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Azioni e Riflessioni per il quotidiano.


----============= SUR Aprile '97 - n.7 ==========----


"Su un totale di 1.103.000 rifugiati rwandesi in Zaire, ne sono rimpatriati, dallo scorso novembre, 450mila. Sono forse 250mila quelli ancora risospinti dai ribelli nella loro marcia su Kisangani, caduta il 15 marzo. Ma che ne è dei restanti?"

Questo è il drammatico interrogativo sollevato, nel suo ultimo numero, dalle pagine del mensile "Nigrizia", sicuramente uno dei più autorevoli organi di stampa che si occupano di questioni africane.
La notizia è ripresa da un documento, consegnato anche al Consiglio di sicurezza dell' Onu, ad Amnesty International e al governo belga, redatto da un testimone oculare considerato degno di fede, che ha avuto la disavventura di visitare i campi profughi abbandonati e la quale identità è mantenuta segreta per motivi di sicurezza.
Giorni fa avevamo ricevuto attraverso la rete Internet, copia del documento citato dal settimanale, contenente notizie che inducono a pensare che effettivamente qualcosa di inconcepibile nella sua tragicità stia avvenendo nella martoriata regione dei Grandi Laghi.
Dice l'autore dell'esplosivo testo: "L'unico rimpatrio massiccio riguarda i rifugiati del campo di Mugunga, a 7 chilometri circa da Goma. Il 15 novembre, almeno 50mila persone hanno passato il confine. Il giorno dopo ho visto una folla immensa percorrere la stessa strada dall'alba al tramonto, 200mila senza alcun dubbio. Sabato 17, altri 50mila hanno varcato il confine. Circa 300-350mila rwandesi sono rientrati in patria nell'arco di tre giorni. I nostri calcoli corrispondono con quelli di una ben nota organizzazione non governativa di medici. Nelle settimane successive altri gruppi di rifugiati, in maggioranza vecchi, donne e bambini, sono stati scortati da ufficiali dell'Onu ai varchi di frontiera di Bukavu e Goma. Ci è stato detto che, in tutto, non superavano gli 80mila. Ne segue che, su un totale di 1.103.000, solo 450mila al massimo sono rimpatriati". In Zaire ve ne sono dunque almeno altri 653.000. "Un buon numero, dai 200 ai 250.000, ha raggiunto i campi di Tingi-Tingi, Amisi e Shabunda. Dove sono i restanti 400mila? Che ne è stato di oltre 117.000 burundesi?"
Il sospetto che man mano che le settimane passano si avvicina sempre più alla certezza è che gran parte di loro siano caduti vittima della ferocia dei "ribelli" tutsi che li considerano come veri e propri obiettivi militari. Secondo l'Onu solo il 7% dei rifugiati è stato parte attiva del genocidio avvenuto nel 1994. Per i "ribelli" invece, tutti coloro che non sono rientrati sono colpevoli di genocidio e come tali vengono cacciati.
Le fosse comuni e i cadaveri abbandonati in presenti un po' ovunque nella regione sembrano fornire la tragica prova di quanto affermato dal nostro testimone. "A un'ora e mezza di cammino da Mugunga ho visto tre carnai di 12, 10 e 30 cadaveri: uomini, donne con ancora i loro piccoli legati alla schiena, vecchi e bambini. Tutti uccisi con un proiettile alla nuca, anche i neonati." Ancora: "Molti rifugiati di Katale sono ancora nascosti nella foresta del parco di Virunga, bloccati all'ingresso e all'uscita da operazioni militari. Una di queste ha avuto luogo il 30 dicembre '96: 250 "ribelli" hanno invaso il vecchio campo di Katale per "ripulirlo". E' difficile dire quanti siano i rifugiati che vagano ancora nella zona. Tra Katale e Kahindo ce n'erano più di 300mila; in Rwanda ne sono tornati tra i 30 e i 60mila" Molte altre sono le testimonianze riportate dal documento, e l'autore tiene a precisare che i fatti riportati sono tutti legati alla sua diretta testimonianza oculare e che non ha volutamente citato informazioni giuntegli da altre persone, per quanto degne di credito.

LA REDAZIONE

DALLA REGIONE DEI GRANDI LAGHI AFRICANI

Area sotto il controllo delle forze ribelli.

Pubblichiamo questa intensa lettera del padre barnabita di Eupilio (CO) Lino Castagna, costretto al rientro in Italia dalle autorità tanzaniane, e che ci descrive in modo vivido e drammatico la situazione disperata in cui versano centinaia di migliaia di persone nella regione dei grandi laghi, tanta gente la cui esistenza è stata stravolta dalle lotte per il potere dei sanguinari 'signori della guerra' e dai giochi di influenza delle grandi potenze, in questo tollerate, se non assecondate, dagli organismi internazionali.
Un' accorata denuncia per ricordarci che lo stato di emergenza in questa zona d'Africa non è certo terminato, anzi resta sempre molto grave.

