Ringraziandoti per la collaborazione ti salutiamo ... arrivederci al prossimo numero di Sur.
DEDICATO AI BAMBINI

Eccolo qui un altro Natale. Arriva con la consueta coreografia: luci, scintillii,
luminarie; vetrine e scaffali strapieni. Le persone affollano le strade alla ricerca
del regalo per chi, famigliare o amico, tanto ha gią tutto. E per una volta all'anno
sono i bambini che accompagnano gli adulti, per ricordare che Natale prima di tutto è
la loro festa. Sono loro infatti i protagonisti di questo evento perchè possiedono
il grande vantaggio di percepire il senso dell'attesa, possiedono ancora la di
stupirsi per qualcosa che sta per arrivare.
In epoca di globalizzazioni Natale
dovrebbe essere il Natale di tutti e in particolare di tutti i bambini del mondo. Ma
una frase detta così è solo retorica, buona per qualche pubblicità neanche tanto ad
effetto. E' risaputo che Santa Klaus, il nostro Babbo Natale, parte dal nord del
mondo, ma pochi sanno che qualche parallelo prima del tropico del Cancro, gira renne
e slitta e torna indietro. Troppo caldo?? No, è solo che lui non è un ipocrita.
Non crede nel Natale globalizzato, nella gioia universale. Forse tanti bambini
poveri del Sud del mondo non possono provare gioia?? Il punto non è questo...c'è
gioia anche nella povertà, anzi per certi aspetti sarebbe una gioia più autentica di
quella artefatta del mondo ricco, creata dal ritmo martellante degli spot. Ma non
può esserci gioia in un bambino che non vive come un bambino; una bambina prostituta
sulle strade di Bangkok, un bambino soldato che combatte nella foresta equatoriale
africana o un bambino che lavora 12 ore al giorno nelle fabbriche di giocattoli
cinesi non sono più bambini. Per loro il Natale non c'è, perchè mancano di ciò che
fa essere bambino un bambino: la gioia dell'attesa, l'avere di fronte a sè un domani
di speranze intatte tutte da vivere.
In questo numero natalizio di Sur abbiamo
voluto raccontare alcune storie di questi bambini. Crediamo sia importante farli
conoscere, presentare le loro vite. A loro ci sent
1997, con l'augurio che possa portare un momento di riscatto e di riappropriazione
del loro essere bambini.
Buon Natale da tutta la redazione
LA PAROLA AI BAMBINI
Nelle piantagioni
di tè sono impiegati bambini e bambine. I lavoratori del tè vivono in una
condizione di evidente povertà, la loro povertà contrasta con i profitti
altissimi delle multinazionali del tè e delle loro associate locali. Ecco la
testimonianza di Chandra Maya Niraula "Ho 14 anni e lavoro nelle piantagioni di tè
di Kanyam già da un anno. Sono stata messa al lavoro semplicemente perchè la
nostra famiglia è povera. Nella mia famiglia nessuno vive in ozio; tutti devono
lavorare altrimenti facciamo la fame. Il lavoro comincia alle 7 e termina alle 4
del pomeriggio. Ai bambini sono assegnati vari compiti alcuni dei quali molto duri.
Essi comprendono la potatura, la raccolta, i trapianti, il diserbo. Devo raccogliere un
minimo di dieci chili di foglie al giorno e per questo mi pagano nove rupie (450 lire).
Quando lavoro sodo posso raccogliere anche 18 chili al giorno, ma non sempre. A volte
non riesco nemmeno a raccogliere il minimo di 10 chili e allora il capo si arrabbia. A
volte non riesco nemmeno a raccogliere il minimo di 10 chili al giorno e allora il capo
si arrabbia. A mezzogiorno faccio un'ora di pausa per i pranzo. Ma a volte non mangio
perchè abbiamo finito i soldi. Non abbiamo vacanze e non ci pagano quando siamo assenti
per malattia."
Fra i prodotti industriali che vengono dal Sud del mondo alcuni fanno la gioia dei nostri
bambini: si tratta dei giocattoli. La produzione di giocattoli si basa sulla su
lavorazioni semplici e ripetitive. Per questo è un settore che ricorre di
più al lavoro minorile. E' stato calcolato che nel periodo di Natale ogni piccolo
americano riceve in regalo giocattoli per 290.000 lire. Alla bambina tailandese che
fabbrica questi giocattoli ci vogliono otto mesi per guadagnare quella somma. Il 10
maggio 1993 in una di queste fabbriche nei pressi di Bangkok scoppia un grande incendio.
