Associazione " Con i Campesinos" -=-
Coop." Meridiana 2"
Azioni e Riflessioni per il quotidiano.

Questo è il drammatico interrogativo sollevato, nel suo ultimo numero, dalle pagine del mensile
"Nigrizia", sicuramente uno dei più autorevoli organi di stampa che si occupano di questioni africane.
La notizia è ripresa da un documento, consegnato anche al Consiglio di sicurezza dell' Onu, ad
Amnesty International e al governo belga, redatto da un testimone oculare considerato degno di fede,
che ha avuto la disavventura di visitare i campi profughi abbandonati e la quale identità è mantenuta
segreta per motivi di sicurezza.
Giorni fa avevamo ricevuto attraverso la rete Internet, copia del documento citato dal settimanale,
contenente notizie che inducono a pensare che effettivamente qualcosa di inconcepibile nella sua
tragicità stia avvenendo nella martoriata regione dei Grandi Laghi.
Dice l'autore dell'esplosivo testo:
"L'unico rimpatrio massiccio riguarda i rifugiati del campo di Mugunga, a 7 chilometri circa da
Goma. Il 15 novembre, almeno 50mila persone hanno passato il confine. Il giorno dopo ho visto una
folla immensa percorrere la stessa strada dall'alba al tramonto, 200mila senza alcun dubbio. Sabato
17, altri 50mila hanno varcato il confine.
Circa 300-350mila rwandesi sono rientrati in patria nell'arco di tre giorni. I nostri calcoli
corrispondono con quelli di una ben nota organizzazione non governativa di medici. Nelle settimane
successive altri gruppi di rifugiati, in maggioranza vecchi, donne e bambini, sono stati scortati da
ufficiali dell'Onu ai varchi di frontiera di Bukavu e Goma.
Ci è stato detto che, in tutto, non superavano gli 80mila. Ne segue che, su un totale di 1.103.000, solo
450mila al massimo sono rimpatriati".
In Zaire ve ne sono dunque almeno altri 653.000.
"Un buon numero, dai 200 ai 250.000, ha raggiunto i campi di Tingi-Tingi, Amisi e Shabunda. Dove
sono i restanti 400mila? Che ne è stato di oltre 117.000 burundesi?"
Il sospetto che man mano che le settimane passano si avvicina sempre più alla certezza è che gran
parte di loro siano caduti vittima della ferocia dei "ribelli" tutsi che li considerano come veri e propri
obiettivi militari.
Secondo l'Onu solo il 7% dei rifugiati è stato parte attiva del genocidio avvenuto nel 1994. Per i
"ribelli" invece, tutti coloro che non sono rientrati sono colpevoli di genocidio e come tali vengono
cacciati.
Le fosse comuni e i cadaveri abbandonati in presenti un po' ovunque nella regione sembrano fornire la
tragica prova di quanto affermato dal nostro testimone.
"A un'ora e mezza di cammino da Mugunga ho visto tre carnai di 12, 10 e 30 cadaveri: uomini, donne
con ancora i loro piccoli legati alla schiena, vecchi e bambini. Tutti uccisi con un proiettile alla nuca,
anche i neonati."
Ancora: "Molti rifugiati di Katale sono ancora nascosti nella foresta del parco di Virunga, bloccati
all'ingresso e all'uscita da operazioni militari. Una di queste ha avuto luogo il 30 dicembre '96: 250
"ribelli" hanno invaso il vecchio campo di Katale per "ripulirlo". E' difficile dire quanti siano i
rifugiati che vagano ancora nella zona. Tra Katale e Kahindo ce n'erano più di 300mila; in Rwanda ne
sono tornati tra i 30 e i 60mila"
Molte altre sono le testimonianze riportate dal documento, e l'autore tiene a precisare che i fatti
riportati sono tutti legati alla sua diretta testimonianza oculare e che non ha volutamente citato
informazioni giuntegli da altre persone, per quanto degne di credito.