'Ricordate l'ultima mia lettera dal campo profughi di Kyabalisa, in Tanzania? Avevamo buone prospettive per l'avvenire, appoggiati da diversi progetti di assistenza sociale in aiuto alla povera gente del campo. Insieme ci davamo da fare con entusiasmo e fierezza. Voi qui, io là. Nonostante la miseria si era allegri e si cantava. Purtroppo venne il giorno in cui le campane hanno suonato a morte: è arrivato il decreto per cacciar via tutti i profughi rwandesi hutu e farli rientrare in Rwanda. Ma nessuno di loro voleva rientrare. Così è stato il terrore e lo scompiglio generale. Si sa che in Africa queste operazioni non si possono fare senza usare la forza. Così dai 2000 ai 4000 soldati tanzaniani sono stati mobilitati per impedire ogni fuga. Tutti i mezzi sono stati impiegati, fino all'uccisione brutale delle persone.
Colonne di gente lunghe fino a 50 km, come fiumi straripanti, senza alcuna assistenza, avendo l'ACNUR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati) proibito ogni avvicinamento degli organismi umanitari. Così donne incinte hanno partorito cammin facendo. Bambini si sono persi per strada, morti di armi, di fame, di sete, di malattie e di stenti. Per di più sono stati spogliati alla frontiera di Rusumo dei pochi beni che possedevano. I rimpatriati sono stati circa 400.000, e gli altri 200.000 ? Dispersi nelle foreste della Tanzania oppure scappati in Kenya o nel Malawi a prezzo di angherie e di violenze. Come si fa a saperlo esattamente? I governi del Rwanda e della Tanzania non danno informazioni.
Però ora dal Rwanda ci arrivano notizie da testimoni oculari. Subito al rientro dei rimpatriati ne hanno imprigionati 5000! Già nel paese ce n'erano 91.000. Così globalmente ci sono circa 100.000 prigionieri, detenuti in condizioni disumane e senza processo. Per la prima volta nella sua storia la Croce Rossa Internazionale ha finanziato la costruzione di nuove prigioni. Ma si può? Per la prima volta nella storia del mondo sono comparsi alla sbarra di un tribunale 2.200 minorenni accusati di genocidio, nonostante si dichiarino innocenti.
Ogni giorno nel paese scompaiono da 40 a 50 persone. E' pericoloso viaggiare. Anche gli agenti ONU e i volontari sono trincerati nella capitale Kigali per evitare imboscate e la morte, come è successo ad alcuni loro colleghi. La Chiesa è perseguitata: padri e suore in prigione. Altri massacrati senza pietà. La lista di questo calvario è lunga.
E che cosa dire di quanto succede in Zaire? Si parla di 200.000 morti in due mesi. Guerra, stenti, malattie, fame, sete, odio, vendetta. Nuovi massacri e fosse comuni. La Chiesa è colpita pesantemente: a Kalima 9 padri e 3 suore sono stati trucidati, senza dimenticare in precedenza vescovi, il cui ricordo ci rattrista tuttora.
E' un quadro apocalittico che dà segni di fine in questo secondo millennio. E la guerra continua. L'ONU, gli USA e l'Inghilterra dichiarano che non si può fare niente. Che si continui pure ad ammazzare e a massacrare. Si vedrà più tardi. Dove andiamo di questo passo? Dal canto suo l'Europa vorrebbe l'intervento di una forza multinazionale, ma è boicottata dal veto USA. Machiavellismi di una politica che schiaccia senza pietà il debole.
Carissimi volontari dei Campesinos, ci siamo visti l'altra sera per raccontarvi le mie vicende in Tanzania e di come sono finito qui in Italia. Forse che tutti i nostri progetti sono finiti? Io direi: solamente sospesi. Anche se i profughi non ci sono più al campo di Kyabalisa, ci sono sempre gli abitanti del luogo, che pure hanno bisogno della nostra presenza missionaria. Così quello che insieme facevamo per i profughi rwandesi, lo possiamo continuare in favore dei tanzaniani. Per di più la missione iniziata merita di essere completata. Per questo continueremo con il vostro aiuto nei diversi possibili settori di sviluppo.
Però tutto è condizionato al mio ritorno in Tanzania . Per ora è il buio completo. Non ho nessuna notizia in merito. Ma appena ci sarà una luce vi farò sapere. Per intanto preghiamo e continuiamo a lavorare.
Auguri per una vera Pasqua di resurrezione.
Sempre aff.mo Padre Lino M. Castagna

CAMBIARE IL MONDO

Carta dell'italiano Geronimo Marini 1512. Il disegno 'rovesciato' non è un errore di stampa. Poche persone sono riuscite così bene nel loro intento di "cambiare" il mondo, come Arno Peters. Chi è Peters?
E' uno storico tedesco che ha voluto ridisegnare la carta del mondo perché riteneva le altre proiezioni essere troppo 'di parte'.
Il suo merito è di averci fatto capire quanto le proiezioni del globo terrestre siano "figlie" del loro tempo (oltre che del loro autore).