Cheng stava lavorando lì quel giorno. "Deve essere scoppiato un incendio"
gridavano molte ragazze in preda allo spavento e proprio in quel momento vidi del fumo
denso che saliva dal pavimento. Di colpo ci riversammo tutte verso la porta, ma la
trovammo ostruita da persone che tentavano di uscire. Non c'era modo di uscire, le
guardie avevano sbarrato la porta principale e prima che potessi decidere che cosa fare,
metà dell'edificio era già crollato. In preda al panico molta gente
saltò fuori dalle finestre. Guardai giù, c'era un cumulo di corpi sul
selciato del cortile. Alcuni sembravano privi di vita, ma altri si muovevano e dal
mucchio venivano gemiti e grida d'aiuto. Pensai che sarei morta. Ero terrorizzata,
alla fine mi decisi e saltai. Mi ferii ma fortunatamente sopravvissi." Cheng fu
fortunata tuttavia quelle porte sprangate costarono la vita a 200 ragazze. Negli
ultimi cinque anni la domanda di bambini come partner sessuali è aumentata
notevolmente in molti paesi poveri del sud del mondo, i bambini che si prostituiscono
sono moltissimi. Em è una di loro. "Negli ultimi giorni non sono riuscita a
dormire neppure per qualche ora. Tutto mi sembra più orribile al mattino quando
l'effetto del valium è finito e ho bisogno di caffè ed aspirina per
ingranare la giornata. Durante l'ultimo anno ho lavorato sette notti a settimana con un
solo giorno libero al mese per le mestruazioni. A volte ho la tentazione di rompere una
bottiglia in testa a qualche cliente, ma poi?? Se lo facessi tutto sarebbe finito e non
avrei più un lavoro. A volte non mi resta che subire e bere dell'altro gin. Se
non fossi stata ubriaca non avrei potuto sopportare certe notti. "
La maggior parte dei poveri è ammassata nelle città.
Essi vivono in baracche di fortuna. Da queste squallide periferie tutte le mattine
milioni di adulti escono di casa in cerca di un lavoro che non trovano. Ed ecco la
necessità di chiedere anche ai bambini di darsi da fare per riportare a casa
qualche soldo per sopravvivere. "Come altri 12.000 bambini anche Pit Pong si alza
ogni mattina all'alba per ricorrere i camion che arrancano sulle pendici della "montagna
fumante", carichi di spazzatura raccolta a Manila. E'importante arrivare per primi
perchè i pezzi migliori spariscono subito. Sulla "montagna fumante" sono in tanti a
cercare degli avanzi di cibo, dei pezzi di cartone, di plastica, di ferro, insomma
qualsiasi cosa possa essere riutilizzata. Ben 3.500 famiglie ricavano da vivere
recuperando materiale della "montagna fumante" e molte vi hanno anche stabilito la loro
dimora. Pit Pong ha otto anni e benchè passi tutto il giorno a frugare tra i
rifiuti riesce a malapena a ricavare quanto basta per comprarsi qualcosa che possa lenire
la fame. In tutto il mondo i ragazzi che passano le loro giornate sulla strada sono
circa 80 milioni. Di essi 20 si trovano in Asia, 10 in Africa e Medio Oriente e 50 in
America Latina. La maggior parte di loro ha una famiglia e tutte le sere tornano a casa.
Tuttavia ce ne sono 19 milioni che raramente rientrano in famiglia e considerano la
strada come la loro casa. Di questi 4 milioni sono senza famiglia e sono completamente
soli.
A cura di Fabio
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RADICI
Assomigli di piu'
alla tua Terra.
Occhi neri di guerra
segnati dal destino.
Ora sei qui
e il tuo cuscino
profuma di lavanda in fiore
e il tuo colore
cosi' normale
per chi ti chiama
figlio
e' solo il vezzo
di una natura strana
e la tua pelle
scura
non fa paura
a chi ha scelto
d'amarti.
Tu crescerai sereno
e poco importa
se non sara' il tuo appiglio
il seno della donna
che ti promise al Mondo
e al Mondo ti ha venduto.
Hai gia' scordato
il primo volto scuro
che ti guardo' sicuro
di non scordarti mai.
Giochi tranquillo
ignaro del passato
circondato
da sguardi che si faranno amare.
Ti abbracceranno forte
ti spiegheranno la parola
guerra
e capirai perche'
assomigli di piu'
alla tua Terra.
Graziella
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| Testimonianze tratte da:
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AA.VV | Sulla pelle dei bambini | Ed Emi |
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Ron O'Grady | Schiavi o bambini? | Ed Gruppo Abele |
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Anselmo Palini | Lasciateci giocare | Dossier Nigrizia, Giu'97 |
DECIDO DI PARTIRE...
tre storie diverse: una turista, una suora missionaria e una giornalista, tre viaggi
con qualcosa in comune: l'attenzione per ciò che si incontra.
Turista, ma non per caso
Appena fuori dall'aeroporto di Lima veniamo catapultati in un altro pianeta: siamo
nella capitale, un mostro urbano di 8 milioni di abitanti nel quale si concentra un
terzo della popolazione di tutta la nazione.
Alloggiamo per alcuni giorni nel
fatiscente centro storico: qui i bambini vendono chewing-gum e caramelle sfuse per
rimediare qualche monetina nelle piazze squadrate di stile coloniale.
