cercando di  acquistare delle quote dell'azienda acqua di Buenos Aires a prezzi stracciati e con una  

logica dubbia. La curiosità è sotto due aspetti: anizitutto che sono compagnie pubbliche che qui 

dovrebbero snellirsi mentre là si ampliano; inoltre è curioso che aziende pubbliche europee o 

statunitensi siano così ben gestite da “dover assumersi” l'onere di comprare e amministrare le ex 

aziende pubbliche del terzo mondo. Pensate, la TeleCom, la RAI o l'Alitalia come modelli di 

amministrazione razionale e pulita.



Facciamo tre esempi estremi di privatizzazioni. 

1. Le strade: la privatizzazione dell'Argentina è  arrivata a un punto tale per cui da un paio d'anni, 

sotto il governo Menem, vengono  sponsorizzati i nomi delle strade. Se uno di voi ha voglia di 

avere una strada con il proprio  nome può andare al municipio di Buenos Aires e si compra un 

pezzo o una strada completa per un  anno; per questo adesso c'è la strada Coca Cola e simili.

2. I cimiteri, erano pubblici ma da alcuni anni in Cile e Perù (fra gli altri)  sono diventati privati. 

Sono anche migliorati, alcuni sono bellissimi, però chi non ha soldi per  mettere al cimitero i 

propri cari, sono fatti suoi, e anche fatti della comunità perché si tratta di un  problema sanitario 

non risolto. Va detto, per fare un po' di humour nero, che i militari hanno  contribuito a risolvere 

una parte del problema, eliminando una parte dei morti direttamente (dasaparecidos). Per questo 

uno dei piccoli progetti di cooperazione più sentiti in un quartiere di Lima era quello di riuscire  a 

comprare un inceneritore per fare spazio nei cimiteri.

3. Le pensioni. Ricorderete che durante il governo Berlusconi il ministro Pagliarini citò più volte 

l'esempio del sistema pensionistico cileno,  come unico ben funzionante. Sono nato in Cile, 

conosco il paese e posso confermare:  funziona ed ha dei grossi profitti, ma bisogna raccontare 

come andò. Il governo militare  cileno procedeva per “decreti supremi”. Il primo, famoso, diceva: 

da oggi esiste una giunta  militare, formata dai seguenti signori; alcune persone sono fuorilegge, 

fra cui tutti i marxisti,  anzi aggiungiamo che gli unici marxisti buoni sono quelli morti (scritto nel 

decreto). Un secondo  decreto stabilì che un certo numero di marxisti,  non eravamo mai nati in 

quel paese e ci fu  cancellata l'iscrizione all'anagrafe (succedeva in tutta l'America, non è una 

particolarità cilena).  Sulle pensioni il governo cileno fece un decreto del genere: 

 Da domani non ci sono più  pensioni; 

 Chi ha dato ha dato chi ha avuto ha avuto, cioè chi ha pagato peggio per lui;  

 da domani ogni cileno è autorizzato a creare un qualsiasi sistema pensionistico. Basta seguire le 

procedure e presentare il corrispondente formulario.

Era il 1974, pochi mesi dopo il colpo di stato. Pinochet lasciò il  governo sedici anni dopo. 

Durante quel periodo il sistema funzionò coercitivamente. Oggi  funziona  in modo non più 

coercitivo: ad esempio i grandi gruppi, come i sindacati, si  costituirono una propria cassa di 

pensione, e da allora prendono i contributi dai vari  soggetti iscritti (ma i contributi minimi sono 

piuttosto pesanti).

Ci sono alcuni limiti: il sistema non è valido per i  bambini, perché hanno troppo malattie, né per gli 

anziani, perché troppo vecchi. 

Inoltre chi  non è in grado di iscriversi, non può che ricorrere al poco che resta del sistema pubblico e 

anche se non siamo al  punto che uno muore di appendicite per strada, più o meno siamo lì (ciò che 

resta del sistema sanitario pubblico è legato alle facoltà universitarie che debbono far praticare i 

propri studenti). 

Oggi circa due terzi dei  cileni sono iscritti al sistema privato, e per loro funziona abbastanza bene, 

per il restante  terzo è notte fonda. 

Lo stesso avviene con le scuole, che sono private e carissime. 

In Cile,  dove lo stipendio medio è di 250 dollari al mese, le tasse universitarie arrivano anche a 

6.000 dollari  annui. Le università sono molto buone ma non sono molti a poterle frequentare.



Torniamo alla Banca e al Fondo. Essi hanno amministrato l'insieme dei paesi dell'America  Latina, 

dell'Asia e dell'Africa. 

Sono 80 i paesi la cui politica è diretta dai funzionari del Fondo e della Banca. 

Chiunque dica che quei paesi non funzionano perché hanno governi carnevaleschi,  quantomeno non 

sa di cosa sta parlando. 

La colpa è di chi comanda, cioè dei funzionari del Fondo e della Banca, che passano invece per 

grandi saggi. 

Gli unici a non aver obbedito agli ordini del Fondo sono proprio quei paesi asiatici le cui 

performance economiche sono normalmente  considerate miracolose. 

Corea del Sud, Singapore, Taiwan, Hong-Kong, mai hanno seguito  questi consigli. 

Non hanno privatizzato nulla, hanno continuato con le sovvenzioni statali. 

Da  qualche tempo la Banca mondiale ha cominciato una piccola autocritica, per sostenere che  forse 

le cure erano troppo radicali, che facevano morire la metà dei malati e che l'altra metà  non 

sopravvive benissimo; nonostante ciò non è cambiato assolutamente nulla.

La storia della Banca e del Fondo riflette esattamente le posizioni dei governi degli USA negli  ultimi 

vent'anni; sotto Carter c'era una politica, sotto Reagan un'altra, e sotto Clinton sono  dubbiosi.



Nel frattempo i paesi del terzo mondo sono diventati esportatori netti di capitali, per la prima volta 

nella loro  storia. 

Per dare un'idea: nel corso degli anni 80, il saldo negativo per America Latina e Africa è stato pari a 

240 miliardi  di dollari, che sono la differenza fra le loro spese per pagare il debito estero e quanto 

invece questi paesi hanno ricevuto da fuori,  a titolo di cooperazione, investimenti, prestiti o a 

qualsiasi altro titolo. 