Pubblichiamo questa intensa lettera del padre barnabita di Eupilio (CO) Lino
Castagna, costretto al rientro in Italia dalle autorità tanzaniane, e che ci descrive in
modo vivido e drammatico la situazione disperata in cui versano centinaia di migliaia
di persone nella regione dei grandi laghi, tanta gente la cui esistenza è stata stravolta
dalle lotte per il potere dei sanguinari 'signori della guerra' e dai giochi di influenza
delle grandi potenze, in questo tollerate, se non assecondate, dagli organismi
internazionali.
Un' accorata denuncia per ricordarci che lo stato di emergenza in questa zona
d'Africa non è certo terminato, anzi resta sempre molto grave.
'Ricordate l'ultima mia lettera dal campo profughi di Kyabalisa, in Tanzania? Avevamo buone prospettive per l'avvenire, appoggiati da diversi progetti di assistenza sociale in aiuto alla povera gente del campo. Insieme ci davamo da fare con entusiasmo e fierezza. Voi qui, io là. Nonostante la miseria si era allegri e si cantava. Purtroppo venne il giorno in cui le campane hanno suonato a morte: è arrivato il decreto per cacciar via tutti i profughi rwandesi hutu e farli rientrare in Rwanda. Ma nessuno di loro voleva rientrare. Così è stato il terrore e lo scompiglio generale. Si sa che in Africa queste operazioni non si possono fare senza usare la forza. Così dai 2000 ai 4000 soldati tanzaniani sono stati mobilitati per impedire ogni fuga. Tutti i mezzi sono stati impiegati, fino all'uccisione brutale delle persone.Sempre aff.mo Padre Lino M. Castagna
Colonne di gente lunghe fino a 50 km, come fiumi straripanti, senza alcuna assistenza, avendo l'ACNUR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati) proibito ogni avvicinamento degli organismi umanitari. Così donne incinte hanno partorito cammin facendo. Bambini si sono persi per strada, morti di armi, di fame, di sete, di malattie e di stenti. Per di più sono stati spogliati alla frontiera di Rusumo dei pochi beni che possedevano. I rimpatriati sono stati circa 400.000, e gli altri 200.000 ? Dispersi nelle foreste della Tanzania oppure scappati in Kenya o nel Malawi a prezzo di angherie e di violenze. Come si fa a saperlo esattamente? I governi del Rwanda e della Tanzania non danno informazioni.
Però ora dal Rwanda ci arrivano notizie da testimoni oculari. Subito al rientro dei rimpatriati ne hanno imprigionati 5000! Già nel paese ce n'erano 91.000. Così globalmente ci sono circa 100.000 prigionieri, detenuti in condizioni disumane e senza processo. Per la prima volta nella sua storia la Croce Rossa Internazionale ha finanziato la costruzione di nuove prigioni. Ma si può? Per la prima volta nella storia del mondo sono comparsi alla sbarra di un tribunale 2.200 minorenni accusati di genocidio, nonostante si dichiarino innocenti.
Ogni giorno nel paese scompaiono da 40 a 50 persone. E' pericoloso viaggiare. Anche gli agenti ONU e i volontari sono trincerati nella capitale Kigali per evitare imboscate e la morte, come è successo ad alcuni loro colleghi. La Chiesa è perseguitata: padri e suore in prigione. Altri massacrati senza pietà. La lista di questo calvario è lunga.
E che cosa dire di quanto succede in Zaire? Si parla di 200.000 morti in due mesi. Guerra, stenti, malattie, fame, sete, odio, vendetta. Nuovi massacri e fosse comuni. La Chiesa è colpita pesantemente: a Kalima 9 padri e 3 suore sono stati trucidati, senza dimenticare in precedenza vescovi, il cui ricordo ci rattrista tuttora.
E' un quadro apocalittico che dà segni di fine in questo secondo millennio. E la guerra continua. L'ONU, gli USA e l'Inghilterra dichiarano che non si può fare niente. Che si continui pure ad ammazzare e a massacrare. Si vedrà più tardi. Dove andiamo di questo passo? Dal canto suo l'Europa vorrebbe l'intervento di una forza multinazionale, ma è boicottata dal veto USA. Machiavellismi di una politica che schiaccia senza pietà il debole.