Josè ha
5 anni: è il piccolo boss del gruppo e mostra orgoglioso agli altri un bel
pennarellone rosso che gli ha regalato la "gringa" (la tenera Debora, compagna di
viaggio con un debole per i marmocchi di tutte le taglie). Pedro, uno sciuscià
tredicenne, è riuscito dopo molte insistenze a convincere il nostro perplesso
Augusto a lasciarsi lustrare le scarpe da tennis con un misterioso prodotto sbiancante:
da questo episodio, che troverà successive conferme, capiamo subito che Augusto
è il più coraggioso del gruppo.
Un piccolo referendum permette di
appurare che Lima non ci piace proprio (e vi assicuro che il contrario sarebbe molto
strano): neppure Miraflores, il quartiere residenziale, ripaga le aspettative. Voi
vivreste tranquillamente in una casa-bunker recintata da punte aguzze come un carcere di
massima sicurezza..? Le minacciose inferriate acuminate che circondano le case
benestanti tradiscono i contrasti di questa metropoli: sembrano simboleggiare
visivamente le disillusioni delle migliaia di disperati che vi arrivano dalle regioni
della Sierra alla ricerca di condizioni di vita migliori e di denaro facile.
Troviamo fastidiosi gli assordanti duelli a colpi di clacson nel traffico aggrovigliato
(i criteri di precedenza sono: passa il più coraggioso, cioè quello che
frena per ultimo!); l'aria irrespirabile e la "neblina" perenne della costa pacifica,
una foschia umida al cui confronto Milano sembra un'isola delle Maldive; ed infine i
blindati di Fujimori davanti al Parlamento, la cui popolarità è in declino
non tanto per la recente azione contro i guerriglieri Tupac Amaru, trucidati
spietatamente nell'ambasciata giapponese, quanto per le selvagge privatizzazioni che
hanno provocato licenziamenti di massa, riduzioni di salario e lavoro nero , conducendo
in breve tempo ad un sensibile abbassamento del tenore di vita delle classi medie.

Ce ne andiamo volentieri dalla città per scoprire ben presto e con piacere che il
resto del Perù è invece un paese incantevole: di una bellezza da mozzare
il fiato. A Huacachina, nel deserto della costa, sopra una duna talmente "africana"
che da un momento all'altro potrebbe comparire un Tuàreg in cammello e nessuno
farebbe una piega, facciamo surf sulla sabbia con una rudimentale tavola di legno messa
a punto da alcuni vulcanici adolescenti peruviani (non ci siamo mai divertiti tanto:
riemergiamo da ogni caduta "impanati" di sabbia come cotolette e morti dal ridere).
Mentre siamo stipati su un piccolo motoscafo per turisti, al largo delle isole Ballestas
( le "Isole del Guano") ci vengono incontro nuotando animaletti dall'aria socievole:
sono foche, leoni marini e pinguini peruviani (questi ultimi "più bassi di quelli
normali, come del resto i peruviani in genere.." precisa con garbata autoironia la
ragazza che ci fa da guida).
Qui la quantità di uccelli è
impressionante: nuvole di sterne e cormorani evocano un'atmosfera un po' inquietante,
come nel film mozzafiato di Hitchcock "Gli uccelli" ; le roche grida dei leoni marini
distesi sulla spiaggia creano una colonna sonora da girone dantesco.
Tutta la zona
è parco naturale: non si può attraccare, benchè circa una volta ogni 4
anni sia concesso ai "guaneros", i raccoglitori di guano della Sierra, di scendere a
terra a prelevare questo fertilizzante prezioso dall'odore nauseante (lo strato di
sterco di uccelli secco raggiunte lo spessore di circa 4 metri!).
Guardiamo
ammirati l'insolito spettacolo (i più delicati di stomaco, tappandosi il
naso...).
Il paese è dedito alla pesca: il Perù è il terzo
produttore mondiale di pesce dopo Giappone e Cina. Tutto merito della fredda corrente
di Humbold che, facendo emergere in superficie il plancton, rende tutta la costa
pacifica un habitat estremamente ospitale per numerose specie ittiche.
Si
può capire allora la diffusa "sindrome del Nino", un periodico fenomeno di
inversione termica che, riscaldando le fredde acque oceaniche, provoca morie di pesci ed
altre fastidiose bizzarrie climatiche, come imprevedibili inondazioni o al contrario
lunghi periodi di siccità, tali da farlo annoverare tra le emergenze nazionali:
qualunque cosa accada in Perù, potete stare certi che il Nino in qualche modo
c'entra ..
Ma il Perù, paese "alto" per antonomasia, è soprattutto
l'inebriante verticalità della Cordigliera Andina ed il fascino intatto delle
antiche civiltà scomparse: su queste montagne, le cui vette superano i 6000 m.
di altitudine, gli Incas hanno reso fertile il suolo creando simmetrici terrazzamenti
irrigati, allevato lama ed alpaca per ottenere carne e lana, incrociato varietà
di tuberi e mais per alimentarsi, creato un complesso sistema sociale basato sulle corvè
comunitarie obbligatorie e su una rigida ma efficace teocrazia espansionista.