Vediamo alcuni simpatici esempi.
Carta di Ecateo di circa 2500 anni fa. La Grecia patria di Ecateo al centro. E' un vizio molto diffuso tra i cartografi quello di mettere al centro della carta la propria nazione d'origine o quella per cui lavoravano.
Altri fattori che concorrono a determinare il "volto" del mondo sulla carta, oltre alla conoscenza geografica, sono la cultura e il periodo storico. Abbiamo così che nel medioevo il mondo viene raffigurato come un un cerchio diviso in tre spicchi separati dal mediterraneo a forma di croce o di T.
Fino al 15° secolo molte carte seguono l'impostazione della Chiesa cattolica ponendo Gerusalemme al centro del mondo.
Carta di Mercatore 1569 'Nord'=49 milioni di Km2 'Sud'= 100 milioni di Km2 Il sud America ha in realtà una superficie doppia rispetto all'Europa.

Nel 16° secolo, epoca delle grandi navigazioni, delle esplorazioni si fa avanti una rappresentazione più scientifica, la carta conforme di Mercatore, utile appunto a questi scopi; l'Europa, è ora al centro della carta.
Ma anche nelle rappresentazioni del nostro secolo è possibile trovare curiosi segni dei tempi: evidente è il caso di alcuni vecchi atlanti (probabilmente ancora nella soffitta della vostra nonna) che utilizzano un codice di colori che dipinge con la stessa tinta la madre patria e le rispettive colonie.
Peters dice no alle manipolazioni degli autori, alle inquadrature eurocentriche, alle deformazioni culturali e propone una carta del mondo che, pur portando con sé inevitabili deformazioni che si hanno nel passaggio da una superficie sferica a ad un foglio piatto, ha il pregio di rappresentare le dimensioni dei continenti in modo fedele alla realtà`. I continenti appaiono così di forma allungata, ma l'area di ciascuno è nella sua giusta proporzione: l'Europa è chiaramente più piccola del Sudamerica così come lo è in realtà etc....


Carta Peters '73. Le giuste proporzioni tra i continenti
[tutte le immagini sono tratte da documenti ASAL]
Beh, credo che l'apporto più importante di Peters sia quello di averci dato modo di acquisire una visione critica della cartografia: mai avremmo potuto sospettare contenesse tante interpretazioni volutamente o inconsciamente soggettive.
Buona visione ... 'critica'!
Loris

Perché vengo in bottega....

Perché vengo alla Bottega? Alcuni frequentatori affezionati raccontano....

Durante le passeggiate in centro a Vimercate il 'negozietto' è una delle mie mete preferite...sto parlando della 'Bottega della solidarietà' gestita dall'associazione 'Con i campesinos' e dalla cooperativa La Meridiana 2. Mi capita spesso di andarci in 'missione' per conto della mamma che mi chiede sempre di andare a fare rifornimento: 'Barbara, se passi da Vimercate mi andresti a prendere il caffè?' Mentre altre volte non perdo l'occasione per entrare a dare un'occhiata alle novità, ai nuovi arrivi. Ci sono tanti oggetti colorati e vivificanti; i volontari che si occupano della Bottega sono sempre gentili e disponibili: ci si saluta come vecchi amici e si fanno sempre un paio di chiacchiere ...è un ambiente che riesce a darmi il buonumore!!!
Alla Bottega incontro persone che entrano per motivi diversi: alcune signore si fermano a lungo davanti ai manufatti in terracotta, legno e vetro, altre si dirigono allo scaffale dei generi alimentari, dove trovano caffè, tè, cioccolato e altri prodotti. I ragazzi e le ragazze apprezzano molti i ripiani degli scaffali ingombri di giacconi, gonnelle, gilet, maglioni di lana e borsine, zaini, cappelli. Ho visto qualcuno addirittura consumare con gli occhi i monili d'argento e pietre dure...sembra di essere nel paese del Bengodi...
Capita a volte di fare acquisti di poche migliaia di lire, scegliendo tra tanti oggetti e prodotti dell'artigianato dell'altra metà del Mondo...e poi si torna di proposito per comperare oggetti più 'importanti ' già visti e 'meditati'...magari ci si concede un premio particolare (per quanto mi riguarda sono solita fare la mia comparsa al negozietto dopo aver passato un esame universitario...) o si sceglie un regalo per un amico, che non resterà sicuramente deluso. Tutto questo con la consapevolezza che si sta contribuendo, anche se in piccola parte, a costruire un sistema di commercio equo e solidale.
E' per questo che auguro a tutti: Buoni Acquisti alla Bottega della Solidarietà.

Barbara

Quando ci capita di voler viaggiare per il mondo non serve andare molto lontano, basta entrare nella Bottega della solidarietà.
Sugli scaffali troviamo oggetti vari, indumenti e alimenti provenienti da diversi paesi del Sud del mondo.
E' affascinante sapere che ogni cosa ci permette di avvicinarci a queste culture e popolazioni. Oltre alla possibilità di viaggiare per il mondo, abbiamo la certezza che il prezzo degli articoli è equo e solidale e il loro acquisto contribuisce a valorizzare il lavoro e, con esso, la dignità di persone con minori opportunità rispetto a noi. E' anche un modo per sostenere un'economia più giusta che prende in considerazione quei paesi che, solitamente, vengono sfruttati, dal sistema economico tradizionale.
Ma non solo questo... Consigliamo di entrare di tanto in tanto nella Bottega della solidarietà perché è un negozio accogliente, originale, luminoso e colorato.
Inoltre i responsabili sono sempre disponibili a dare informazioni sulla provenienza degli articoli e, per chi vuole, a chiacchierare.
Insomma c'è attenzione non solo per le popolazioni del Sud del mondo ma anche per le persone che entrano nel negozio, il che non è poco!
E' inoltre un punto di riferimento per chi vuole essere aggiornato su particolari iniziative proposte dai 'Campesinos' o da altre associazioni o cooperative che trattano problemi e disagi del terzo mondo e non.
Barbara Cerizza e Silvia Fumagalli