L'America Latina ha pagato la maggior parte, ma anche l'Africa ha contribuito, e ha al suo interno i 

paesi più  poveri del mondo.



Facciamo qualche paragone. Se attualizziamo i costi degli USA per cinque anni di Piano  Marshall, 

che erano pari a 13 miliardi di dollari, otteniamo circa 65 miliardi di dollari.  Quindi quello che hanno 

pagato i paesi del Sud a causa del debito è pari a 4 volte il Piano  Marshall.



Conclusione: gli organismi internazionali e i governi fanno un gran parlare di politiche dello  

sviluppo, sia al loro interno che verso il Terzo mondo. E'  una bella campagna pubblicitaria. 

Le preoccupazioni per lo sviluppo del Terzo mondo non  sono mai state  presenti nelle menti degli 

organismi di Bretton Woods e nemmeno in quelle dei governi occidentali. 

Il  vero obiettivo è quello di propiziare la reddivitià del capitale. 



Ciò ci costringe a vedere qual'è  oggi la logica del capitale e lo stato dell'economia.

Viviamo dal 1967-70 sotto l'idea che questo  paese è in crisi. "C'è la crisi", e tutto avviene perché c'è 

la crisi; i disoccupati ad esempio. 

Se guardate  alcuni dati però trovate che l'anno scorso la Fiat, per esempio, ha raddoppiato i propri 

utili; le  banche anche; negli ultimi 4 anni le borse europee hanno aumentato i loro valori del 350%; il  

tasso di crescita medio annuo negli ultimi trent'anni nei paesi industrializzati è stato del 4%.  Ecco 

perché secondo me la crisi è un altro specchietto per le allodole. 

Qui non c'è la crisi; è che il  capitale non ha degli scopi produttivi che gli permettono di avere dei 

tassi di profitto da lui  stimati sufficienti. 

E quindi, invece di investire in attività produttive, investe in attività  speculative, finanziarie. Nel 

1995 il commercio mondiale di beni e servizi, cioè di tutto ciò  che vediamo, tocchiamo e ci serve, è 

stato uguale a 6.500 miliardi di dollari; ma il movimento  finanziario nel 1995, ogni giorno è stato 

uguale a 1.500 miliardi di dollari. 

Ogni 4 giorni in scambio finanziario si è cambiato tanto valore quanto tutto il commercio in un anno. 

Se  prendiamo l'economia mondiale e la dividiamo in 100 parti, 99 sono speculazione e una è  

produzione.

Perché allora ci sono 2,5 milioni di disoccupati in Italia e tanti altrove? 

Perché  l'economia, che va benissimo dal punto di vista complessivo, si esprime sostanzialmente 

come speculazione finanziaria e non attraverso la produzione. 



Facciamo un piccolo esercizio pratico:

1. Supponiamo che domani fate un 8 al totogol e vincete 8 miliardi di lire. Economicamente il 

problema si può riassumere nella solita domanda: “che fare?”.

 1^ ipotesi: apriamo una fabbrica di scarpe a Palermo (siete solidali con il Mezzogiorno). E' una 

pazzia perché, senza contare il “pizzo”, guadagnereste pochissimo, e non è solo questione di 

infrastrutture mancanti. E' anche che il sistema bancario fa pagare tassi di interesse molto più alti 

per il denaro. Anche per il vostro. Cioè se non fosse per le banche potrebbe funzionare come al 

Nord ma le banche ci sono. Ma poi siamo certi che investire nel settore produttivo convenga 

almeno nel Nord?

2. Cambiamo sede degli investimenti. Andiamo nel mitico Nord Est e avviamo qui la nostra fabbrica, 

immaginiamo di guadagnare il 12% del capitale investito, 960 milioni circa, (a Palermo sarebbe 

stato la metà secondo i vari indici confindustriali). Ma sono 960 milioni lordi, a cui bisogna 

sottrarre le tasse e, si sa, lo Stato italiano è vorace. Quindi se non volete ridurre il vostro 

guadagno al 50% dovrete diventare evasori totali, fare ronde antifisco ecc. E' una faticaccia, ne 

vale la pena?

3. Andate a Lugano con i vostri soldini, è del tutto legale. Con 8 miliardi di lire potete avere il 10% 

di interessi annui: 800 milioni puliti, esentasse ... unica fatica, spenderli!

4. Investite nelle borse estere. Secondo il “Sole 24 ore” , “reinvestite oculatamente potete 

guadagnare (1995) il 33% dell'investimento (2,6 miliardi). Va  meglio, ma è rischioso! E allora?

5. Allora trovatevi uno “gnomo di Zurigo” ed entrate nei Rolls Programs statunitensi che sono 

analoghi ai BOT, però hanno alle spalle la forza degli USA. ci guadagna ben il  58%, cioè 4,6 

miliardi in un anno. 

Dunque, se uno investe nella fabbrica di scarpe, è un pazzo, ecco la verità. 

La differenza è che la fabbrica di scarpe creava almeno 50 posti di lavoro o a Palermo o nel Nord-

Est, mentre la  speculazione tutt'al più dà del lavoro a un signore molto abile denominato finanziere, 

il resto  sono fax, telex, sistemi di comunicazione e così via. 



Ecco perché quando i politici dicono "siamo in crisi, quindi dobbiamo affidarci alla la ripresa 

economica", stanno dicendo una sovrana stupidità.  

Infatti, in termini puramente economici, che la gente stia bene o male è irrilevante. 

Ciò che  conta sono gli aggregati economici, il prodotto interno, i valori di borsa.

Tutto ciò può crescere  indefinitamente anche se la gente sta a casa o muore nel frattempo. 

Le condizioni oggi della  ripresa, con questo peso del capitale finanziario e con il tipo di sviluppo 

tecnologico che abbiamo, sono tali per cui se vogliamo avere un aumento di produttività in Italia, e 

anche nel  Terzo mondo, lo si farà ancora a spese dell'occupazione. 