Il luogo dove si percepisce più chiaramente il devastante impatto che ebbe su quella
civiltà l'incontro con i cavalli e le spade dei Conquistadores spagnoli si chiama
Cuzco: già nei primi 30 anni della conquista, la popolazione indigena presente
nell'attuale Perù e Bolivia venne ridotta a meno di un quinto (da 4.500.000 a
800.000 individui).
I templi pagani dell' "ombelico del mondo", il centro nevralgico
dell'impero, furono smontati pezzo per pezzo : l'enorme quantità di oggetti
d'oro scoperta venne trafugata e le pesanti pietre squadrate furono usate dai vincitori
per costruire la base delle proprie case e delle cattedrali barocche.
Resta un
mistero capire come sia stato possibile, con la rudimentale tecnologia di quei secoli,
sviluppare un insieme architettonico così imponente (gli Incas non usavano la
ruota, nè conoscevano il ferro).
La curiosa mescolanza architettonica che ne fu il
prodotto rimanda ad un'altra "mezcla" : quella etnica. Il cocktail di culture e di
etnie dell'America Latina costituisce il fascino più intimo di questo continente
remoto ma culturalmente affine a quello europeo.
Si direbbe che la gente abbia
un'aria stranamente "familiare" e nel contempo misteriosa ed inafferrabile: i tratti
somatici asiatici mischiati con quelli spagnoli (gli indios approdarono qui dallo
Stretto di Bering e dalla Polinesia), il sincretismo tra la religiosità cattolica
ed i culti pagani , il castigliano a fianco dei sopravvissuti dialetti quechua ed
aymarà (due ceppi indigeni preponderanti) e dei linguaggi minori delle regioni
amazzoniche: questa è l'atmosfera singolare che si respira a distanza di secoli
da quel genocidio, che ha assunto i connotati di una vera e propria assimilazione.
Adesso Cuzco è una città relativamente ricca e molto poco "peruviana", con
le sue discoteche ed i locali stipati di turisti di tutte le nazionalità come
Firenze o Venezia; ma, al di là di questa enclave e dei fasti passati, la
realtà quotidiana della regione dove regna la puna, la steppa andina, è
fatta di campesinos dediti ad un'agricoltura poco più che di sussistenza, di
vecchi dalle ossa deformate dagli squilibri alimentari e di donne indie dall'età
indefinibile che percorrono con corriere sgangherate lunghi tratti per vendere i propri
ortaggi al mercato più vicino, di madri-bambine con l'immancabile neonato in
groppa avviluppato nei coloratissimi teli tradizionali.
I paesi rurali sono
decisamente miseri: tuttavia ci sembra di vedere più dignità in questa
vita dura in confronto alla quotidiana spietata lotteria per la sopravvivenza della
megalopoli.
Mi resta un'istantanea di questi giorni nelle montagne : un uomo con un
aratro di legno tirato da due buoi sta dissodando il suo terreno. Suo figlio ci mostra
il lungo sentiero attraverso la valle che deve percorrere ogni mattina per raggiungere
la scuola. Sullo sfondo, immobile come il tempo in questo angolo lontano da tecnologia
e progresso, la mole imponente del ghiacciaio Huascaran.
La componente india
è molto forte in Perù: il 45% della popolazione è composta di
amerindi, il 37% di meticci, il 15% di bianchi ed il restante 3% di giapponesi, cinesi
ed individui di altre nazionalità - ma, com'è prevedibile, i ruoli di
maggior potere economico e politico sono occupati per lo più da bianchi.
Maria è una bella giovane di origine quechua: nella sua bottega ci serve una
"empanada" (una specie di gustoso panzerotto di pasta sfoglia e verdure); alla parete
troneggia un poster del figlio di Julio Iglesias (!) ed il commento eloquente della
ragazza ci conferma ancora una volta che anche qui i modelli estetici ricalcano quelli
economici ("es muy guapo, verdad?" - le ragazze del nostro gruppo annuiscono
vigorosamente per non deluderla. Ma dentro di noi pensiamo: Julio Iglesias ! Anche
qui ! Ci manca solo la Carrà e ci sentiremmo in un film di Salvatores..).
Si
parte sempre perchè si vuole tornare diversi: un mese di viaggiare e scopriamo che lo
siamo già. Animati dalla voglia di capirla, abbiamo finiamo per essere
conquistati dal fascino di questa terra vicina al cielo.
Perciò :hasta luego
! A presto, America Latina.
Lorena
Lettera dallo Zaire (ora Rep. del Congo)
Carissimi amici, sono qui da otto giorni e mi sembra di non essere mai partita. Il
viaggio è stato ottimo.