Credo che ormai tutti conoscano le statistiche sugli squilibri nello sfruttamento delle risorse planetarie. Risorse nelle mani di una sempre più bassa percentuale di popolazione, quasi tutta concentrata nei paesi 'occidentali'.
Il neocolonialismo economico delle multinazionali (Del Monte, Procter & Gamble etc.) ha soppiantato il colonialismo di occupazione, mantenendo uguale, se non maggiore, capacità di sfruttamento potendosi allo stesso tempo ammantare di una ipocrita aurea di beneficenza (basti pensare alla campagna della Procter & G. 'un mattone per la vita').
Illuminante a mio avviso è la stessa ultima campagna pubblicitaria della Del Monte, dove esplicitamente si dichiarava orgogliosa di aver rubato l'anima ai tropici e con essa le loro ricchezze per dar vita ai suoi succhi di frutta, immancabilmente assaporati da tre stupendi modelli rigorosamente bianchi (ariani?).
Ma se molti accettano e si convincono che davvero sia questo il modo giusto di vivere, se veramente per alcuni niente si può fare per sovvertire l'ordine delle cose, fortunatamente da più parti e con sempre maggior insistenza si levano grida indignate e proposte di un modo alternativo e più 'equo' per la gestione dell'economia mondiale.
E' da questo tessuto, da questa nuova coscienza che riceve significato una 'Bottega della solidarietà'; due vetrina di sfida nel cuore della nostra ricca cittadina vimercatese.
Nessuna rivoluzione proletaria, nessun attacco al nostro benessere, semplicemente un'occasione di riflessione, un attimo di pausa, un invito a cogliere la verità delle cose, scoprire il perché di molti avvenimenti che sembrano nascere all'improvviso ma che hanno radici lontane anche se sconosciute, (già quindici anni fa sulle pagine di Nigrizia, padre Zanotelli lanciava grida allarmate sul genocidio annunciato che si sarebbe consumato in quel triangolo di disperazione che il Rwanda, il Burundi e la regione del Kiwu in Zaire).

Se davvero non è in nostro potere modificare gli equilibri planetari, se davvero il gioco politico ci vede sconfitti in partenza (ma non lo credo), ci è data una grande possibilità verso la quale è doveroso assumere posizione. In una maggior attenzione ai nostri consumi, a come certi istituti di Credito usano i nostri soldi, nelle nostre scelte etiche è scritta l'opzione di fronte all'assassinio della terra. Di non esserne complici.

Paolo Ponzoni

Mine: la campagna continua

'...in una parola le mine sono armi il cui utilizzo contro le popolazioni civili non può essere in alcun modo giustificabile ed è un affronto alla coscienza umana' Boutros Ghali Ginevra 3 maggio 1996