Carissimi volontari dei Campesinos, ci siamo visti l'altra sera per raccontarvi le mie vicende in Tanzania e di come sono finito qui in Italia. Forse che tutti i nostri progetti sono finiti? Io direi: solamente sospesi. Anche se i profughi non ci sono più al campo di Kyabalisa, ci sono sempre gli abitanti del luogo, che pure hanno bisogno della nostra presenza missionaria. Così quello che insieme facevamo per i profughi rwandesi, lo possiamo continuare in favore dei tanzaniani. Per di più la missione iniziata merita di essere completata. Per questo continueremo con il vostro aiuto nei diversi possibili settori di sviluppo.
Però tutto è condizionato al mio ritorno in Tanzania . Per ora è il buio completo. Non ho nessuna notizia in merito. Ma appena ci sarà una luce vi farò sapere. Per intanto preghiamo e continuiamo a lavorare.
Auguri per una vera Pasqua di resurrezione.
Vediamo alcuni simpatici esempi.
Carta di Ecateo di circa 2500 anni fa. La Grecia patria di Ecateo al centro.
E' un vizio molto diffuso tra i cartografi quello di mettere al centro della carta la propria
nazione d'origine o quella per cui lavoravano.
Altri fattori che concorrono a determinare il "volto" del mondo sulla carta, oltre alla
conoscenza geografica, sono la cultura e il periodo storico.
Abbiamo così che nel medioevo il mondo viene raffigurato come un un cerchio diviso in tre
spicchi separati dal mediterraneo a forma di croce o di T.
Fino al 15° secolo molte carte seguono l'impostazione della Chiesa cattolica ponendo
Gerusalemme al centro del mondo.
Carta di Mercatore 1569
'Nord'=49 milioni di Km2 'Sud'= 100 milioni di Km2
Il sud America ha in realtà una superficie doppia rispetto all'Europa.
Nel 16° secolo, epoca delle grandi navigazioni, delle esplorazioni si fa avanti una
rappresentazione più scientifica, la carta conforme di Mercatore, utile appunto a questi
scopi; l'Europa, è ora al centro della carta.
Ma anche nelle rappresentazioni del nostro secolo è possibile trovare curiosi segni dei tempi:
evidente è il caso di alcuni vecchi atlanti (probabilmente ancora nella soffitta della vostra
nonna) che utilizzano un codice di colori che dipinge con la stessa tinta la madre patria e le
rispettive colonie.
Peters dice no alle manipolazioni degli autori, alle inquadrature eurocentriche, alle
deformazioni culturali e propone una carta del mondo che, pur portando con sé inevitabili
deformazioni che si hanno nel passaggio da una superficie sferica a ad un foglio piatto, ha il
pregio di rappresentare le dimensioni dei continenti in modo fedele alla realtà`.
I continenti appaiono così di forma allungata, ma l'area di ciascuno è nella sua giusta
proporzione: l'Europa è chiaramente più piccola del Sudamerica così come lo è in realtà
etc....

Durante le passeggiate in centro a Vimercate il 'negozietto' è una delle mie
mete preferite...sto parlando della 'Bottega della solidarietà' gestita
dall'associazione 'Con i campesinos' e dalla cooperativa La Meridiana 2.
Mi capita spesso di andarci in 'missione' per conto della mamma che mi
chiede sempre di andare a fare rifornimento: 'Barbara, se passi da
Vimercate mi andresti a prendere il caffè?' Mentre altre volte non perdo
l'occasione per entrare a dare un'occhiata alle novità, ai nuovi arrivi.
Ci sono tanti oggetti colorati e vivificanti; i volontari che si occupano della
Bottega sono sempre gentili e disponibili: ci si saluta come vecchi amici e si
fanno sempre un paio di chiacchiere ...è un ambiente che riesce a darmi il
buonumore!!!