A Bruxelles ho dovuto aspettare fino alle 11.30
perchè l'aereo era in ritardo. Siamo arrivati a Kigali alle 19.40.
Il viaggio,
lunghissimo e faticoso è stato però ottimo. L'aereo enorme, eravamo 400
persone a bordo, non ha avuto nessuna turbolenza. Il viaggio è stato calmo e
tranquillo.
Vicino a me in aereo c'era una suora francescana di Bukavu che
conoscevo bene, così il tempo è passato più in fretta.
A
Kigali mi aspettavano le mie consorelle.
L'indomani, il 30 settembre, ho preso
l'aereo per Bukavu alle 10 da Kigali e sono arrivata alle 10.30 a Kavumu (Bukavu).
Qui non mi aspettava nessuno, c'è stato un piccolo disguido, ma niente paura, ho
subito riconosciuto degli amici congolesi che si sono presi cura di me e a mezzogiorno
ero a casa mia con grande sorpresa delle mie consorelle che mi hanno vista arrivare
come una benedizione dal cielo.
Grazie all'entusiasmo di mia sorella Gina, ho
potuto prendere tutti i miei bagagli, ovvero 42 kg più due borse, in tutto 60
kg!
Alle due dogane, quella di Kigali e quella di Kavumu, nessuno ha guardato i
miei bagagli.
Hanno guardato solo me, ho fatto un grande sorriso e mi hanno
invitato a passare dall'altra parte.
Ho ringraziato loro e il Signore con tutto il
cuore, perchè se dovevo aprire le valigie, per chiuderle sarebbe stato un problema
serio.
Avevo anche tante lettere aperte con me; anche quelle non ho dovuto
mostrarle.
Francamente era la cosa che mi angosciava di più perchè avevo
sentito di persone che erano rimaste alla dogana per ore ed ore in attesa che
leggessero tutte le lettere.
Grazie a Dio per me è stato tutto molto
facile.
Non dovevo preoccuparmi più di tanto, ma io quando viaggio entro
sempre in crisi, penso sempre al peggio.
Invece il Signore è con me, Lui si
prende cura di me, ne ho avuto ancora la prova.
Grazie Signore, aumenta la mia
fede.
La notizia del mio arrivo si è sparsa in un baleno. In poco tempo la
casa si è riempita di gente che veniva a salutarmi. La sorpresa è stata
grande. A me sembra un sogno ritrovarmi qui. La gioia è grande di ritrovare la
mia gente, il paesaggio, le mie consorelle, il silenzio!
E' meraviglioso. Ogni
giorno ci sono amici che vengono a salutarmi e a fare le condoglianze. Ho ricevuto 50
uova!!!
Si, qui l'usanza è così. Le uova hanno come simbolo una
potenza di vita e loro offrendole augurano lunga vita in mezzo a loro, non è
meraviglioso?
Sono mancata tredici mesi e in questo periodo la gente ha vissuto
tante cose brutte e non è finita.
Quello che mi ha colpito è la
magrezza delle persone, dei bambini. Ho lasciato il mondo dell'opulenza dove si parla
di cure dimagranti e ho trovato il mondo della fame.
Fame sotto tutti i punti di
vista. Mi fa tanto male il cuore. Purtroppo le cose non si mettono bene e questa
situazione di disagio rischia di durare a lungo.
Il "brutto periodo" ha lasciato
molti segni, la gente ha paura. Il Signore si ricorderà di noi e ci
manderà uomini di pace che prendano a cuore la sorte di questo popolo.....
..... la vita ordinaria riprende piano piano. Sto pulendo la mia stanza che è
rimasta disabitata per lungo tempo. E' anche una gioia il proprio habitat e le sue
cose.
Suor Rosetta
Cala la notte a Mogadiscio - II parte
Le Organizzazioni umanitarie. Dovunque in città sono presenti, chi a nord ,chi
a sud, chi nell'una che nell'altra parte della città. Lavorano con diverse
filosofie, a volte in contrasto, qualcuna anche con la speranza di arricchirsi.
Girano molti soldi. Gli interventi vanno dagli ospedali alle scuole, agli
orfanotrofi...Non esiste però un cervello unico e il lavoro, meritorio o
interessato che sia, va spesso disperso. E le accuse fioccano tra un'organizzazione e
l'altra. Di sperpero , di corruzione, di incomprensione della realtà somala,
di voler favorire una fazione contro l'altra, il tribalismo sembra aver contagiato
anche loro.
Le donne. Lul è una giovane donna somala. Ha studiato negli
Stati Uniti dove ha assorbito una filosofia di vita estremamente pragmatica. Oggi
gestisce un orfanotrofio, accanto alla chiesa del S. Cuore. Alcune suore, che daranno
il loro contributo, lo vogliono trasformare nella "Casa del fanciullo". E qualcuno si
chiede: in una realtà come quella somala che senso ha parlare di orfani?
I bambini di Lul vivono tutti insieme, hanno un ambiente pulito e sano dove stare.