Con queste politiche, che sono quelle  del Fondo e della Banca, non c'è soluzione, ci vuole un 

progetto di altro tipo.

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Intervento di Marinella Correggia



Vorrei limitarmi a fare alcuni esempi dell'operato della Banca Mondiale, che è un po' il braccio  

"dolce" della triade di Bretton Woods, perché è l'organismo che finanzia "progetti di sviluppo"  nei 

paesi che hanno accettato in numerosa schiera di sottostare alle condizioni del Fondo. 

Però  prima, quasi come premessa, vorrei accennare ai tentativi di opposizione all'operato del Fondo 

Monetario Internazionale che ci sono stati. 

Uno di questi, forse il più degno e coraggioso, fu  quello del Burkina Faso, negli anni fra l'83 e l'87 

quando il Fondo monetario dettava legge in Africa.

Furono gli anni di un'esperienza rivoluzionaria molto particolare guidata da Thomas Sankara, un 

presidente che oltre a porre al centro del suo operato i contadini, l'autosufficienza alimentare e 

l'indipendenza politica del  paese, propose più volte, in sede di Organizzazione per l'Unità Africana, 

ai paesi in situazione debitoria che stavano già ricorrendo al Fondo monetario, di non pagare il  

debito. 

Ad Addis Abeba, nel 1985, Sankara propose di creare un "Club dei debitori", da opporre al Club  dei 

creditori. E disse: “Non dobbiamo più pagare il nostro debito estero. Se continuiamo a pagare ne 

moriranno le nostre popolazioni. Se non paghiamo, i grandi creditori non moriranno di fame.  Se 

ne rendano conto: hanno speculato sulla nostra pelle, con la complicità di governi corrotti; hanno 

perso, accettino il gioco. Non paghiamo!".

Egli smascherava così le speculazioni che stavano  dietro l'operazione debito estero.



Sankara finché fu in vita, venne ucciso nel 1987 in un colpo di stato, non accettò mai di  far entrare il 

Fondo Monetario nel suo paese. 

I suoi successori furono molto meno rigorosi e  decisero che il Burkina poteva pure indebitarsi e poi 

ricorrere al Fondo, visto che lo avevano fatto tutti. 

Sotto la presidenza di Sankara, invece, si preferiva l'austerità autoimposta, come alternativa agli 

aggiustamenti strutturali che sono il pacchetto che il Fondo e la Banca propongono ai paesi debitori 

e che comprendono la riduzione della spesa pubblica, degli  investimenti in campo sociale, e in una 

certa misura, la riduzione delle importazioni. 

Sankara  diceva, e dimostrava, che tutto questo si poteva fare senza sottostare alle imposizioni  

antipopolari del Fondo Monetario.

La disponibilità di denaro nelle mani del governo  burkinabé era limitatissima (il Burkina è fra i paesi 

più poveri al mondo) e si basava su un'economia di sussistenza rurale che non consentiva allo stato 

grandi entrate.

Ma il budget pubblico arrivò quasi in pareggio, grazie a un piano di controllo severo non solo  della 

corruzione e delle spese di funzionamento della macchina dello stato (dalle auto ministeriali che si 

trasformarono in semplici Renault 5, alla riduzione dei privilegi dei  funzionari). Con Sankara che 

dava in prima persona un esempio di frugalità. 

Ecco, un paese  del profondo Sahel che tuttora è al penultimo posto della classifica dell'ONU sullo 

sviluppo  umano lanciò così il suo messaggio.

Non fu accolto, perché gli altri capi di stato africani erano lontani dalla purezza della rivoluzione 

burkinabé e preferivano spendere e spandere salvo poi  ricorrere al Fondo.



Così ora siamo nella situazione in cui l'Africa sta finanziando, con il pagamento degli interessi  sul 

debito, il Nord del mondo: un bel Piano Marshall alla rovescia. 

Nel 1980 il debito dell'Africa  subsahariana era di 82 miliardi di dollari, nel 1994 era salito a 211, 

pari all'82% dell'intero  prodotto interno lordo della regione. 

Nel 1995 la regione ha sborsato più di 110 miliardi di  dollari come pagamento degli interessi e 

servizio del debito. 

Naturalmente questi soldi da  qualche parte devono uscire e l'Africa è costretta ad accordare sempre 

più terre alle colture  per l'esportazione, quelle che impoveriscono i suoli; a licenziare i dipendenti 

pubblici; a  privatizzare; a ridurre i sussidi ai produttori anche agricoli; a ridurre drasticamente le 

spese sociali come istruzione e previdenza, che già sono molto basse in questi paesi.



In questo contesto di aggiustamenti strutturali che causano notevoli disagi sociali senza  peraltro 

risolvere il problema del debito, la Banca Mondiale arriva con i suoi funzionari, i più pagati fra tutti i 

funzionari internazionali (circa 20 milioni al mese) e propone progetti di  sviluppo. 

Questi progetti sono stati caratterizzati dall'avere dimensioni faraoniche: grandi  investimenti, grande 

impatto ambientale e sociale, grandi dighe, grandi  strade, centrali idroelettriche e a carbone.



Famoso è il caso della diga nella Narmada Valley in India. 

La diga sarebbe servita ad  approvvigionare in energia una zona ricca di industrie nello stato del 

Maharastra; ma  insisteva nello stato del Gujarat. 

Per riempire l'invaso si sarebbero dovuti allontanare centinaia  di migliaia di tribali. 

Grazie a una lotta condotta dalle popolazioni locali, e appoggiata poi da movimenti ambientalisti 

occidentali, la Banca mondiale ordinò una valutazione "socio-ambientale".  

E poi ritirò i finanziamenti. 

Per un progetto che si è interrotto, molti altri continuano. E' notizia  recente un progetto nella 

foresta primaria del Camerun: una grande strada la squarcerà, paga la  banca. E in Lesotho, piccolo 

stato dell'Africa del Sud, la banca sta progettando una grande  diga che dovrebbe servire non certo a 

portare acqua ed elettricità agli abitanti dei villaggi, il  che sarebbe ben giusto, bensì a vendere 

elettricità al Sudafrica.