Alla Bottega incontro persone che entrano per motivi diversi: alcune signore
si fermano a lungo davanti ai manufatti in terracotta, legno e vetro, altre si
dirigono allo scaffale dei generi alimentari, dove trovano caffè, tè, cioccolato
e altri prodotti. I ragazzi e le ragazze apprezzano molti i ripiani degli scaffali
ingombri di giacconi, gonnelle, gilet, maglioni di lana e borsine, zaini, cappelli.
Ho visto qualcuno addirittura consumare con gli occhi i monili d'argento e
pietre dure...sembra di essere nel paese del Bengodi...
Capita a volte di fare acquisti di poche migliaia di lire, scegliendo tra tanti
oggetti e prodotti dell'artigianato dell'altra metà del Mondo...e poi si torna
di proposito per comperare oggetti più 'importanti ' già visti e
'meditati'...magari ci si concede un premio particolare (per quanto mi
riguarda sono solita fare la mia comparsa al negozietto dopo aver passato un
esame universitario...) o si sceglie un regalo per un amico, che non resterà
sicuramente deluso. Tutto questo con la consapevolezza che si sta
contribuendo, anche se in piccola parte, a costruire un sistema di commercio
equo e solidale.
E' per questo che auguro a tutti: Buoni Acquisti alla Bottega della
Solidarietà.
Se davvero non è in nostro potere modificare gli equilibri planetari, se davvero il gioco politico ci vede sconfitti in partenza (ma non lo credo), ci è data una grande possibilità verso la quale è doveroso assumere posizione. In una maggior attenzione ai nostri consumi, a come certi istituti di Credito usano i nostri soldi, nelle nostre scelte etiche è scritta l'opzione di fronte all'assassinio della terra. Di non esserne complici.
'...in una parola le mine sono armi il cui utilizzo contro le popolazioni civili non può essere in alcun modo giustificabile ed è un affronto alla coscienza umana' Boutros Ghali Ginevra 3 maggio 1996
Maria è una bambina mozambicana di 3 anni, vive in un villaggio in campagna. E'
stata trovata legata ad un albero. Non è vittima di genitori violenti ma piuttosto
oggetto di amorose attenzioni. Maria vive infatti vicino ad un campo minato e la
madre quando si allontana è costretta a legarla ad un albero per assicurarsi che non
lasci la casa. Sfortunatamente la madre un giorno non è più tornata, è finita su una
mina e non è stata soccorsa in tempo.
Youg Eng è un anziano, vive in Cambogia in una zona di confine con la Tailandia;
racconta: "Dormivo davanti alla mia casa, quando il boato di un'esplosione mi
svegli. Sentii la voce di mio nipote che gridava aiuto. Il bambino era disteso sulla
strada, con la gambina maciullata dallo scoppio di una mina. Mio figlio corse a
cercare aiuto. Mi chinai sul bambino che gridava dal dolore e lo presi fra le mie
braccia. Quando feci per rialzarmi persi un attimo l'equilibrio, il mio piede urtò
contro qualcosa. Amputarono la mia gamba a mezza coscia, quella di mio nipote fu
amputata ancora più su."
Due episodi scelti fra migliaia che hanno come sfortunati protagonisti persone, adulti
e bambini, colpiti dalle mine. Non provengono dal passato ma sono attuali e
purtroppo destinati a ripetersi con una frequenza impressionante. Da recenti stime
infatti si è calcolato che nel mondo giacciono inesplose ancora qualcosa come 100
milioni di mine che se non verranno disinnescate continueranno a colpire donne,
uomini, bambini; uno ogni circa trenta minuti, in tutto 26.000 ogni anno.
Le mine non sono un'arma convenzionale, il loro potenziale distruttivo è enorme.
Possono restare inattive per 50 anni e poi una volta urtate con una leggera pressione
esplodono colpendo alla cieca tutto ciò che si trova nel raggio di 20 metri . La mina
non sa riconoscere se il piede che l'ha urtata è quello di un soldato, di un uomo o di
una donna che stanno andando al lavoro oppure di un bambino in cerca di giochi.