Alle pareti grandi disegni dei fumetti di Walt Disney. E' evidente il passaggio dei
militari americani che hanno ristrutturato gli edifici.
I bambini cantano,
recitano l'alfabeto, quello latino, ovviamente. A poche decine di chilometri, a
Lafole, un'altra giovane donna Hawa, gestisce un campo profughi con annesso ospedale.
La scuola qui è coranica.
Hawa è laureata in medicina e in legge
ed è proprietaria del terreno sul quale sorgono insieme le strutture.
L'atmosfera è diversa, dimessa. In città girano pesanti accuse sul
conto di Hawa. Si sarebbe arricchita col mercato nero gli aiuti internazionali. Ma lei
è lì fin dall'inizio della guerra, intenta a curare. Ha però una
strana teoria, piuttosto diffusa per altro a Mogadiscio: "Anche se una parte degli
aiuti è finita nelle tasche di qualcuno, una certa quantità è
andata comunque a buon fine...e questo è sufficiente".
Bakara. Nel bel
mezzo del nulla c'è Bakara, un grande mercato. Si trova di tutto. Grandi
camion scaricano del cemento, più in là delle donne sedute su bancarelle
coperte vendono stoffe. La provenienza? Guarda caso la stessa di un car ico rubato
pochi giorni prima.
E' una festa di colori, di odori. C'è di tutto.
Dall'olio per capelli, alla frutta in scatola, all'oro. Piccole botteghe con bilance
per pesare il metallo prezioso. Dietro le donne, con i loro vestiti fantasia, un vero
e proprio commercio. C'&egra ve; davvero chi, nonostante tutto, si sta arricchendo.
Bakara è un'oasi nello squallore generale. Si mangia e si ascolta musica. La
guerra qui, non sembra essere arrivata. Gli spaghetti, nelle case di Mogadiscio, un
bene di lusso, qui si trovano c on facilità. Cucine improvvisate ne fanno
arrivare il profumo. E c'è anche il cambio di denaro. Qui sono tutti uomini.
Se ne stanno all'ombra, dietro banchetti improvvisati in legno. Con i loro pacchetti
di soldi cambiano volentieri i dollari.
In città le banche sono solo un
cumulo di macerie.
Ma come sarà possibile reintegrare questa massa di
persone ormai abituata a questo sottobosco economico?
Sono tutti uomini che hanno
lavorato in questi mesi come scorta, uomini armati, abituati a far valere con la forza
le proprie ragioni. Che ne sarà di loro? E già si comincia a parlare
di abusi ai quali sarebbero sottomesse soprattutto le or ganizzazioni umanitarie.
Obbligate ad avere personale armato, vengono spesso da questo ricattate. Una
situazione complicata.
File. Lunghe file di uomini, il mattino presto, vicino al
porto, nei pressi delle ambasciate. cercano lavoro. Qualcuno ce la fa, qualcun altro
no. Il malumore è profondo. L'attività in città non riprende.
Un cartello: "Lavori in corso" nel bel mezzo della strada: sembra una beffa. Ed
infatti nella vicina casa in costruzione nessuno lavora. Molto c'è da
ricostruire, ma regna l'inattività. Le immondizie sono ammucchiate ai lati
delle strade.
Lunghe file di donne stazionano intorno ai punti di distribuzione
del cibo. Lunghe file fin dall'alba, in ordine, rassegnate, con i bambini in braccio.
Passa un altro giorno, nulla si risolve, ma per lo meno si arriva fino a domani.
Anche di fronte alla sede dell'Unione islamica la gente fa la file. L'Islam, nella
sua versione fondamentalista, attrae. Il messaggio sociale, la solidarietà che
si esplica attraverso scuole coraniche, ospedali e associazioni di vario tipo fa pres
a su gente che ha perso tutto. Nel progetto di una futura Costituzione, prospettata
ad Addis Abeba, non c'è posto per gli islamisti. In quanto tale non saranno
rappresentati nel nuovo governo costituente. Ma di donne velate se ne sono viste
sempre di più e le organizzazioni femminili si sono viste più volte
minacciate da chi le considera immorali e nemiche della religione. Il Sudan non
è poi così lontano.
E cala la notte a Mogadiscio. Non c'è
elettricità. Alla luce di candele e lampade a gas degli uomini, resi ancora
più simili a fantasmi nella luce fioca, prendono il fresco, giocano, bevono
tè e caffè. La città & egrave; irreale. Un semaforo impazzito,
l'unico funzionante, segna il rosso. Per la ripresa del paese il segnale di verde non
sembra cosa di domani.
Ilaria Alpi-"Il Passaggio", maggio-giugno 93
Una coraggiosa provocazione
Da alcuni mesi la rivista mensile LINUS ha lanciato, in collaborazione con Amnesty
International, una campagna per la raccolta di 100 milioni di firme entro l'anno 2000
contro la pena di morte nel mondo.