La costruzione di una diga analoga in Nepal, diga chiamata Arun è stata invece sospesa; ci sono state 

delle dinamiche strane per cui alla fine la Banca Mondiale l'ha sospesa e non sono state proposte 

alternative, mentre in realtà esistono.

E' stato dimostrato che dighe di piccola dimensione potrebbero produrre energia elettrica più 

remunerativa anche creando un maggior numero di posti di lavoro, ma la Banca Mondiale non 

gradisce questi piccoli progetti. 

Un altro esempio riguarda la ristrutturazione di una centrale a carbone in Orissa (Stato indiano del 

sud est). Questa centrale a regime sarebbe così inquinante da produrre 1/4 dell'aumento di "effetto 

serra" previsto per i prossimi anni.



E' abbastanza frustrante parlare di queste situazioni e sentirsi delle nullità di fronte a giganti come la 

Banca Mondiale e un po' è così, non dobbiamo illuderci. 

Qualcosa però si può fare soprattutto se alcuni governi di paesi del Nord, che siedono al tavolo del 

G7, si decidono a muoversi. 

Qualche pronunciamento in sedi istituzionali per il cambiamento delle politiche della Banca 

Mondiale, c'è stato.

Nel '94 il parlamento italiano ha approvato un O.d.G. che impegnava il governo a chiedere alla 

Banca Mondiale una revisione profonda dei suoi criteri d'intervento, poi però la cosa non ebbe 

seguito. Nel '95 nel vertice dei G7 ad Halifax, ugualmente i paesi più industrializzati del mondo si 

sono impegnati a lavorare per la riforma delle istituzioni finanziarie internazionali FMI e Banca 

Mondiale affinché mettano lo sviluppo sostenibile e la lotta alla povertà al centro delle proprie 

politiche e, per la prima volta, si è cominciato a ventilare la possibilità di una rinegoziazione del 

debito estero dei paesi indebitati. Cosa importante in sé perché gli organismi internazionali non 

hanno mai voluto sentir parlare di riduzione/abbuono ne tantomeno di annullamento del debito. 

Questa sarebbe una grossa novità; probabilmente ci sono dei fattori d'interesse che spingono a 

queste scelte perché, per esempio, per attenuare la recente crisi finanziaria del Messico si è speso 

qualcosa come 50.000 miliardi per cui la Banca Mondiale si è resa conto che sarebbe più oneroso 

provvedere poi in sostegno a questi poveri piuttosto che intervenire subito con queste agevolazioni 

finanziarie.



A livello di società civile, invece, sta partendo in Italia una campagna sulla Banca Mondiale (non 

diciamo contro, ma sulla) che si riallaccia a campagne statunitensi e del Nord Europa che porrà al 

centro delle richieste il cambiamento nello stile dei progetti della Banca Mondiale e sottolineerà il 

fatto che è abbastanza assurdo dare con un dito quando poi si prende con tutto il braccio e quindi 

finché il problema del debito estero non si pone globalmente sarà anche inutile che la Banca 

Mondiale faccia anche degli ottimi interventi locali.



La campagna ha un comitato con sede a Roma ma le richieste verranno veicolate dal governo 

italiano, se lo vorrà, e attraverso l'opinione pubblica vedremo poi con quali strumenti, invio di lettere 

o quant'altro.



Vorrei terminare riallacciandomi a quello che sottolineava Andrea, più tecnicamente di me, sul 

capitale finanziario; questo denaro che produce denaro senza passare attraverso la merce e ne 

produce molto di più che se passasse attraverso la merce.

Quando si parla di debito estero si dice che non ci siano le risorse, che l'economia crollerebbe, le 

banche fallirebbero etc.; un economista canadese, Tobin, ha proposto, inascoltato, di istituire una 

piccola tassa del solo 0,5% su queste transazioni speculative di capitale ed ha calcolato che in un 

anno con questa piccola tassa si riuscirebbe a raggranellare sui 150.000 miliardi.

Quindi rispetto al 1700 miliardi di dollari che è il totale del debito esterno del sud del mondo non 

sarebbe poi così poco, circa il 10%. 

L'economista Tobin non propone però di destinare questa tassa per ripagare il debito ma per avviare 

programmi per lo sviluppo umano, ad esempio con programmi di micro-credito a favore di chi il 

denaro non lo vede neanche da lontano. 

I poveri del sud del mondo sono contadini ed artigiani che si vogliono organizzare, se necessitano di 

qualche centinaio di dollari per iniziare un'attività e ricorrono agli usurai si indebitano peggio degli 

Stati, quindi attivare sistemi di micro-credito agevolato servirebbe a far decollare le economie locali 

o almeno permetterebbe a tantissima gente di risolvere i problemi quotidiani di liquidità. 

E' paradossale che non si diano 100.000 lire quando ci sono così tanti soldi da un'altra parte.

D'altra parte la Banca Mondiale e il FMI possono essere viste come un Robin Hood alla rovescia 

cioè che ruba risorse ai poveri per darle ai ricchi mentre la tassa proposta da Tobin andrebbe  nella 

direzione giusta le risorse vengono drenate ai ricchissimi per investirle sul piano sociale. 

Con un piccolo gioco di parole potremmo chiamarla "Tobin Hood" tax. 

Questa tassa è stata proposta come misura anti-povertà al vertice di Copenaghen del marzo '95 ma 

non è stata accettata. Forse si potrebbe pensare ad una campagna di promozione.

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D: Chi gestirebbe i fondi della Tobin Tax?



R: Correggia: Buona domanda: nell'idea di Tobin erano gli organismi umanitari dell'ONU come 

UNDP (programma per lo sviluppo delle Nazioni Unite) e gli altri organismi che si occupano di 

salute o agricoltura che dovevano gestire questa tassa.

Lo stesso problema si poneva quando sono state avanzate le proposte di scambio "debito contro 

natura", sull'onda della conferenza di Rio su Ambiente e Sviluppo, per cui un paese indebitato 

avrebbe potuto impegnarsi decisamente sulla strada dello sviluppo sostenibile e destinare porzioni di 

territorio a riserve di biosfera (dato che abbiamo anche bisogno di foreste che diano respiro al 

pianeta) e in cambio gli sarebbe stato abbuonato una parte di debito, alcuni hanno però cominciato a 

temere che in questo modo si sarebbe arrivati a una sorta di ricolonizzazione di territori e quindi 

anche la gestione di una tassa come la Tobin avrebbe questo stesso problema se fossero i donatori a 

gestirla. 