Le mine non solo distruggono la vita di singoli esseri umani, ma bloccano le attività
economiche di intere zone. Se un'area è minata nessuno la può coltivare; la vita di
interi villaggi è paralizzata dalla presenza di campi minati, le strade non sono più
praticabili.
In Mozambico sulla linea ferroviaria principale verso il Sud Africa, la vita scorre in
modo irreale nella piccola stazione a nord di Moamba: il treno arriva, si ferma, ma
nessuno può arrivare al treno; la stazione è infestata dalle mine.
Produrre mine non richiede impianti molto sofisticati. Per questo molti paesi lo fanno.
Ma i maggiori produttori sono i paesi più ricchi che possiedono non solo le
tecnologie necessarie ma anche i canali per smerciarle. L'Italia per esempio è uno
degli stati leader per la produzione e l'esportazione di mine. Sono diverse le aziende
nazionali specializzate in questa attività: la Misar, la Whitehead, la BPD e la
Tecnovar. Ma sicuramente la più potente è la Valsella di Brescia acquistata nel 1984
dalla FIAT. E' proprio in quegli anni che la Valsella vede i propri profitti
impennarsi verso picchi mai raggiunti. Da 10 miliardi del 1981, balzano a 107
miliardi nel 1983. E' la guerra in corso fra Iran e Iraq che spinge in alto i guadagni
della Valsella e che fa fare una specie di salto di qualità alla sua produzione. In questi
anni infatti vengono messi a punto ordigni veramente micidiali che poi saranno
venduti anche illegalmente in tutto il mondo. Valga per tutti la famigerata VS 69.
Mina che può essere fatta esplodere con una pressione di soli 6 chili. Una volta
esploso l'ordigno compie un balzo verso l'alto di circa mezzo metro e scarica in
ogni direzione 1000 pezzi di metallo. Può uccidere chiunque si trovi nel raggio di 25
metri.
A partire dagli anni '80 produzione e vendita delle mine sono fatte alla luce del sole,
addirittura anche con la pubblicità. I governi tollerano e chiudono un occhio, i
produttori gongolano per i profitti, tecnici e operai si fanno qualche scrupolo ma non
più di tanto se è vero che la 'qualità' continua a raffinarsi. Le mine sono sempre più
piccole e prodotte in plastica. Minuscoli coperchietti dalle forme più innocenti che
sono quasi impossibili da localizzare e disinnescare. Nella ex Iugoslavia molti
bambini sono rimasti sfigurati e ciechi perché hanno giocato con le mine
scambiandole per giocattoli.
Se la produzione delle mine si è diffusa il prezzo è rimasto basso; la mina è un'arma
da guerra dei poveri. I maggiori acquirenti sono i paesi in via di sviluppo, i loro
conflitti sono combattuti anche con le mine. Quando la guerra finisce i soldati si
ritirano ma le mine restano là buttate a grappoli dagli elicotteri o dai camion,
aspettano che qualcuno le calpesti per vomitare la loro carica di morte. Ancora oggi
in Cambogia una persona su 236 è disabile a causa delle mine.
Se queste armi sono a buon mercato, il loro costo non supera le 50.000 lire, poi la
loro rimozione è estremamente complicata ed onerosa. Per disinnescare una mina
dell'ultima generazione la spesa è di circa un milione. Aggiungendo poi che alcuni
tipi di mina sono quasi impossibili da rilevare perché costruiti completamente in
plastica, si può comprendere come l'opera di sminamento nel mondo proceda molto
lentamente. Ai ritmi attuali occorrerebbero circa 4300 anni per sminare l'Afganistan e
per ripulire l'intero pianeta sarebbero necessari i prossimi 11 secoli. Il guaio è che
per ogni mina rimossa altre 35 vengono disseminate e quindi i tempi per disinnescare
questi ordigni si allungano indefinitamente, ipotecando il futuro di intere epoche
storiche.