Quasi una provocazione, che tuttavia ci
sentiamo di appoggiare e promuovere in quanto, a nostro parere, rappresenta un segnale
forte di ferma opposizione ad un istituto che non può essere in ogni caso
considerato un ammissibile strumento di giustizia da uno Stato che si voglia veramente
civile e fondato sul diritto. Tanto più che nei paesi del sud del mondo la
pratica della pena di morte nelle sue varie accezioni, da mera vendetta privata a
mezzo di repressione politico-religiosa, è particolarmente diffusa. Vi
invitiamo quindi a leggere la dichiarazione di intenti qui sotto riportata e quindi a
firmare (e far firmare) la petizione che troverete presso la Bottega della
Solidarietà.
100 MILIONI DI FIRME CONTRO LA PENA DI MORTE ENTRO IL 2000
Per la prima volta nella storia, l'ONU ha votato una mozione contraria alla
pena di morte. La mozione, passata a maggioranza grazie anche all'impegno
dell'Italia, chiede a tutti i paesi di diminuire progressivamente i reati punibili con
l'esecuzione e di sospendere comunque il lavoro del boia.
E' un risultato
importante che rischia però di non avere nessun effetto concreto. Anche la
risoluzione dell'ONU rimarrà "voce che chiama nel deserto" se l'opinione
pubblica mondiale non si mobiliterà per chiederne il rispetto.
Intanto, ci
avviamo a doppiare il millennio. La specie umana arriverà al 2000 (sembra
rassegnata ad arrivarci) con una valigia piena di sconcezze. La più sconcia di
tutte: la pena capitale. Come dire: neppure un passo oltre l'occhio per occhio!
E' proprio necessario che finisca così? Se qualcosa ci va male, si dice
così, bisogna "imparare a conviverci", ma è davvero sopportabile
convivere con la pena di morte?
Davvero non ci va di dedicare un briciolo di
tempo, di cuore e cervello per cancellare dalla terra questa vergogna collettiva,
questo "peccato originale" inventato dall'uomo?
Si raccolgono firme per la caccia
e contro la caccia, per la riforma elettorale o contro l'uso dei pesticidi in
agricoltura, per un miliardo di cose: importanti, meno importanti o stupidissime.
Perchè non proviamo a raccogliere 100.000.000 (avete letto bene: cento milioni) di
firme contro la pena di morte. In Italia, in Francia e in Germania. In Russia come
in Polonia ed in Afghanistan. In America, a Cuba e in Brasile.
In Sudafrica, in Cina
e in Giappone.
1 milione di firme entro il 1997,10 milioni entro il 1998, 100
milioni entro il 31 dicembre 1999.
Creando un comitato di garanti in ogni paese,
comprando un pezzo di memoria e riempiendo un sito internet con milioni di nomi:
professione, età e numero di documento d'identità.
Ogni anno vengono
eseguite migliaia di condanne a morte: entro il 2000 vogliamo che ci siano almeno 100
milioni di "no" per ognuna di queste. Ogni mese Linus ospita una rubrica sulla
campagna, con articoli su casi specifici ed un "osservatorio" curato dai responsabili
del coordinamento pena di morte di Amnesty International.
Per chi fosse munito di
accesso ad internet, può inserire direttamente il suo nominativo, nonchè
trovare le ultime notizie in tempo reale sulla campagna nei seguenti tre siti:
Amnesty Int'l - www.amnesty.it -*-
peacelink.freeworld.it/users/buone/nomorte.html -*-
humanish.org/nodeathpenalt
A cura di Max
Stassen Sri Lanka.
Le foglie più giovani.
La qualità del tè dipende da tanti fattori; fra cui la varietà della
pianta, il metodo di coltivazione usato, l'altitudine.
Ma una differenza di fondo
è determinata dall'età delle foglie usate e dal metodo in cui sono lavorate.
Le foglie più pregiate sono le più giovani che si trovano alle sommità
delle piante.
Usando un misto d'Inglese, olandese e cinese, esse sono chiamate Flovery
Orange Pekoe. Ogni parola ha il suo significato.
Pekoe deriva da Pek-ko, che in cinese
significa "capelli" bianchi" in riferimento al candore del dorso delle foglie, ricoperte da
una leggera peluria; Orange deriva dall'omonima casata olandese e sta per "fioritura di
corte"; Flovery viene dall'inglese e significa infiorescenza, perchè nel punto d'attacco di
queste foglie al ramo spuntano i fiori del tè.
Il tè dello Sri Lanka
appartiene alla migliore qualità prodotta nel mondo. Il colore dorato, sapore
corposo e fragranza delicata viene principalmente coltivato nella metà meridionale
dell'isola e grazie al clima temperato può essere raccolto durante tutto l'anno. La
pianta del tè è estranea alla natura dell'isola, è stata, infatti,
introdotta dai coloni Inglesi nel 1870.
Una Lunga Lavorazione.