La Tobin Tax proposta dal UNDP è stata rifiutata da tutti i paesi anche da quelli del indebitati 

perché, a mio parere, sono sicuri che non sarebbe stata accettata in quanto,  negli organismi 

internazionali, non vale il principio "una testa un voto" ma i voti sono in mano a chi  detiene i capitali 

che non potrebbero mai accettare che un paese come il Burkina Faso imponga delle tasse simili.

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D: Qual'è il ruolo dei mezzi d'informazione?    



R: Correggia: Sono temi difficili, anche i giornalisti che si occupano di economia non riescono ad 

avere chiari i nessi senza essere troppo di parte.

Ad esempio in Italia se vogliamo informazioni attendibili sul lato economico leggiamo il "Sole 24 

ore" il quale però è molto di parte, possiamo dire anti-popolare.

L'informazione poi, tanto libera non è.

Qualche giorno fa a Roma c'è stata una conferenza sugli embarghi come strumento di politica 

internazionale; c'era una sezione dedicata all'informazione e all'embargo sull'informazione da cui 

risultava che come ci sono le grandi istituzioni finanziarie, le grandi potenze del mondo, così ci sono 

poche grandi agenzie stampa che hanno il monopolio dell'informazione.

Chi informa sul sud del mondo? C'è questa rete internazionale la InterPressService che però non 

raggiunge le masse, non raggiunge la nostra TV e i nostri giornalisti; quindi da un lato la difficoltà 

degli argomenti, tranne quando succede qualcosa di eclatante, dall'altro, secondo me, c'è anche 

l'intento e la malafede.



R: Rivas:  Ho qualche dubbio su quanto diceva Marina, credo che sia sempre conveniente 

semplificare le cose, ora prendiamo "Le Monde" di oggi; gli articoli che troviamo in prima pagina 

dovrebbero coincidere con i giornali Italiani, a parte le politiche nazionali. 

Abbiamo invece: Operazione militare francese in Centrafrica, discussione sulle zone franche in 

campo economico, tagli al budget dell'educazione nazionale (molto simile all'Italia), articolo centrale 

"Una nera americana vinta dal razzismo millenario" storia di una donna cacciata da un quartiere 

"bianco" di Philadelphia. Io scommetto che questa notizia, passata sicuramente dalle agenzie, non sia 

apparsa su alcun giornale italiano. 

Articolo di fondo "Gli economisti di Chicago vedono l'avvenire in rosa" ci racconta di una 

discussione sull'economia internazionale tra i professori dell'Università di Chicago, professori che 

rappresentano l'estrema destra in campo del pensiero economico ed hanno vinto 4 degli ultimi 5 

premi Nobel dedicati al settore.

Accanto a questa vi è una discussione sull'economia giapponese e sul Sud Africa e i colpi di Stato in 

tutta la regione. 

Altri articoli "La crisi della mucca pazza", "La riforma del sistema educativo in Europa" e "Il mito 

della mondializzazione economica". 

Ora non dico che questo giornale sia il massimo però contiene delle informazioni che in Italia nessun 

giornale passa e questa è una scelta. Chiunque abbia lavorato in un giornale o in una radio sa che le 

agenzie comunque danno una quantità di informazione talmente grande che uno dei veri problemi è 

quello della scelta.



Il problema non è, quindi, che l'informazione non arriva (sicuramente non arriva tutta), ma senz'altro 

c'è da parte di qualsiasi organo di stampa, una scelta che ha a che fare con delle decisioni 

politiche, della proprietà piuttosto che del corpo dei redattori ma anche con dei fattori culturali. 

Io mi ricordo che negli anni ottanta quando ero direttore di una radio a Milano i dati sull'effetto serra 

o sul buco dell'ozono venivano considerate da noi e da tutta la stampa come notizie tappabuchi, poi 

diventarono notizia da prima pagina.

Il dato culturale vuol dire questo: se uno non sa di che cosa si parla, non è in grado di deciderne  

l'importanza.

Non credo che ci sia solo un problema di “spirito reazionario”: le scelte non sono solo politiche, è 

troppo facile dirlo, ci sono anche scelte culturali. 

In più, nel caso italiano, c'è da sempre uno scarsissimo interesse per ciò che avviene al di fuori 

dell'Italia, al massimo si guarda in Europa. 

Sicuramente ciò ha a che fare con la mancanza di una grande tradizione coloniale (e ciò è positivo) 

però se pensiamo che in Argentina su 28 milioni di abitanti ci sono 14 milioni di Italiani (se ci fosse la 

regola che il passaporto si tiene fino alla terza generazione) come si fa a parlare dell'Argentina solo 

per parlare male di Perón? Questo è l'unico rapporto con un paese con cui i rapporti culturali 

dovrebbero essere quantomeno intensi!

Un altro esempio sulle immigrazioni: le statistiche dicono che tra il 1885 e il 1900 nel solo porto di 

Buenos Aires arrivarono 5 milioni di Italiani, se si fanno un po' di conti si arriva al risultato di circa 

920 italiani sbarcati ogni giorno e gli Italiani non erano gli unici che arrivavano! Cito questo dato a 

proposito dell'immagine "l'invasione degli extra-comunitari"; pensate se sul suolo Europeo 

arrivassero 920 extracomunitari (non svizzeri) per 15 anni tutti i giorni.



Per spiegare anche il problema dell'immigrazione non sarebbe male pensare anche a questo oppure 

ricorrere alla raccolta dei giornali francesi attorno ai primi anni di questo secolo quando ci fu la 

grande emigrazione italiana, anche verso la Francia. 

Ci si accorgerebbe che i francesi qualificavano gli italiani esattamente negli stessi termini (a parte "vu 

cumprà" che è un invenzione italiana) con cui gli italiani oggi descrivono i costumi dei “marocchini”: 

“non si lavano mai”, “stanno in 10 in una stanza”, “si muovono  sempre a gruppi”, “mettono i panni 

fuori dalla porta” ... lasciamo perdere.