Maria è una bambina mozambicana di 3 anni, vive in un villaggio in campagna. E' stata trovata legata ad un albero. Non è vittima di genitori violenti ma piuttosto oggetto di amorose attenzioni. Maria vive infatti vicino ad un campo minato e la madre quando si allontana è costretta a legarla ad un albero per assicurarsi che non lasci la casa. Sfortunatamente la madre un giorno non è più tornata, è finita su una mina e non è stata soccorsa in tempo.
Youg Eng è un anziano, vive in Cambogia in una zona di confine con la Tailandia; racconta: "Dormivo davanti alla mia casa, quando il boato di un'esplosione mi svegli. Sentii la voce di mio nipote che gridava aiuto. Il bambino era disteso sulla strada, con la gambina maciullata dallo scoppio di una mina. Mio figlio corse a cercare aiuto. Mi chinai sul bambino che gridava dal dolore e lo presi fra le mie braccia. Quando feci per rialzarmi persi un attimo l'equilibrio, il mio piede urtò contro qualcosa. Amputarono la mia gamba a mezza coscia, quella di mio nipote fu amputata ancora più su."
Due episodi scelti fra migliaia che hanno come sfortunati protagonisti persone, adulti e bambini, colpiti dalle mine. Non provengono dal passato ma sono attuali e purtroppo destinati a ripetersi con una frequenza impressionante. Da recenti stime infatti si è calcolato che nel mondo giacciono inesplose ancora qualcosa come 100 milioni di mine che se non verranno disinnescate continueranno a colpire donne, uomini, bambini; uno ogni circa trenta minuti, in tutto 26.000 ogni anno.
Le mine non sono un'arma convenzionale, il loro potenziale distruttivo è enorme. Possono restare inattive per 50 anni e poi una volta urtate con una leggera pressione esplodono colpendo alla cieca tutto ciò che si trova nel raggio di 20 metri . La mina non sa riconoscere se il piede che l'ha urtata è quello di un soldato, di un uomo o di una donna che stanno andando al lavoro oppure di un bambino in cerca di giochi.
Le mine non solo distruggono la vita di singoli esseri umani, ma bloccano le attività economiche di intere zone. Se un'area è minata nessuno la può coltivare; la vita di interi villaggi è paralizzata dalla presenza di campi minati, le strade non sono più praticabili.
In Mozambico sulla linea ferroviaria principale verso il Sud Africa, la vita scorre in modo irreale nella piccola stazione a nord di Moamba: il treno arriva, si ferma, ma nessuno può arrivare al treno; la stazione è infestata dalle mine.
Produrre mine non richiede impianti molto sofisticati. Per questo molti paesi lo fanno. Ma i maggiori produttori sono i paesi più ricchi che possiedono non solo le tecnologie necessarie ma anche i canali per smerciarle. L'Italia per esempio è uno degli stati leader per la produzione e l'esportazione di mine. Sono diverse le aziende nazionali specializzate in questa attività: la Misar, la Whitehead, la BPD e la Tecnovar. Ma sicuramente la più potente è la Valsella di Brescia acquistata nel 1984 dalla FIAT. E' proprio in quegli anni che la Valsella vede i propri profitti impennarsi verso picchi mai raggiunti. Da 10 miliardi del 1981, balzano a 107 miliardi nel 1983. E' la guerra in corso fra Iran e Iraq che spinge in alto i guadagni della Valsella e che fa fare una specie di salto di qualità alla sua produzione. In questi anni infatti vengono messi a punto ordigni veramente micidiali che poi saranno venduti anche illegalmente in tutto il mondo. Valga per tutti la famigerata VS 69.
Mina che può essere fatta esplodere con una pressione di soli 6 chili. Una volta esploso l'ordigno compie un balzo verso l'alto di circa mezzo metro e scarica in ogni direzione 1000 pezzi di metallo. Può uccidere chiunque si trovi nel raggio di 25 metri.
A partire dagli anni '80 produzione e vendita delle mine sono fatte alla luce del sole, addirittura anche con la pubblicità. I governi tollerano e chiudono un occhio, i produttori gongolano per i profitti, tecnici e operai si fanno qualche scrupolo ma non più di tanto se è vero che la 'qualità' continua a raffinarsi. Le mine sono sempre più piccole e prodotte in plastica. Minuscoli coperchietti dalle forme più innocenti che sono quasi impossibili da localizzare e disinnescare. Nella ex Iugoslavia molti bambini sono rimasti sfigurati e ciechi perché hanno giocato con le mine scambiandole per giocattoli.
Se la produzione delle mine si è diffusa il prezzo è rimasto basso; la mina è un'arma da guerra dei poveri. I maggiori acquirenti sono i paesi in via di sviluppo, i loro conflitti sono combattuti anche con le mine. Quando la guerra finisce i soldati si ritirano ma le mine restano là buttate a grappoli dagli elicotteri o dai camion, aspettano che qualcuno le calpesti per vomitare la loro carica di morte. Ancora oggi in Cambogia una persona su 236 è disabile a causa delle mine.
Se queste armi sono a buon mercato, il loro costo non supera le 50.000 lire, poi la loro rimozione è estremamente complicata ed onerosa. Per disinnescare una mina dell'ultima generazione la spesa è di circa un milione. Aggiungendo poi che alcuni tipi di mina sono quasi impossibili da rilevare perché costruiti completamente in plastica, si può comprendere come l'opera di sminamento nel mondo proceda molto lentamente. Ai ritmi attuali occorrerebbero circa 4300 anni per sminare l'Afganistan e per ripulire l'intero pianeta sarebbero necessari i prossimi 11 secoli. Il guaio è che per ogni mina rimossa altre 35 vengono disseminate e quindi i tempi per disinnescare questi ordigni si allungano indefinitamente, ipotecando il futuro di intere epoche storiche.
Di fronte ad un simile pericolo l'opinione pubblica mondiale non è rimasta indifferente ma si è mobilitata dando vita alcuni anni fa alla campagna internazionale per la messa al bando delle mine, un movimento che nel giro di poco tempo ha conseguito risultati straordinari costringendo i governi di molte nazioni a prendere importanti provvedimenti contro la fabbricazione e la diffusione delle mine. Alla fine del 1996 a Ottawa i rappresentanti di 50 stati si sono incontrati e hanno cominciato a pensare e a dire che la messa al bando delle mine, lo sminamento e l'assistenza alle vittime è un dovere che riguarda ogni nazione civile.
Per ora siamo nella fase delle intenzioni e delle indicazioni programmatiche, ma è importante che i governi si siano pronunciati ripromettendosi di incontrarsi di nuovo nel 1997 per continuare i lavori. Nel frattempo importanti personalità politiche hanno preso posizione dichiarandosi contro le mine di qualsiasi tipo.
Un pezzo di strada è stato fatto e ancora ne resta da fare, perché sono stati raggiunti risultati rilevanti ma limitati. Per questo la campagna antimine continua, in particolare in Italia con un appuntamento importante il 12 e il 13 aprile, una due giorni nazionale contro le mine, un momento di riflessione e di sensibilizzazione per contarsi, per capire quali dovranno essere i prossimi obiettivi della campagna. Un occasione per tutti per 'passare all'azione', come ci invita a fare Chris Moon, guida di una squadra di sminamento in Mozambico che nel marzo 1995 è saltato su una mina perdendo mano e piede destro. Un anno dopo l'incidente Chris ha corso la maratona di Londra, interrogato sul suo gesto ha spiegato: 'Ho corso la maratona per aiutare tutti coloro che sono meno fortunati di me, perché io credo che le azioni siano molto più eloquenti delle parole.'