Di fronte ad un simile pericolo l'opinione pubblica mondiale non è rimasta
indifferente ma si è mobilitata dando vita alcuni anni fa alla campagna internazionale
per la messa al bando delle mine, un movimento che nel giro di poco tempo ha
conseguito risultati straordinari costringendo i governi di molte nazioni a prendere
importanti provvedimenti contro la fabbricazione e la diffusione delle mine. Alla fine
del 1996 a Ottawa i rappresentanti di 50 stati si sono incontrati e hanno cominciato a
pensare e a dire che la messa al bando delle mine, lo sminamento e l'assistenza alle
vittime è un dovere che riguarda ogni nazione civile.
Per ora siamo nella fase delle intenzioni e delle indicazioni programmatiche, ma è
importante che i governi si siano pronunciati ripromettendosi di incontrarsi di nuovo
nel 1997 per continuare i lavori. Nel frattempo importanti personalità politiche hanno
preso posizione dichiarandosi contro le mine di qualsiasi tipo.
Un pezzo di strada è stato fatto e ancora ne resta da fare, perché sono stati raggiunti
risultati rilevanti ma limitati. Per questo la campagna antimine continua, in
particolare in Italia con un appuntamento importante il 12 e il 13 aprile, una due
giorni nazionale contro le mine, un momento di riflessione e di sensibilizzazione per
contarsi, per capire quali dovranno essere i prossimi obiettivi della campagna.
Un occasione per tutti per 'passare all'azione', come ci invita a fare Chris Moon,
guida di una squadra di sminamento in Mozambico che nel marzo 1995 è saltato su
una mina perdendo mano e piede destro. Un anno dopo l'incidente Chris ha corso la
maratona di Londra, interrogato sul suo gesto ha spiegato:
'Ho corso la maratona per aiutare tutti coloro che sono meno fortunati di me, perché
io credo che le azioni siano molto più eloquenti delle parole.'
Nell'aprile 1994 la rivista Nigrizia ha pubblicato un dossier sul problema delle mine
nel mondo che è veramente illuminante, ne consigliamo la lettura a chiunque voglia
approfondire il problema.
società umana, un posto di primo piano è occupato, accanto al Mahatma Gandhi, da
Albert Schweitzer, premio Nobel per la Pace nel 1954.
Nato nel 1875 in Alsazia, allora regione ancora appartenente all Germania, da una famiglia protestante (il padre era pastore metodista), dimostrò fin dalla più tenera età un'acuta intelligenza, unita ad una certa timidezza e ad una grande sensibilità verso gli animali. Studiò teologia, filosofia e musicologia all'Università di Strasburgo, laureandosi nel 1899. Fin da piccolo, inoltre, si era dedicato allo studio della musica, ed in particolare dell'organo: allievo di uno dei più eminenti rappresentanti della scuola organistica francese, Charles Widor, divenne un rinomato interprete e musicologo, in particolare della musica di Johann Sebastian Bach, dove anche i suoi appassionati studi di teologia trovarono un fertile campo di indagine. Al sommo musicista di Eisenach dedicò infatti un'ampio studio monografico Bach, il musicista poeta (1905), ancora oggi considerato un classico della sterminata bibliografia bachiana, ed iniziò la pubblicazione di un'edizione critica delle opere per organo.
Divenuto ben presto docente di scienze neotestamentarie all'Università di Strasburgo, ed avviato ad una prestigiosa carriera di musicista e studioso (è del 1906 il volume Storia dell'indagine sulla vita di Gesù) il giovane Schweitzer non si fermò a questo ma, partendo da una profonda coscienza della decadenza spirituale della moderna società tecnologica, si impegnò in una incessante elaborazione teorica alla ricerca di nuovi principi etici che potessero essere presi a fondamento di una rinascita etica e culturale, di un nuovo modo di intendere i rapporti fra gli uomini e fra questi e la natura.