Ci sono moltissimi scritti su quegli anni in Francia ma stranamente in Italia non c'è un libro 

sull'emigrazione italiana, sui "macaronì" in Francia, eppure erano qualche milione.

In Svizzera ci sono 2,5 milioni di immigrati su una popolazione di 5 milioni, per cui saranno pure 

tutto quello che volete ma convivono con una popolazione di immigrati pari al 50% ma episodi come 

quelli denunciati a Roma (ad esempio, somali bruciati vivi perché dormivano nelle panchine di un 

parco) in Svizzera non si sono mai visti.

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D: Come funzionano gli organi direttivi degli organismi internazionali?



R: Rivas: In tutti questi organismi si partecipa con quote derivate dall'acquisto di una parte 

dell'istituto stesso, come in una società per azioni, ogni paese che si associa alla Banca Mondiale o al 

FMI compra una quota di queste azioni, tot. dollari equivalgono all'1% del Fondo e vota secondo 

questa sua partecipazione



Lo statuto della Banca stabilisce che per approvare un progetto bisogna avere una percentuale di 

voto a favore superiore all'87%; va detto che l'UE, che funziona come un complesso, ha il 33% 

(quindi ha diritto di veto) e che gli Stati Uniti hanno il 25% e quindi anche loro hanno diritto di veto, 

per cui aldilà delle questioni tecniche non è mai stato preso un accordo con l'opposizione degli USA 

o dell'UE; qualsiasi progetto è stato certamente approvato dai governi di questi paesi.



Si differenziano da un società anonima (SPA) in quanto le azioni non sono in vendita,  non è 

possibile decidere di comprare più quote per contare di più. Unica eccezione è stata l'Arabia Saudita 

una decina di anni fa che è entrata con circa il 10%; per il resto rimane la struttura del '45 con il 

Giappone e gli Stati Uniti da una parte i paesi europei dall'altra.

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D: Che ruolo hanno gli organismi o i trattati regionali?



R: Rivas: Le unioni regionali attuali obbediscono alla stessa logica del Fondo Monetario anzi in 

buona misura sono stati creati da loro.

Vediamone alcuni.



Il NAFTA (North American Free Trade Agreement) il trattato di libero commercio del Nord 

America (Canada, USA, Messico). L'unica logica di questo trattato è: esiste un mercato comunque 

composto da 100 milioni di messicani che possono consumare beni prodotti sostanzialmente dagli 

Stati Uniti; esiste anche - o soprattutto - un mercato del lavoro composto da 60 milioni messicani e, 

necessità comanda, assai disciplinato. Non solo: ogni sera, 150 di questi lavoratoricercanon di 

superare irregolarmente il confine per stabilirsi negli USA; vanno fermati! Sono più produttivi e 

creano meno problemi restando in Messico. In questa prospettiva il Messico sembra destinato a 

diventare una sorta di fabbrica per Stati Uniti, allargando il suo modello già imperante nelle 

cosiddette “maquiladoras”, le migliaia di fabbriche che già si dedicano all'assemblaggio di prodotti 

industriali per conto terzi, lungo i 3000 Km di confine che divide i due paesi.



Il MercoSur, l'Argentina e il Brasile, i 2 più grossi paesi del Sud America, più il Paraguay e 

l'Uruguay; è sostanzialmente il tentativo di espansione dell'agricoltura argentina verso il Brasile e 

dell'industria brasiliana verso l'Argentina. 

In qualche modo questo ha una logica; sono due paesi diversi che possono trarre dei vantaggi da 

questa unione, gli altri due in realtà non contano molto se non per il caso dell'Uruguay che è un 

grande centro finanziario, cosa che mai viene detta.

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D: Il caso della Cina, e del Sud Est asiatico?



R: Rivas: Gli equilibri mondiali appaiono sempre più legati all'Asia, lo saranno ancora a lungo. Ma 

la questione che ci interessa è legata alla cosiddetta “delocalizzazione” e alle sue diverse versioni.

Qualche anno fa il G7 ha inteso liquidare le prestazioni dei giapponesi e degli altri paesi che allora 

erano indicati come i “draghi” (e cioè i 4 del "miracolo": Corea del Sud, Hong Kong, Taiwan e 

Singapore) quindi impose le famose quote fisse di esportazione per le automobili, per i prodotti 

elettronici ai giapponesi e costrinse questi paesi a una super valutazione delle monete nazionali.

Lo Yen, 4 anni fa veniva scambiato a 160 Yen/Dollaro, oggi è sotto i 100, è come se la lira passasse 

a 800, vi garantisco che sarebbe un terremoto!! (i nostri economisti prima erano preoccupati perché 

la lira valeva poco ora invece dicono che vale troppo e l'oscillazione è stata di 20 lire, pensate invece 

che la valuta giapponese si è dimezzata).

Questa manovra era stata decisa con l'intento di fare crollare le economie dell'est asiatico nel giro di 

poco tempo, ma essi reagirono bene. Come? Delocalizzando.

La situazione è questa: un operaio indonesiano costa 0,18 dollari/ora (tutto compreso), un operaio 

tedesco costa 24 dollari/ora e uno italiano 16 dollari/ora. Quindi il rapporto è di 1 a 100 per quello 

italiano e 1 a 150 circa per quello tedesco.

Anche se ammettiamo che l'indonesiano abbia un livello di produttività minore, non c'è dubbio che -

dal punto di vista puramente economico-  se si deve aprire una fabbrica non la si localizza a Brema 

ma in Indonesia (come appunto ha fatto l'Ing. De Benedetti qualche tempo fa); oltre a questo 

aggiungiamo che la manodopera da quelle parti è inesauribile, (i soli cinesi mettono sul mercato ogni 

anno 14 milioni di persone).



L'unica grande incognita dell'Asia è che come si muoverà la Cina nei prossimi anni e alla morte di 

Deng. La delocalizzazione ha toccato anche e soprattutto la Cina; essa, da 7 anni a questa parte, ha i 

tassi di crescita economica più alti del pianeta (sono intorno al 10% annuo mentre in Europa se va 

bene arriviamo al 2%) e sono livelli micidiali.