La produzione del tè è un'attività lunga e faticosa, che necessita di
numerosi passaggi. La pianta del tè coltivata nello Sri Lanka, possono raggiungere
un'altezza di 15-20 metri. Per agevolare la raccolta si procede ad una regolare potatura
delle piante stesse che non superano un metro e mezzo d'altezza. La raccolta del tè
è un'attività molto delicata, e dalla cura con la quale viene effettuata
dipende in gran parte la qualità della bevanda. La raccolta è anche
l'operazione più faticosa di tutto il processo di produzione e viene effettuato
esclusivamente dalle donne, che si recano due volte al giorno nelle piantagioni per la
raccolta di foglie fresche. Il raccolto giornaliero medio è di 15-20 Kg per
raccoglitrice ma per ottenere un Kg di te essiccato, sono necessarie 4 Kg di foglie fresche.
Le raccoglitrici ricevono il loro salario per intero solo quando raggiungono la
quantità stabilita. Gli uomini, invece, fanno i lavori stagionali oppure vengono
occupati negli impianti di lavorazione del te. Dai singoli punti di raccolta, il prodotto
fresco raggiunge la fabbrica del te.
Le foglie del te possono essere trattate in tre
modi, ciascuno dei quali da origine ad un diverso tipo di te: nero, verde, ooloug.
Processo di lavorazione del tè nero: la prima fase è l'appassimento delle
foglie, che le priva del 30% circa di umidità. Dopo circa 8-12 ore, le foglie verdi
sono pronte per l'operazione di spezzettamento. Questa operazione serve ad aprire le
cellule delle foglie verdi appassite e a portare la linfa a contatto con l'ossigeno
dell'aria. Terminata questa fase, le foglie vengono frantumate e separate per grandezza.
Si procede quindi alla fermentazione, le foglie vengono trasportate in appositi locali ad
una temperatura di 40^C e ad un'umidità del 48%, tale processo dura dalle 2 alle 3
ore e fa assumere alle foglie un colore che va dal marrone al rame. E' durante questa fase
che il tannino si riduce naturalmente. A fermentazione avvenuta si passa alla essiccazione
ad una temperatura compresa tra gli 85-100^C, il processo dura 20 minuti, l'umidità
scende al 3-4 %. Il tè nero è pronto, il suo infuso è bruno, odore
delicato, gusto morbido.
La produzione del tè verde avviene in maniera un po'
diversa; esso non viene sottoposto a fermentazione, per cui risulta più amaro. Le
foglie vengono direttamente riscaldate mediante aria calda, attraverso questo procedimento
che dura circa 10 minuti, vengono distrutti gli enzimi nelle cellule delle foglie,
così da impedire la fermentazione. Le foglie vengono messe in apposite macchine che
le frantumano e ne fa uscire il succo. Successivamente le foglie vengono pre-essiccate dopo
aver estratto il 60-70% d'acqua, si passa all'essiccazione finale. Dopo un lentissimo
processo di essiccazione a bassa temperatura il tè verde è pronto. L'infuso
che se ne ottiene è di colore paglierino chiaro, odore aromatico, gusto un po' aspro
e leggermente amaro.
A cura di Maria Grazia
Regala un Futuro Migliore
Ok, lo so, le feste sono passate, pero' puo' sempre capitare di fare un regalo... e allora ecco qui
qualche idea. Dalle mille a mezzo milione di lire ce n'è per tutti i gusti ... purche' siano equosolidali.
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ritrovo Martedì sera ore 21:00
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Abbonamento SUR, (Contributo libero) - questa rivista!!
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20059 Vimercate (MI)
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Nigrizia
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tel 045.8003534 fax 045.8031455
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Causale: Abb. Nigronamento annuale (65.000 con "Asia News")
tel 02.463522 pimeriviste@pcn.pcn.net
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Causale abbonamento Mondo e Missione.
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disponibile gratuitamente su internet www.peacelink.it/afrinews.html
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|
A cura di Loris
Nobel alla campagna antimine
Alla campagna internazionale per la messa al bando delle mine e a Jody Williams,
in quanto coordinatrice è stato assegnato il premio Nobel per
la pace 1997. Il riconoscimento investe anche la campagna italiana, nata il 1 dicembre
1993, che comprende 60 organizzazioni di volontariato, ha visto l'adesione di 180 comuni
e 12 provincie, ed è stata sostenuta dall'impegno costante di parrocchie, scuole,
sindacati, gruppi di base. Senza contare i 300.000 cittadini italiani che hanno firmato
la richiesta di messa la bando delle mine.
"Questo Nobel" rivela Nicoletta
Dentico, coordinatrice della campagna italiana "sancisce che con questa mobilitazione
mondiale si è inaugurato un nuovo modello di lavoro e di cooperazione della
società civile, capace di trasformare con competenze e forza morale un'utopia
(come sembrava il bando di qualche anno fa) in realtà possibile.
(Da Nigrizia novembre 1997)