Fabio

Responsabile nazionale per la campagna antimine in Italia è il Centro informazione ed educazione allo sviluppo presso cui ci si può rivolgere per avere informazioni (tel. 06/4820464 oppure 86202756 Fax 06/486419) Il conto corrente postale per finanziare la campagna è il n° 49649007 (Specificare la causale: Campagna italiana contro le mine) I giornali italiani parlano molto raramente della Campagna antimine; per informazioni più aggiornate segnaliamo per chi abbia accesso a Internet il sito di Peacelink, sempre ricco di interventi e notizie

Nell'aprile 1994 la rivista Nigrizia ha pubblicato un dossier sul problema delle mine nel mondo che è veramente illuminante, ne consigliamo la lettura a chiunque voglia approfondire il problema.


Albert Schweitzer, testimone del nostro tempo

In un elenco ideale delle grandi personalità di questo secolo che hanno saputo indicare, con la forza della elaborazione teorica ma anche con la coerente testimonianza della loro azione, nuovi percorsi per uno sviluppo più armonico della società umana, un posto di primo piano è occupato, accanto al Mahatma Gandhi, da Albert Schweitzer, premio Nobel per la Pace nel 1954.

Nato nel 1875 in Alsazia, allora regione ancora appartenente all Germania, da una famiglia protestante (il padre era pastore metodista), dimostrò fin dalla più tenera età un'acuta intelligenza, unita ad una certa timidezza e ad una grande sensibilità verso gli animali. Studiò teologia, filosofia e musicologia all'Università di Strasburgo, laureandosi nel 1899. Fin da piccolo, inoltre, si era dedicato allo studio della musica, ed in particolare dell'organo: allievo di uno dei più eminenti rappresentanti della scuola organistica francese, Charles Widor, divenne un rinomato interprete e musicologo, in particolare della musica di Johann Sebastian Bach, dove anche i suoi appassionati studi di teologia trovarono un fertile campo di indagine. Al sommo musicista di Eisenach dedicò infatti un'ampio studio monografico Bach, il musicista poeta (1905), ancora oggi considerato un classico della sterminata bibliografia bachiana, ed iniziò la pubblicazione di un'edizione critica delle opere per organo.

Divenuto ben presto docente di scienze neotestamentarie all'Università di Strasburgo, ed avviato ad una prestigiosa carriera di musicista e studioso (è del 1906 il volume Storia dell'indagine sulla vita di Gesù) il giovane Schweitzer non si fermò a questo ma, partendo da una profonda coscienza della decadenza spirituale della moderna società tecnologica, si impegnò in una incessante elaborazione teorica alla ricerca di nuovi principi etici che potessero essere presi a fondamento di una rinascita etica e culturale, di un nuovo modo di intendere i rapporti fra gli uomini e fra questi e la natura.

'C'era un consenso generale non solo sul progresso raggiunto nel campo delle invenzioni e della scienza, ma anche per quanto riguardava la sfera spirituale ed etica... A me sembrava invece che, per quanto concerneva la sfera spirituale, non soltanto non avevamo superato le generazioni passate, ma che, fra le nostre mani, molte delle loro conquiste spirituali si erano logorate .. e cominciavano a dissolversi. ...L'opinione pubblica era forgiata dalla RealPolitik. La 'volontà di potenza' di Nietzsche cominciava ad esercitare la sua infausta influenza...Decisi quindi di compiere un esame approfondito della situazione spirituale della mia epoca... volevo conoscere la posizione dei filosofi degli ultimi decenni riguardo all'etica, ed annotare il loro pensiero riguardo al nostro comportamento nei confronti del creato...convinto che anche l'etica filosofica dovesse prendere in considerazione l'obbligo di un atteggiamento favorevole verso gli animali.'