La delocalizzazione ha permesso alle economie giapponesi, sudcoreane, ecc di aggirare tutte le 

protezioni che UE e USA avevano posto, oggi arrivano molti meno prodotti giapponesi e molti più 

prodotti cinesi, ma di cinese questi hanno solo il nome, di fatto il business è sempre in mano ai 

giapponesi. Non solo, i cinesi sono 1,2 miliardi: non è un piccolo mercato!

Negli ultimi 2 anni si sono installati in Cina 16.000 piccoli imprenditori italiani e anche questo spiega 

come mai nei nostri paesi non ci sia lavoro.

La delocalizzazione, con livelli di costi così pazzescamente diversi, significa che tutti andranno a 

produrre in Asia ma non significa che gli indonesiani siano contenti di ricevere 18 centesimi di 

dollaro all'ora.  Per cui qui  si sconta il ritardo pazzesco dei settori progressisti dei paesi 

industrializzati nonché dei sindacati che continuano a commettere l'errore di pensare che la difesa del 

posto di lavoro in Italia la si faccia sostanzialmente in Italia, e casomai ci si spinge fino alle prealpi 

francesi, ma niente di più; mentre si può affermare che o vengono riconosciuti diritti e stipendi ai 

lavoratori di quei paesi o, secondo me, non c'è niente da fare per la difesa dell'industria. 

La prospettiva è quindi di una maggiore disoccupazione in Italia, come peraltro lo affermano i dati 

ufficiali del governo anche se non vengono mai citati. 

Da questo si può trarre una prima importante osservazione: per la prima volta nella storia, la 

questione dei diritti comuni cioè delle di quello che una volta si chiamava internazionalismo 

("senza cognomi") si trasforma in una questione pratica e non di pura volontà (“a me non va che 

quelli lì stiano così male e allora preferirei che guadagnassero un po' di più”), è in qualche modo un 

problema mio  e sarà sempre di più così. Solo che bisogna prenderne coscienza.



Ma è necessaria una seconda importante osservazione, cioè che la delocalizzazione produttiva del 

Giappone non è stata totale ma ha riguardato solo alcuni settori, ad esempio per quello che riguarda 

la protezione dell'ambiente, hanno delocalizzato tutti i processi inquinanti della produzione in Cina, 

però si sono tenuti quello che in gergo del business si chiama il cuore o il cervello dell'affare 

ovverosia l'informatica, la telematica e tutti i prodotti ad altissimo valore aggiunto perché c'è grande 

tecnologia e su queste basi hanno addirittura aumentato il grado di occupazione interna (il tasso di 

disoccupazione in Giappone è al 3%) e aumentano gli utili perché questo tipo di affari produce 

maggiori profitti.



Se si segue questa logica ci si chiede, anche dal punto di vista della razionalità capitalista, se abbia 

una qualche prospettiva difendere questi settori oggettivamente arretrati ed inquinanti (per es. il 

Tessile), in Europa (paese dal capitalismo maturo).

Con questo non voglio dire che sia giusto spostare le produzioni inquinanti nel Sud del Mondo ma, 

oggettivamente, la specializzazione produttiva pone questi problemi di politica industriale.



L'unità asiatica si è prodotta attorno ad  un progetto comune che era di tenere i cinesi la dove stanno 

(senza combatterli); delocalizziamo, conserviamo e specializziamo le nostre economie, 

contemporaneamente, spostano alcuni processi produttivi, disinquiniamo non il processo ma qui a 

casa nostra [in Giappone].



Ultimo elemento: se è vero che l'occupazione e i livelli di vita saranno legati al sapere e quindi alla 

tecnologia e non al lavoro, alla quantità di ore e al numero di lavoratori, allora è pure vero che ci 

sono 3 voci fondamentali da considerare in qualsiasi economia matura:

1. la scuola in tutti i suoi aspetti. Per dare un'idea della concorrenzialità, uno studente giapponese 

dalla scuola dell'obbligo in avanti dispone di un computer a testa, in Italia se va bene c'è un 

computer per classe, in ogni scuola in Giappone c'è un microscopio elettronico per classe.

2. C'è anche un problema legato alla ricerca; per dirlo in termini molto banali:

  in Europa la Germania da sola investe in ricerca più di tutto il resto dell'Europa e questo ha a che 

fare con la loro potenza.

  la General Motors da sola investe più della Germania.

  poi c'è un problema di diffusione; la tecnologia non va solo creata ma anche diffusa, questo crea 

tutto un problema di comunicazione e di come portare la tecnologia all'interno di un paese; qui gli 

asiatici sono maestri, seguiti dagli Stati Uniti e, con grave ritardo, dall'Europa.

3. C'è un problema di formazione permanente; tutte le prospettive futuristiche (e con questo 

intendiamo 15 anni) dicono che in Europa non si dovrà lavorare più di 26 ore/settimana (non le 32 

di Bertinotti, ma 26!!), ma all'interno di queste 26 ore ci sarà una quota destinata alla formazione 

permanente, perché anche se la scuola insegna ad usare le macchine, ogni macchina è diversa 

dall'altra e questo si impara nella vita lavorativa in modo permanente.



Io credo che il problema lavoro nel futuro potrebbe essere molto roseo, dal punto di vista della 

quantità, ma bisogna vedere i contenuti che questo assume; è sbagliato e moralistico pensare che il 

problema vero sia che dobbiamo lavorare tutti, esistono moltissime cose più interessanti del lavorare.

Il problema è che ognuno deve avere un reddito sufficiente per vivere, decentemente.



Tutte le società avanzate, in questo momento possono assicurare ai propri cittadini un reddito 

minimo, su questo stanno discutendo seriamente i governi francesi e tedesco. Qui sembra una pazzia 

ma, dividendo il prodotto interno di questo paese per il numero di abitanti, ammesso anche che il 

50% vada comunque a capitale, con il resto si ottengono degli stipendi superiori alla buona parte 

degli stipendi medi. 