'C'era un consenso generale non solo sul progresso raggiunto nel campo delle invenzioni e della scienza, ma anche per quanto riguardava la sfera spirituale ed etica... A me sembrava invece che, per quanto concerneva la sfera spirituale, non soltanto non avevamo superato le generazioni passate, ma che, fra le nostre mani, molte delle loro conquiste spirituali si erano logorate .. e cominciavano a dissolversi. ...L'opinione pubblica era forgiata dalla RealPolitik. La 'volontà di potenza' di Nietzsche cominciava ad esercitare la sua infausta influenza...Decisi quindi di compiere un esame approfondito della situazione spirituale della mia epoca... volevo conoscere la posizione dei filosofi degli ultimi decenni riguardo all'etica, ed annotare il loro pensiero riguardo al nostro comportamento nei confronti del creato...convinto che anche l'etica filosofica dovesse prendere in considerazione l'obbligo di un atteggiamento favorevole verso gli animali.'
Parallelamente a questa ricerca filosofica, Schweitzer maturò la decisione di dedicarsi
alla cura delle popolazioni dell'Africa Equatoriale, e intraprese così anche lo studio
della medicina, con grande meraviglia dei colleghi che lo giudicarono un po' pazzo.
Conseguita la laurea in medicina e specializzatosi nella cura delle malattie tropicali,
nel 1913 partì con la moglie alla volta della missione presbiteriana di Lambaréné,
nell' Africa Equatoriale francese ( Gabon ) allora devastata dalla malattia del sonno,
per fondarvi un ospedale.
Qui fu sorpreso dallo scoppio della prima guerra mondiale ('L'infuriare della guerra
mi sembrava un segno del tramonto della cultura etica'). Schweitzer e la moglie,
essendo cittadini tedeschi, furono custoditi fino al '17 come prigionieri di guerra. E'
in questo periodo che la sua ricerca approda alla formulazione del fondamentale
principio etico del 'rispetto per la vita', con il quale la tradizione cristiana ed il
pensiero indiano (a cui fra l'altro dedicò un saggio dal titolo I grandi pensatori
dell'India) trovano un originale momento di sintesi.
Bisogna infatti notare come l'etica di Schweitzer non prende in considerazione solo i
rapporti fra gli uomini, ma abbraccia tutte le creature viventi, in un'ottica universale
che si richiama alla filosofia indiana antica, alla spiritualità semplice e diretta di
Tolstoj, nonché alla figura di S.Francesco, fornendo anche un solido supporto dal
punto di vista teorico alle allora nascenti associazioni animaliste:
'L' essere umano, diventato essere razionale, sente la necessità di avere per ogni
'volontà di vita' lo stesso rispetto che ha per la propria. Valuta positivamente la
salvaguardia della vita, la sua promozione ed il suo sviluppo al più alto grado, mentre
considera negativi tutti gli atti che possano danneggiarla ed impedirne lo sviluppo.
Questo e' il principio fondamentale, universale e assoluto che deve essere alla base
di una concezione etica.
Fino ad oggi l'etica è stata parziale, perché concentrava il suo compito
esclusivamente sui rapporti fra uomo e uomo, è necessario invece estendere questo
rapporto a ogni forma di vita, verso ogni essere vivente del nostro ambiente.
L'essere umano può chiamarsi etico solo se considera sacra la vita in sé stessa, sia la
vita umana che quella di ogni altra creatura. Ha fondamento razionale soltanto
quell'etica che estende senza limiti la responsabilità umana nei confronti di tutto ciò
che vive. L'etica del rapporto interumano non ha validità autonoma, ma va piuttosto
vista come aspetto particolare di questa formulazione complessiva della morale.
Il rispetto per la vita al quale noi dobbiamo giungere, racchiude dunque in sé tutto ciò
che è compreso nei concetti di amore, dedizione, partecipazione nel dolore e nella
gioia, anelito comune.'
Verso la fine della guerra, gli Schweitzer vennero trasferiti in un campo di
concentramento in Francia, e, una volta terminata la guerra, Albert iniziò una lunga
serie di conferenze e di concerti con il duplice scopo di diffondere la sua concezione
etica e raccogliere fondi per la sua missione in Africa. Ebbe anche modo di
formalizzare i risultati della sua ricerca nel libro Cultura ed Etica, che pubblicò in
Germania nel 1924.