Parallelamente a questa ricerca filosofica, Schweitzer maturò la decisione di dedicarsi alla cura delle popolazioni dell'Africa Equatoriale, e intraprese così anche lo studio della medicina, con grande meraviglia dei colleghi che lo giudicarono un po' pazzo. Conseguita la laurea in medicina e specializzatosi nella cura delle malattie tropicali, nel 1913 partì con la moglie alla volta della missione presbiteriana di Lambaréné, nell' Africa Equatoriale francese ( Gabon ) allora devastata dalla malattia del sonno, per fondarvi un ospedale.
Qui fu sorpreso dallo scoppio della prima guerra mondiale ('L'infuriare della guerra mi sembrava un segno del tramonto della cultura etica'). Schweitzer e la moglie, essendo cittadini tedeschi, furono custoditi fino al '17 come prigionieri di guerra. E' in questo periodo che la sua ricerca approda alla formulazione del fondamentale principio etico del 'rispetto per la vita', con il quale la tradizione cristiana ed il pensiero indiano (a cui fra l'altro dedicò un saggio dal titolo I grandi pensatori dell'India) trovano un originale momento di sintesi.
Bisogna infatti notare come l'etica di Schweitzer non prende in considerazione solo i rapporti fra gli uomini, ma abbraccia tutte le creature viventi, in un'ottica universale che si richiama alla filosofia indiana antica, alla spiritualità semplice e diretta di Tolstoj, nonché alla figura di S.Francesco, fornendo anche un solido supporto dal punto di vista teorico alle allora nascenti associazioni animaliste: 'L' essere umano, diventato essere razionale, sente la necessità di avere per ogni 'volontà di vita' lo stesso rispetto che ha per la propria. Valuta positivamente la salvaguardia della vita, la sua promozione ed il suo sviluppo al più alto grado, mentre considera negativi tutti gli atti che possano danneggiarla ed impedirne lo sviluppo. Questo e' il principio fondamentale, universale e assoluto che deve essere alla base di una concezione etica.
Fino ad oggi l'etica è stata parziale, perché concentrava il suo compito esclusivamente sui rapporti fra uomo e uomo, è necessario invece estendere questo rapporto a ogni forma di vita, verso ogni essere vivente del nostro ambiente. L'essere umano può chiamarsi etico solo se considera sacra la vita in sé stessa, sia la vita umana che quella di ogni altra creatura. Ha fondamento razionale soltanto quell'etica che estende senza limiti la responsabilità umana nei confronti di tutto ciò che vive. L'etica del rapporto interumano non ha validità autonoma, ma va piuttosto vista come aspetto particolare di questa formulazione complessiva della morale. Il rispetto per la vita al quale noi dobbiamo giungere, racchiude dunque in sé tutto ciò che è compreso nei concetti di amore, dedizione, partecipazione nel dolore e nella gioia, anelito comune.'

Verso la fine della guerra, gli Schweitzer vennero trasferiti in un campo di concentramento in Francia, e, una volta terminata la guerra, Albert iniziò una lunga serie di conferenze e di concerti con il duplice scopo di diffondere la sua concezione etica e raccogliere fondi per la sua missione in Africa. Ebbe anche modo di formalizzare i risultati della sua ricerca nel libro Cultura ed Etica, che pubblicò in Germania nel 1924.
In questo stesso anno fece ritorno a Lambaréné, dove ricostruì l'ospedale andato distrutto durante la guerra e si dedicò con rinnovato impegno alla cura dei malati. Continuò tuttavia (tranne che nel periodo della II guerra mondiale), a viaggiare in Europa e in America per tenere conferenze, lezioni e concerti che gli procurarono crescente prestigio e notorietà, finché nel 1954 gli fu conferito il premio Nobel per la pace.
Un uomo come Schweitzer non poteva certo restare indifferente ai problemi e ai pericoli sorti con la proliferazione delle armi nucleari: nell'aprile del 1958 furono diffuse da radio Oslo tre sue conversazioni nelle quali chiedeva alle grandi potenze di aprire gli occhi sulle reali conseguenze che un conflitto atomico avrebbe scatenato, e le invitava a sospendere gli esperimenti nucleari e in ultima istanza a rinunciare alle armi atomiche: 'La mancanza di umanità è aumentata rispetto alle generazioni precedenti. Noi infatti siamo venuti in possesso delle armi nucleari, e per noi la possibilità e la tentazione di distruggere la vita supera ogni limite. Oggi, grazie al grandioso progresso della tecnica, il destino dell'umanità è segnato dalla possibilità di un orribile crimine verso la vita.'
'E' veramente inconcepibile la disinvoltura con cui i fautori degli esperimenti nucleari ignorano le previsioni di biologi e medici circa le sventure che colpiranno le generazioni future a causa degli effetti della radioattività...Solo chi non immagina neppure che cosa sia la nascita di un mostro, né ha mai visto l'orrore della madre può avere l'ardire di affermare che la prosecuzione degli esperimenti è un rischio che in fondo vale la pena di affrontare.'

Albert Schweitzer proseguì fino alla morte, sopraggiunta nel settembre 1965, la sua attività di medico e filantropo, sempre approfondendo e mettendo in discussione la sua concezione della vita e confermando la sua figura di pensatore profondo e straordinariamente anticipatore.

Max

Per saperne di più: A.Schweitzer, La mia vita e il mio pensiero, Edizioni Comunità, 1977 A.Schweitzer, Rispetto per la vita (antologia), Claudiana, 1994 A.Schweitzer, I grandi pensatori dell'India, Ubaldini Editore, 1983 A.Schweitzer, Bach musicista poeta, Suvini Zerboni Editore, 1979 Opere per organo di Bach, organista A.Schweitzer, CD EMI CDH 7647032

VISTI DA VICINO:IL CAFFE' UCIRI

Il progetto.
Union de las Comunidades Indigenas de la Region del Istmo. UCIRI - Messico.

La coltivazione biologica.