Il che vuol dire che questo sarebbe già un paese che potrebbe garantire ai propri abitanti, quello che 

si chiama un “reddito di cittadinanza”. Ad esempio, secondo l'attuale governo di Parigi: "ogni 

francese, deve avere un reddito, dalla nascita alla morte". Perché? Perché è francese, e lo stato glielo 

può pagare. 

E' difficile immaginare una società così complessa in cui la gente lavora in orari diversi, in anni 

diversi, (la riduzione d'orario non significa che tutti noi lavoriamo 26 ore alla settimana, ma può 

essere benissimo che io lavori una settimana su due, 2 anni su 3, o di notte). 

Si innescano una serie di trasformazioni della società che hanno a che fare con le scelte di vita, 

complessissime in una società di 56 milioni di abitanti e con i redditi di questo paese; e per fare 

questo ci vuole uno stato molto forte, ma che non centra niente con lo stato che ha l'IRI o che ha 

l'ENI, è uno stato diverso.



Oggi noi siamo davanti ad una espressione di pensiero che i francesi chiamano “sistema di pensiero 

unico” e gli inglesi chiamano “sindrome TINA” (There Is No Alternative). Dice ad esempio: la 

popolazione invecchia, bambini non ne nascono, quindi chi paga le pensioni? 

Ora se accettiamo questa tesi, la politica si riduce ad una discussione tutta tecnica: “come facciamo a 

tagliare un po' di meno, come possiamo evitare tagli ingiusti”, ed è tutta lì. Di certo è assai poco 

entusiasmante.

Ma se  mettiamo i piedi fuori dal piatto ci accorgiamo che in Italia i redditi di capitale sono passati in 

10 anni dal 46% al 53% del PIL e nessuno ha detto niente. Avrà a qualcosa a che fare con le 

difficoltà per  pagare le pensioni.



Il problema della politica alternativa  non è un problema di “tu dici A e allora io dico B”. Il problema 

risiede nella concezione di una politica economica complessiva diversa che non riguarda solo 

l'economia ma anzitutto la politica, perché i progetti non si inventano a tavolino, nascono anche nella 

gente che ha voglia di darsi da fare.

Secondo me non è un caso che in questi anni si vada sempre più affermando la “democrazia 

televisiva”. Una democrazia nella quale la diffusione delle idee avviene solo in televisione e la gente 

se ne sta a casa,  è una cosa studiata e voluta (non solo perché la televisione è un ottimo strumento) 

ma anche perché la perdita di presenza e quindi di attività, induce anche all'inesistenza e alle 

incapacità di produrre un qualche elemento di discussione collettiva nel quale possano venire alla 

luce elementi di una politica diversa. 



Il governo Juppé contro il quale la Francia si è fermata per un mese (è un governo di destra), nel 

mese di gennaio ha fatto un decreto che dice che tutte quelle persone che hanno più di 60 anni e 

guadagnano meno dell'equivalente di 2 milioni di lire, avranno un integrazione dallo stato per 

raggiungere i 2 milioni, dopodiché ha aggiunto che questo serve per snellire alcune parti del sistema 

sanitario degli ospedali perché ci sono molti anziani che non possono vivere da soli per cui vanno a 

finire, soprattutto nei mesi estivi, negli ospedali.

A partire da questa integrazione si creeranno 50.000 posti di operatori destinati ai giovani dai 18 ai 

25 anni che definiscono una propria professionalità legata all'attenzione della popolazione anziana e 

questa a sua volta sarà in grado di  pagarsi un servizio di cui ha bisogno. 



In Italia se qualcuno proponesse una cosa simile verrebbe accusato di essere un comunista ritardato, 

eppure se le confrontate, rispetto ad alcune delle proposte dei governi, francese o tedesco, alcune 

cose dette da Bertinotti sono addirittura troppo morbide.

In Francia  esiste una tassa sul reddito e sul reddito di capitale da 10 anni e il governo Chirac l'ha 

raddoppiata dicendo che si tratta anche di una tassa sull'unità nazionale.

In Germania nell'ultima proposta complessiva di riduzione delle spese pubbliche, Kohl aggiunge 

anche la possibilità di tassare l'equivalente dei BOT, appunto come Bertinotti.



In Italia a me sembra che manchi una discussione dei problemi reali, questo è un paese che confonde 

la politica con le elezioni e siccome le elezioni ci sono più o meno una volta all'anno discutiamo 

sempre di quello e come succede sempre durante le elezioni si pensa soltanto a vincere ... "di quella 

cosa discutiamo dopo adesso pensiamo come vincere le elezioni".

Io sono qui da 21 anni e ogni anno si ripete la stessa scena, nel frattempo non abbiamo discusso di 

nulla, c'è un arretramento complessivo che fa paura. 

Non sto dicendo che i francesi abbiano chissà quale coscienza civica e politica, però parlano di 

problemi reali. 



Se un marziano arrivasse su questo pianeta e vedesse che 35 milioni di persone muoiono di fame 

concluderebbe che manca cibo, ma in questo mondo oggi c'è cibo per 7 miliardi di persone/anno, 

siamo 5 e mezzo avanza cibo per 1 miliardo e mezzo di persone. 

Per giustificare le loro politiche alcuni gridano “si avvicina la crisi alimentare”....Balle! Non c'è 

questo problema malgrado la CEE, gli USA il Canada e il Giappone mantengano con grosse 

sovvenzioni una parte del loro territorio affinché non produca, perché la troppa produzione abbassa i  

prezzi. 

I magazzini di questo continente che contengono latte, carne, olio costano talmente cari, anche 

perché gli standard di qualità richiesti sono elevatissimi, che il costo per mantenerli supera il costo di 

produzione. 

Dal punto di vista economico la CEE farebbe un affarone se prendesse tutta ciò e lo regalasse, ma 

non lo fa perché perderebbe il controllo di alcuni mercati. Questo è il vero problema, è un problema 

politico ma non economico. 

Qual'è l'osservazione su questi temi che si fa nei diversi programmi politici in Italia? Veltroni 

direbbe: “ci si scontra su tutto ma sulla politica estera c'è unanimità”.

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