In questo stesso anno fece ritorno a Lambaréné, dove ricostruì l'ospedale andato
distrutto durante la guerra e si dedicò con rinnovato impegno alla cura dei malati.
Continuò tuttavia (tranne che nel periodo della II guerra mondiale), a viaggiare in
Europa e in America per tenere conferenze, lezioni e concerti che gli procurarono
crescente prestigio e notorietà, finché nel 1954 gli fu conferito il premio Nobel per la
pace.
Un uomo come Schweitzer non poteva certo restare indifferente ai problemi e ai
pericoli sorti con la proliferazione delle armi nucleari: nell'aprile del 1958 furono
diffuse da radio Oslo tre sue conversazioni nelle quali chiedeva alle grandi potenze
di aprire gli occhi sulle reali conseguenze che un conflitto atomico avrebbe
scatenato, e le invitava a sospendere gli esperimenti nucleari e in ultima istanza a
rinunciare alle armi atomiche:
'La mancanza di umanità è aumentata rispetto alle generazioni precedenti. Noi infatti
siamo venuti in possesso delle armi nucleari, e per noi la possibilità e la tentazione di
distruggere la vita supera ogni limite. Oggi, grazie al grandioso progresso della
tecnica, il destino dell'umanità è segnato dalla possibilità di un orribile crimine
verso la vita.'
'E' veramente inconcepibile la disinvoltura con cui i fautori degli esperimenti
nucleari ignorano le previsioni di biologi e medici circa le sventure che colpiranno le
generazioni future a causa degli effetti della radioattività...Solo chi non immagina
neppure che cosa sia la nascita di un mostro, né ha mai visto l'orrore della madre
può avere l'ardire di affermare che la prosecuzione degli esperimenti è un rischio
che in fondo vale la pena di affrontare.'
Albert Schweitzer proseguì fino alla morte, sopraggiunta nel settembre 1965, la sua attività di medico e filantropo, sempre approfondendo e mettendo in discussione la sua concezione della vita e confermando la sua figura di pensatore profondo e straordinariamente anticipatore.
La coltivazione biologica.
Secondo la tradizione indigena di cui sono portatori i soci UCIRI, la terra non è
un'entità estranea da sfruttare, ma una 'Pacha Manna', una Madre Terra da
rispettare poiché da essa dipende la nostra sopravvivenza.
I contadini, proprio per questa loro visione della natura, hanno sempre rifiutato l'uso
dei pesticidi, erbicidi o fertilizzanti chimici.
Grazie all'intervento di un agronomo, i contadini sono venuti a conoscenza ed hanno
quindi utilizzato, la coltivazione biologica i cui principi base sono:
E' per questo che si iniziò a cercare diverse modalità di commercializzazione del
caffè. Nel 1983 viene costituita da 500 familie di indigeni Zapotecos, Mixes e
Chontales della regione montuosa di Oaxaca nel sud del Messico, la cooperativa
UCIRI.Ottenere un prezzo equo per il proprio caffè è l'obbiettivo principale di UCIRI, ma solo se inserito in un intervento a più ampio raggio che comprenda il miglioramento delle condizioni di vita dei contadini. Questo significa aumento delle risorse alimentari di base, lotta contro le malattie favorendo l'uso di medicine naturali, costruire case dignitose con luce e acqua potabile, scolarizzazione e attivazione di programmi educativi. Alcuni dei risultati ottenuti:
Cogliamo l'occasione per anticipare che il prossimo
ciclo di conferenze si terrà nel mese di Ottobre e sarà
dedicato ai diversi aspetti del continente asiatico.
Torneremo sull'argomento con la pubblicazione di un
calendario dettagliato sul prossimo numero di SUR.
[ Indice Globale | Abbonamento | Numero prima | Numero dopo | Pagina Principale | English pages ]