Secondo la tradizione indigena di cui sono portatori i soci UCIRI, la terra non è un'entità estranea da sfruttare, ma una 'Pacha Manna', una Madre Terra da rispettare poiché da essa dipende la nostra sopravvivenza.
I contadini, proprio per questa loro visione della natura, hanno sempre rifiutato l'uso dei pesticidi, erbicidi o fertilizzanti chimici.
Grazie all'intervento di un agronomo, i contadini sono venuti a conoscenza ed hanno quindi utilizzato, la coltivazione biologica i cui principi base sono:

  1. le piante utilizzate devono essere buone, resistenti ed adatte al luogo;
  2. la preferenza deve essere data ai concimi organici mentre quelli minerali possono essere usati solo dopo analisi del terreno e nella forma naturale;
  3. l'utilizzo dei diserbanti è vietata, la lotta contro le erbacce deve essere fatta con il machete selezionando le male erbe da quelle utili.
Dai monti di Oaxaca. Nel febbraio dell'81, era stato organizzato nel villaggio di Guevea de Humbold, un corso per analizzare i problemi e le difficoltà in cui si trovavano le comunità contadine. Emerse subito il fatto che, a causa del basso prezzo ottenuto per il loro caffè, le familie avevano problemi di scarsa alimentazione, poca istruzione, abitazioni malsane, indebitamento, salute precaria.... E' per questo che si iniziò a cercare diverse modalità di commercializzazione del caffè. Nel 1983 viene costituita da 500 familie di indigeni Zapotecos, Mixes e Chontales della regione montuosa di Oaxaca nel sud del Messico, la cooperativa UCIRI.

Ottenere un prezzo equo per il proprio caffè è l'obbiettivo principale di UCIRI, ma solo se inserito in un intervento a più ampio raggio che comprenda il miglioramento delle condizioni di vita dei contadini. Questo significa aumento delle risorse alimentari di base, lotta contro le malattie favorendo l'uso di medicine naturali, costruire case dignitose con luce e acqua potabile, scolarizzazione e attivazione di programmi educativi. Alcuni dei risultati ottenuti:

Un organizzazione ben strutturata. Attualmente le attività di UCIRI coinvolgono circa ottantamila persone sparse su un territorio comprendente 64 villaggi; i terreni della cooperativa rappresentano la più ampia estensione al mondo coltivata biologicamente.
A livello di organizzazione centrale esistono un Consiglio di Amministrazione e un Consiglio di Vigilanza, entrambi composti da 4 persone elette ogni tre anni. A livello delle comunità si elegge un Consiglio Direttivo ed un Consiglio di Vigilanza, oltre ai delegati e ai diversi comitati di lavoro.
Mensilmente i delegati di ogni comunità e un rappresentante per ogni Direttivo di Villaggio, si riuniscono in assemblea ordinaria per discutere e programmare le attività. Viene poi elaborato un bollettino informativo da consegnare ad ogni socio, in modo che tutti siano informati su quanto trattato e possano discuterne nelle comunità.
A seconda delle annate i contadini di UCIRI arrivano a produrre fra i 30 mila e i 36 mila sacchi di caffè (un sacco pesa 60 kg). Un quarto della produzione viene tostato e venduto sul mercato locale, i rimanenti tre quarti sono destinati alle organizzazioni del Commercio Equo e Solidale, fra cui la CTM.
Il prodotto principale della cooperativa UCIRI è il caffè di qualità arabica dolce. Non è questa l'unica coltivazione dei contadini; anzi, ad essa viene destinato solo il 5% della terra coltivata. Il resto è utilizzato per la produzione di mais, fagioli, ortaggi e frutta per il loro fabbisogno alimentare.
Maria Grazia

Campagna 'Scarpe Giuste' Nike annuncia nuovo codice

In seguito alle sollecitazioni della campagna lanciata dal 'Centro Nuovo Modello di Sviluppo', la multinazionale Nike ha presentato un nuovo codice di condotta in cui si impegna ad appaltare la produzione ad imprese che rispettino i diritti fondamentali dei lavoratori. Questo tema e la richiesta di istituzione di un agenzia di controllo indipendente che verifichi il rispetto del codice saranno oggetto di un confronto pubblico tra i vertici della multinazionale ed il coordinatore del CNMS (F. Gesualdi).

Guardare a Sud per comprendere il futuro:Il Sudamerica

Le dispense con gli atti delle conferenze tenutesi nel Maggio scorso sono disponibili per tutti gli interessati, presso la 'bottega della solidarietà'.

Cogliamo l'occasione per anticipare che il prossimo ciclo di conferenze si terrà nel mese di Ottobre e sarà dedicato ai diversi aspetti del continente asiatico.
Torneremo sull'argomento con la pubblicazione di un calendario dettagliato sul prossimo numero di SUR.


Alla 'Bottega della Solidarietà' potete richiedere le BOMBONIERE. Se state per sposarvi è un'occasione da non perdere.
A disposizione tantissime idee originali per regalare ai vostri invitati un po' di solidarietà.
....e per le liste nozze ci stiamo attrezzando!
OPERAZIONE MATO GROSSO il gruppo di Vimercate dell'Operazione Mato Grosso realizza lavori di imbiancatura, tinteggiatura, traslochi e pulizie occasionali.
Per maggiori informazioni chiamate Michela allo 039/6852328

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